25 Agosto 2008

"Diario simulato" 19 - Montana Smith, tombarolo


Che dire della mia vita? Rocambolesca come quella di un'aquila nella tormenta, un funambolo durante un terremoto, un obeso su un ponte tibetano.
Le mie imprese sono note a tutti voi: sono state già ampiamente narrate in capolavori della cinematografia d'avventura quali Montana Smith ed il Pallone nella Casa dei Vicini, Montana Smith ed il Barattolo sullo Scaffale Altissimo, Montana Smith contro la Sciatica, Montana Smith e il Sacro Osso.
Ma pochi, anzi nessuno, tranne chi la visse in prima persona, è a conoscenza della mia più mirabolante avventura: il recupero delle Cinquecento lire dietro al Comò.
E' giunto il momento di raccontare questa inedita storia della mia biografia, poiché farvi un sì prezioso regalo mi sembra il modo più giusto per festeggiare la mia pensione. Ed anche perché non ho altro da fare mentre aspetto la badante che venga ad aiutarmi ad alzarmi dal letto. Giacché, come ben sapete, le peripezie di cui fui impavido protagonista alle prese con la Sciatica ed il Sacro Osso non mi hanno lasciato indenne.

Ricordo ancora nitidamente la mattina in cui ebbe inizio la vicenda delle Cinquecento lire dietro al Comò.
Avevo appena finito la mia lezione al Centro Recupero Anni Scolastici su come riprendere un frisbee finito su un albero servendosi di un sasso, un bastone ed un ragazzino occhialuto da costringere ad arrampicarsi, quando nel mio ufficio trovai ad attendermi Nicolyn Ravensburger.
Nicolyn era un mio carissimo amico di vecchia data. Eravamo stati compagni di studi all'Istituto di Formazione Professionale per Aiuto-Elettricisti e Facchini di Idraulici, avevamo condiviso le prime esperienze di scavo in miniera ed era lui a procurarmi le dritte migliori per il mio lavoro di tombarolo dell'avventura.
Era un bel po' di tempo che non ci vedevamo. Nicolyn aveva deciso di darci un taglio con la solita routine. Era stufo della sua vita abitudinaria fatta di impegni e scadenze fisse, così aveva deciso di mollare tutto ed andarsene. Era partito allora per un paese che non conosceva. Si perse, tornò indietro e riprese il suo posto da catalogatore di servizi da tè.
Era un vero topo d'archivio: sapeva ritrovare con una maestria impareggiabile i cucchiaini d'alluminio finiti per errore in mezzo alle tazze di coccio e rimettere tutto a posto.
Sapete, aveva avuto un'infanzia piuttosto difficile e per dimenticare si era buttato anima e corpo nella sua passione per l'attività archivistica. Non deve essere affatto facile per un bambino, specie per uno fragile e malaticcio com'era lui, vedere la propria nonna intenta in atti di zoofilia con un vitello. Ed era il vitello ad essere zoofilo.
Ad ogni modo, seppure con fatica, crescendo aveva superato il trauma ed ora era lì, seduto di fronte alla mia scrivania.
"Ciao Montana"
"Ciao Caccoletta-dalla-nonna-bovinamente-deflorata" (era questo il soprannome con cui era conosciuto fin da piccolo)
"Ho qualcosa di grosso per le mani"
"Anche tua nonna"
"Ti ricordi di Sir Roland Buzzin?"
"Chi, quello mezzo frocio?"
"Mi ha contattato l'altro giorno dicendomi che ha bisogno di noi. Gli sono rotolate cinquecento lire dietro al comò"
"Ommioddio!"
"Già"
"Ed ora scommetto che non riesce più a riprenderle"
"Si tratta di un'operazione della massima delicatezza. Solo tu sei in grado di riuscirci. Questo è un affare per te, Montana!"

L'occasione era troppo ghiotta. Una missione del genere capita una sola volta nella vita a chi fa il nostro mestiere. Avevo sete di nuove avventure.
L'indomani partimmo alla volta dell'Inghilterra. Destinazione, la tenuta di Sir Roland Buzzin nello Wiltshire.
Buzzin era un aristocratico erudito molto noto nel mondo dell'archeologia hobbistica.
Era stato l'ideatore della collana Costruisci da solo la tua collezione di farfalle da utilizzare come scusa per portare strappone in casa, era il maggior collezionista al mondo di noccioli di frutta comune ed era inoltre noto come l'uomo più bello di Malmesbury dopo Thomas Hobbes.
Persona di eccezionale sensibilità e grande animatore culturale, attento anche alla sfera ludico-folkloristico-tradizionale, a lui faceva capo il comitato organizzatore del Festival del Sollazzo Eugenetico, che prevedeva eventi sportivi di alto profilo come la corsa dei paralitici in discesa o la gara di nuoto sincronizzato per mutilati di guerra.
Amante dei motori ed interessato al misticismo, a lui si deve anche il coordinamento della Cronoscalata del Monte Athos.
Insomma, egli era la prova vivente che Darwin aveva ragione ma era stato troppo ottimista.
Ci accolse con estrema cordialità, sebbene qualche anno addietro aveva avuto un piccolo screzio con me: come la maggior parte dei ricchi mecenati, spesso anteponeva la propria egoistica e narcisistica soddisfazione di collezionista al bene comune, volendosi appropriare in maniera esclusiva di preziosi reperti. Avendo io particolarmente a cuore la causa, non transigevo facilmente su certe cose, così una volta lo incalzai: "Questa cosa dovrebbe stare in un museo!" "Ma questa è mia madre".
La querelle sul pubblico e privato era comunque acqua passata.
"Seguitemi", ci disse con il suo tipico modo elegante ed austero, scatarrando subito dopo.
Ci portò sul luogo del problema, in modo tale che io potessi prendere visione del Comò. Si trattava di un imponente manufatto ligneo dal peso approssimativo di duecento libbre risalente alla quinta dinastia del Mobilificio Harrison and Son and Cousin and Uncle.
"Una bella gatta da pelare", mormorò Nicolyn sbucciando un siamese.
Compresi subito cosa avrei dovuto fare.
"C'è solo un modo per recuperare le Cinquecento lire. Avremo bisogno di un oggetto particolare. Molto particolare..."
"Stai pensando a quello che sto pensando io?", chiese Nicolyn.
"Sì, se anche tu stai pensando alle Spogliarelliste Azteche"
"Ti riferisci dunque a...a...lui!"
"Ebbene sì: per spostare il Comò ci servirà il leggendario Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi. Solo con quello potremo avere qualche speranza"
"Ma alcuni pensano che si tratti solo di un mito, che non esista affatto"
"Mio padre non è mai stato di questo parere. Ci recheremo da lui oggi stesso. Nicolyn, prenota il primo dirigibile. E mi raccomando: che il vano bagagli sia comodo"
"Bene, conto su di lei, professor Smith", intervenne Sir Buzzin. "Vi affiancherò una studiosa di mia fiducia. Prego, entri pure, professoressa Mypussy".
La porta si spalancò ed apparve una donna bellissima: alta, capelli castani ed ondulati, labbra carnose, pelle serica. E dietro la professoressa. Non era malaccio. Una bellezza d'altri tempi, diciamo. Sarebbe stata un bel bocconcino, nel Paleozoico.
Mi sembrò subito che fosse attratta da me. Ogni volta che mi vedeva si bagnava. Solo in seguito scoprii che era incontinente.
"Professor Smith, le presento la professoressa Forget Mypussy. La stangona invece l'ho ordinata da una ditta di negrieri specializzati in tratta delle bianche. Bell'oggettino, non trova? Ad ogni modo, la professoressa Mypussy sarà la sua referente. Potrà chiedere a lei tutte le informazioni di cui avrà bisogno".
Decisi di metterla subito alla prova: "Che ore sono?" "Le cinque meno un quarto" "Complimenti, lei è molto preparata. Posso chiamarla collega?" "No". Però poi me la diede uguale. Non venni meno alla mia fama di sciupafemmine. In ambiente accademico ero noto come il Seduttore di Scorfani. Confermai la mia reputazione, il tempo di avviare una storia d'amore che ai produttori dei film su di me piace sempre, ed ero pronto per ripartire. Sarei andato da mio padre: soltanto lui avrebbe saputo dirmi qualcosa sul Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi.

Mio padre, Ohio Smith, era uno studioso schivo e riservato. Viveva appartato nella sua casa nel Minnesota circondato dai suoi libri sulle civiltà scomparse e quelle da far scomparire e qualche numero di Penthouse, ma solo quelli che avevano più di settant'anni: voleva essere certo che tutte le modelle che avevano posato nella rivista fossero morte da un pezzo. Eh, lui sì che era un vero archeologo nell'animo: nemmeno la passera gli piaceva se non era mummificata.
Da mio padre avevo ereditato tutto: la passione per l'antichità, il rigore nelle indagini, l'ernia al disco.
Sapevo di poter contare su di lui in ogni momento ed ogni situazione. I suoi consigli erano sempre assai preziosi: spaziavano dal "non ci pensare" a "la vita va avanti" ed era sempre prodigo di suggerimenti tecnici sulla nostra professione. Rammento ancora quando gli chiesi delucidazioni su come ripulire una stele incisa con scrittura cuneiforme dal nostro vicino analfabeta grafomane: "Non ci pensare, la vita va avanti", rispose.
Appresso al Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi aveva speso tutta l'ultima parte della sua vita. Il mancato ritrovamento era rimasto il suo grande cruccio, ma seppe indicarmi la via da seguire: mi disse che l'unico che avrebbe saputo svelarmi dov'era nascosto il Piede di Porco era il vecchio saggio Nontiresiappiù, il quale però abitava in un luogo impervio e pressoché inaccessibile in cui solamente il Predestinato sarebbe riuscito ad arrivare. Mio padre ce l'aveva quasi fatta, ma gli si fermò la macchina.
Mi consegnò la mappa che lui stesso aveva disegnato e mi salutò con affetto, abbracciandomi e sussurrandomi all'orecchio: "Non ci pensare, la vita va avanti".
Prima di uscire, mi voltai nuovamente verso di lui e proferii: "Papà, che senso ha tutto ciò se non vediamo una figa dalla prima guerra punica?" "Io ho amato una sola donna: tua madre. Era così bella quando la vidi per la prima volta durante gli scavi a Giza... Era in ottimo stato di conservazione. Dovresti farti una ragazza anche tu. Ci sarebbe la figlia della Luisa: è morta da appena tre giorni" "Ci penserò", conclusi, e me ne andai.

"Nicolyn, ora dovrò proseguire quest'avventura da solo: dovrò dimostrare di essere il Predestinato. Solo in questo modo potrò essere ammesso al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù"
"Fai, fai, tanto io ho una cena con i parenti"
"Salutami tua nonna. Ed il vitello"
"Eeeh, il vitello è cresciuto: è una bistecca, ormai"
E ci separammo.
Mi incamminai allora verso le scoscese e misteriose Distese dell'Urìn, ove risiedeva il vecchio saggio Nontiresiappiù.
Il vecchio saggio Nontiresiappiù era un veggente non vedente che viveva appollaiato nel punto più oscuro delle Distese dell'Urìn, conosciuto come lo Scroscio Giallo dell'Urìn.
I più sapienti della regione sostenevano che il fatto di vivere isolato sopra ad una rupe rocciosa su cui l'unica donna mai avvistata per quelle lande desolate era passata di sfuggita quarant'anni prima aveva contribuito alla sua cecità.
Fu un tragitto faticoso ed irto di pericoli che mise a dura prova la mia abilità. Rischiai la morte innumerevoli volte scalando pareti franabili, addentrandomi in foreste gremite di belve feroci, o quando mi andò di traverso una nocciolina.
Attraversai il Picco della Morte, il Valico del Terrore, la Fossa del Raccapriccio, la Valle delle Mutande in Mezzo al Sedere. Incredibile cosa si è disposti a fare pur di evitare il traffico all'ora di punta.
I miei sforzi, infine, vennero premiati ed indescrivibile fu la mia emozione allorché mi trovai al cospetto del vecchio saggio Nontiresiappiù.
Subito mi inginocchiai e recitai la formula rituale che mio padre si era premurato di insegnarmi:
"O venerabile vecchio saggio Nontiresiappiù,
con coraggio ed umiltà
ho superato le perigliose avversità,
sprezzante del dolore
ed incurante dell'odore.
Chiedo di venire ammesso alla vostra nobile e virtuosa favella
e prometto di tenere a freno le mie turbolente budella.
Lunga la foglia, stretta la via,
ponteponenteponteppì
eccomi, maestro, son io il Predestinato!"
"Ti facevo più alto"
"Ma allora lei ci vede!"
"No, ma un simile cazzone dev'essere per forza un tappo, se i detti dei nostri Padri corrispondono a verità"
"Maestro, son giunto fin qui alfin di dimandarle ov'è ubicato il loco in cui è custodito il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi"
"Perché parli in codesto modo, figliolo? Ad ogni modo, risponderò, ma dovrai decifrare l'Enigma degli Antenati.
Narra infatti l'Arcano Oracolo: 'Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi, scettro del dominio che ha il Cielo sulla Terra, giace sul fondo del Sempre e del Mai. Là dove si addormenta il tramonto e la notte cerca il pertugio dell'alba, sul limitar della Vita ch'è fonte di Morte, lungo il crepitio della Morte che ardendo bagna di Vita.
Praticamente vai sempre dritto, allo svincolo giri a destra, fai la rotatoria ed al secondo semaforo ti tieni sulla sinistra'.
Sii forte, ragazzo"
"Lo sarò".

Seguendo le indicazioni fornitemi dal vecchio saggio Nontiresiappiù, arrivai nella terra della tribù dei Bisfulchi.
I Bisfulchi hanno usi e costumi spaventosi: una volta a settimana, nella notte che precede il loro giorno di festa, sono soliti ammassarsi in luoghi chiusi, angusti e bui illuminati flebilmente da luci intermittenti; si abbandonano quindi a movimenti forsennati e scomposti seguendo ritmi martellanti battuti da uno sciamano posto in posizione più elevata rispetto al piano dove si svolge la disordinata danza; gli uomini accerchiano dunque le donne, strusciandosi talvolta contro le loro terga quasi a voler dar loro prova sensibile della propria virilità; ciò che li trascina e li domina è una ferina ansia dell'accoppiamento destinata a subire per la maggior parte lo smacco: solo i più valorosi, indomiti ed indefessi tra gli elementi della tribù riusciranno infatti a vincere il premio e solo ai più infaticabili Appuntatori alcune donne concederanno quella che essi chiamano Fregna Inextremis, lasciandosi trascinare nell'altrui capanna (sebbene la maggior parte degli animaleschi atti venga frettolosamente consumata dentro al carro che ogni uomo ha lasciato nella radura vicino al luogo del ballo).
Dopo giorni e giorni di appostamento, finalmente riuscii a sfruttare un momento di stasi e di assenza generale degli abitanti del villaggio. E' consuetudine dei Bisfulchi infatti abbandonare in blocco le proprie abitazioni nel giorno che sancisce la metà della stagione estiva; in tale occasione tutti i Bisfulchi si ammassano nel sentiero che conduce al mare per recarsi sulle spiagge arse dal sole, dove, dopo ore di attesa per via del disagevole passaggio tutti insieme attraverso il sentiero, si contenderanno il poco spazio disponibile sulla sabbia rovente. Gli antropologi stanno ancora cercando di capire, con scarsi risultati, quale sia lo scopo che li spinge a fare ciò. Nessuna soluzione finora è parsa soddisfacente, neppure la teoria proposta dall'insigne Charles Spòstati-Stronz che aveva a che fare sempre con la Fregna Inextremis.
Ad ogni modo, nel silenzio del villaggio vuoto, sottrassi il famigerato Piede di Porco e ripartii in tutta fretta, desideroso di lasciare al più presto quel popolo barbaro ed inospitale.

Volai fino a Malmesbury, dove ad attendermi c'era anche il buon Nicolyn Ravensburger. Il Piede di Porco della tribù dei Bisfulchi si rivelò uno strumento eccezionale: grazie a lui e con l'aiuto del fidato Nicolyn che ne seppe sviscerare tutto il disumano potere ripetendo le parole magiche "daje daje daje", spostai il Comò di Sir Roland Buzzin e recuperai le Cinquecento lire rotolate dietro.
Fui pagato profumatamente dal mio committente: mi diede un fusto di lavanda e due sacchi di salvia, dopodiché ci accomiatammo.
Al mio ritorno nel mio ufficio, trovai ad attendermi una busta da lettera. La aprii. Era della professoressa Forget Mypussy che mi diceva addio: "Mi piacevano il tuo modo di camminare, il tuo sopracciglio che si alzava di scatto, il tuo picchiettare sul tavolo. Peccato per tutto il resto".
Non me la presi. Mi dispiacque, certo, ma comprendevo benissimo i motivi che la spingevano a lasciarmi. Non è facile stare con uno come me: un giorno stai rotolando sui gradini di un tempio segreto Maya, un altro ti stai calando con una liana in una voragine dell'Africa Centrale, un altro ancora ti si toglie la catena della bicicletta e devi invocare gli Spiriti dell'Officina.
Noi avventurieri siamo fatti così: mai paghi di vita, mai sazi di esperienze, sempre in cerca di un prestito rateizzato.
Io son d'un'altra razza: son tombarolo.

 
20 Agosto 2008

Il Baretto dello Sport che c'è in me


A me lo sport è sempre piaciuto parecchio. Fino a diciotto anni, oltre a praticare il nuoto (l'acqua è il mio habitat naturale. Vedi a volte la sfiga: sarei stato un'ottima aringa ed invece sono nato essere umano), giocavo a calcio, anche con buoni risultati (ehi ehi ehi, inutile che fate quelle facce dubbiose: nella categoria Allievi Provinciali fui un giocatore rivoluzionario con la maglia dello Zepponami. Non si era mai visto un difensore centrale con le caratteristiche fisiche del fluidificante, la visione di gioco del regista, la velocità dell'ala, la tecnica da centrocampista, la resistenza da incontrista e soprattutto l'altezza da rifinitore. Poi, sapete, ero un discreto personaggio: mi presentavo agli allenamenti ed alle partite con i capelli ed il look alla Kurt Cobain, e non è affatto usuale nel mondo del pallone, specie a livello paesano. Ad ogni modo, fui protagonista di un'eccellente stagione e le mie prestazioni mi fecero guadagnare il plauso di allenatori ed avversari. Ok, fine del momento autocelebrativo medioitaliano, ma era da tanto tempo che volevo fare cenno alla mia insospettabile ed insospettata carriera calcistica). Inoltre non sono mai stato capace di stare fermo troppo a lungo. Sono persino un habitué tra gli omini incoattiti della palestra.
Il tutto per dire che: in questo periodo ci sono le Olimpiadi ed io me ne sto incollato allo schermo a guardare con passione fanciullesca ogni gara di ogni disciplina (tranne il badminton: ma che cazzo di sport è?!). Sì, lo so, sono a Pechino, sarebbe stato il caso di boicottarle (o, meglio ancora, farle altrove), ma mi sono giustificato dicendomi: "In fondo le guardo gratis, non do un euro per finanziarle, non pago neanche il canone, l'indice auditel non mi calcola, quindi per loro è come se non esistessi". Scusa che mi è servita non poco, visto che non me le sarei perse per niente al mondo (tranne se avessero incluso tra le discipline olimpiche la pesa del porco o se Eva Mendes e Jessica Alba mi avessero proposto un rapporto a tre in cambio del mio sciopero mediatico).
Perché mi piace così tanto lo sport e, di conseguenza, vado pazzo per le Olimpiadi? Perché nell'attività agonistica l'uomo mette alla prova i limiti del proprio corpo cercando ogni volta di superarli. E siccome "noi siamo corpo e nient'altro che corpo" (Nietzsche), superare i limiti e le capacità del corpo umano equivale a saggiare e varcare oltre i limiti dell'uomo stesso. Attraverso lo sport, la gara, si cerca di raggiungere l'oltre.
Non a caso le mie preferenze ricadono su boxe, ginnastica ed atletica.
Delle motivazioni per cui il pugilato mi affascina così tanto ho già parlato diffusamente in questo articolo.
La ginnastica, poi, mi sbalordisce lasciandomi meravigliato ed incredulo. Di fronte alla potenza dei mostri degli anelli od alle ragazzine che volteggiano in equilibrio su una trave dallo spessore di pochi centimetri, non vedo più semplici esseri umani: vedo individui che scavano dentro loro stessi per uscire fuori di sé e diventare altro da sé e di sé, emulando la forza e l'eleganza degli altri animali che sfidano la natura e la gravità.
Dell'atletica mi magnetizza soprattutto il salto con l'asta. Assisto ad ogni prova nella condizione psicologico-intellettuale densa di sentimento che Edmund Burke chiama astonishment, ovvero la sensazione tra lo sbigottimento e lo stupore che si prova davanti a qualcosa di sublime, tipica di chi si sta chiedendo: "Ma come cazzo fanno?!". Ecco, il salto con l'asta resterà per me sempre un insondabile mistero.
Ma ciò che più mi rapisce ed ipnotizza sono senza dubbio i 100 ed i 200 metri piani.
Queste due categorie di velocità rappresentano la quintessenza dello sport stesso: superamento di ogni barriera fisica, ricerca del massimo possibile nel minimo possibile, esplosione, grido dei muscoli e dello spirito. Durano un istante, ed in un istante è già tutto finito. Una manciata di secondi per superare se stessi e gli altri, spremersi, dare tutto senza averne quasi il tempo. Oltrepassare ogni confine imposto alla carne ed alle ossa, dalla carne e dalle ossa.
Ed oggi mi sento emozionato come un bambino: Usain Bolt ha vinto la medaglia d'oro nei 200 metri dopo essersi preso anche quella dei 100. Un'accoppiata che era riuscita al più grande: Carl Lewis. Ma stavolta, Bolt è andato al di là delle umane possibilità: 100 metri in 9.69 (peraltro rallentando negli ultimi metri per esultare), 200 metri in 19.30, il che significa record mondiale e record olimpico insieme in entrambi i casi.
Non so se vi rendete bene conto di cosa significhi: ci troviamo al cospetto quasi di un balzo evolutivo della specie e non solo di un fantasmagorico traguardo agonistico.
Bolt, peraltro, significa lampo. Quando si dice nomen omen. Se fossi più volubile, tremerei.
La finale dei 200 l'ho seguita con particolare attenzione: il supercampione lo conoscevo giusto da pochi mesi ed aveva subito catturato la mia attenzione; ma nei duecento metri avrebbe gareggiato contro il mio beniamino: Shawn Crawford, medaglia d'oro nella medesima disciplina ai giochi di Atene 2004.
Cominciai a seguire Crawford per una ragione a dir poco infantile: non avevo mai visto dei pettorali così grossi in un atleta. Dio mio, era un corridore, non un culturista! Quando lo vidi per la prima volta in televisione, non riuscivo a staccare gli occhi da quell'enorme massa muscolare. Mi sembrò di stare guardando He-man o Ken il guerriero finalmente incarnati e dipinti di nero.
Un palla di muscoli che sfreccia a velocità siderali: come non rimanerne incantati e divertiti?
(Per la cronaca, tifo appassionatamente per altre due sportive: la ginnasta Nastia Liukin, perché ha delle gambe da sballo e confesso che mi attizza non poco, e la velocista Allyson Felix, perché secondo me è una gran figa).
Usain Bolt contro Shawn Crawford: sognavo di vedere il giovane ineguagliabile talento rampante sorpassare il mio idolo e demolire il record di 19.32 di Michael Johnson che si credeva inespugnabile.
E così è stato.
Cosa posso chiedere di più, ora? A parte un'orgia con Eva Mendes, Jessica Alba, Nastia Liukin ed Allyson Felix, si intende.
Al termine della gara, ero così esaltato che sono andato a fare jogging a Villa Torlonia, battendo il record mondiale di culi squadrati in corsa.




Post Scriptum

Mi sono sentito un po' in colpa quando sono passato a buon ritmo davanti ad un paralitico sulla sedia a rotelle. Ma dopo, a sfregio, sono andato a saltellare davanti al Circolo Anziani.




Scritto Ulteriormente Dopo

Tra i sentieri del parco, ho incrociato un metallaro gracile ed emaciato accompagnato da una darkettona da paura.
Avoja a corre, stronzo.

 
17 Agosto 2008

Destino orbo


Sottotitolo: La sorte ti insegue e ti tira giù i pantaloni


Sotto-sottotitolo: Cronaca di un'agonia burlona



E' la notte tra il sedici ed il diciassette agosto, è sabato, domani sarà domenica (anzi, è già domenica, e si sente), dunque sei nel bel mezzo del tanto temuto ponte di Ferragosto.
Sei chiuso nella tua stanza seminterrata, con qualche sporadico spione che butta l'occhio quando passa davanti alla tua finestra. Nessuno resiste, così il pegno che devi pagare all'afa è mostrarti a chiunque abbrutito ed in mutande alla scrivania per non dover tappare le serrande.
Passi l'estate in città, per vari motivi: non hai il becco di un quattrino per andartene altrove, ma ti illudi che si tratta della tua mancanza d'entusiasmo che ti fa provare orrore per il concetto stesso di vacanza. "Non sono povero, è lo spleen", ti convinci.
Dai tuoi, la tua autonomia finisce dopo appena due giorni. Cessata la flebile sopportazione, cominci a rivalutare parricidio e matricidio. Inoltre il punching-ball in piazza per la sagra paesana ti fa provare un'insana invidia per i malati terminali di sclerosi multipla, quindi no, non è il caso, meglio tornare a casa, nella metropoli incandescente e desolata.
Masturbarti davanti ad un porno con disabili sarebbe l'unico modo per dare una svolta a questa serata. E lo fai.
Poi, improvvisamente, ti si spalanca una voragine allo stomaco. Fame, incontenibile, insostenibile fame. In frigo non hai nulla, ché sei rientrato solo oggi dopo due giorni di rustico ritorno alle origini nella terra natale.
"Va be', aspetto che apra il fornaio dietro casa". Ma è mezzanotte ed il panificio apre alle due. Due ore: chi ce la fa a resistere ben due ore ad una simile fame? "Merda, domani è domenica: il forno resta chiuso". Problema risolto. Ti balena l'idea che per risolvere la crisi alimentare nel Darfur sarebbe sufficiente un calendario di sole domeniche o, in alternativa, una pestilenza. Domani lo proporrai al comitato che assegna il Nobel per la Pace, decidi. Ma ora bisogna pensare a questioni ben più serie, tipo come raggiungere il kebabbaro di San Lorenzo senza fatica per fare incetta di felafel. Non hai la macchina, non hai il motorino, non hai la bici né il monopattino e non ci sono notturni comodi. Ti guardi i piedi e bestemmi.
"Un mezzo privato costa troppo e poi non voglio essere l'ennesimo cittadino che pompa CO2 nell'aria e bla bla bla": sei uno spiantato ecologista di merda, ti dici.
Indossi al volo le prime cose che ti capitano in mano: calzoni da lavoro, maglietta verdona inguardabile che usi per stare in casa e scarpe da ginnastica con cui vai a correre. E via, verso la forzata marcia notturna.
Per le strade non c'è un'anima. Pure i barboni sono in villeggiatura e ridono di te mentre si fanno massaggiare la schiena dalle cinesi in spiaggia.
Due chilometri a fette attraverso una desertificazione urbana in cui il cimitero del Verano spicca per vitalità.
Arrivi sudato a destinazione e scopri l'imponderabile: il tuo kebabbaro di fiducia è chiuso. Chiuso, esattamente. Non ti aveva mai tradito: gli stakanovisti che lo gestiscono condiscono riso anche sotto un bombardamento, ma stanotte, questa stramaledetta notte del ponte di Ferragosto, hanno deciso che basta, ci si va a divertire alla faccia tua.
Subito un interrogativo ti attanaglia: "Ma dove cazzo deve andare in vacanza quel panzone occhialuto siriano? Se dicesi orizzonte la linea apparente che delimita il raggio visuale di un luogo, per lui dicesi orizzonte la linea apparente posta mezzo metro davanti al bancone".
E te lo immagini spaparanzato su una spiaggia caraibica (che poi al massimo sarà Torvajanica, ma nei tuoi incubi vigili ha l'aspetto di Panama) attorniato da modelle in topless che friggono felafel per lui in riva al mare.
E sai già che quando riaprirà e tu tornerai inesorabilmente a nutrirti della tua droga, lui ti guarderà dall'alto in basso poiché saprà benissimo che in quella bollente e vuota notte tra il sedici ed il diciassette agosto, mentre lui si godeva il sole e la fica, tu avevi strisciato ad elemosinare un rotolo medio con patate piccanti, zucchine e cetrioli.
In cuor tuo ne sei cosciente, proprio come in cuor suo egli ne sarà cosciente e quando i vostri sguardi si incroceranno di nuovo, non avrai neppure la forza ed il coraggio di chiedere "poco piccante, per favore" e sarai costretto a mangiare ceci con la lava.
Intanto, sei grondante, malvestito, incazzato e sempre più affamato.
Con orrore, vieni a conoscenza del fatto che persino gli altri due kebabbari di ripiego sono chiusi. Mentre cerchi di non lasciarti traumatizzare dalle tue immagini mentali gremite di kebabbari che bisbocciano a Santo Domingo indossando una maglietta con la tua faccia, noti che in lontananza la rosticceria delle piene emergenze non delude mai.
Si tratta di una pizzeria al taglio malmessa e malfamata che più malmessa e malfamata non si può. Fatiscente, sporca, mal frequentata: ti specchi in una vetrina, osservi come sei conciato e capisci che fa perfettamente al caso tuo. E' la rosticceria ideale per chi si aggira di notte come un disperato nel quartiere che ad agosto viene abbandonato pure dalle blatte.
Entri, ordini, prendi una bibita.
Adesso ti stai saziando, hai la quiete dentro e tutt'intorno a te. Ti senti quasi bene e sollevato.
E allora perché, perché, perché mentre stai curvo e scomposto con la bocca sporca di pizza al pomodoro a scolare una bottiglia da mezzo litro di chinotto, abbigliato come un profugo in un locale di infimo ordine, perché, perché cazzo proprio in quel momento devono entrare tre ragazze carinissime?
Speri quantomeno che non ti notino, ma è impossibile: ci sei solo tu, lassù in quell'angoletto, solo come un tubero in un tavolo da otto.
Ti guardano e sai benissimo che stanno pensano "poverino".
Ti sbrighi a finire, ingozzandoti e pagando in fretta. "Non guardatemi, non guardatemi! Io non sono così, non sono così!" vorresti gridare, ma hai del prezzemolo in mezzo ai denti.
A passo svelto raggiungi la fermata del notturno, ma non passa mai, così capisci che è meglio rassegnarsi e proseguire a piedi.
Ed è proprio quando sei abbastanza lontano dalla fermata che vedi sfrecciare il 2 notturno, il dannato 2 notturno, il fottutissimo 2 notturno.
Altri due chilometri a scarpinare, stavolta con pizza e chinotto sullo stomaco.
Finalmente sei di nuovo a casa. La miscela esplosiva di carboidrati conditi ed agrume gasato si fa subito sentire: imperativo categorico, cacare, fortissimamente cacare.
Ti siedi sulla tazza ed il perno in plastica del sedile cede sotto le tue scoregge. Lo devi sostituire. Fortuna che hai il pezzo di ricambio nel ripostiglio: almeno una cacata comoda non ti sarà negata. Basta che trattieni ancora un po'. Resisti, ed il candore delle mutande ne risente.
Così ti ritrovi alle tre di notte a maneggiare con la tavoletta del cesso.
Alzi gli occhi al cielo ed esclami silenziosamente: "Dio, io non piaccio a te e tu non piaci a me, ma io non te l'ho mai fatto pesare".
Impari alfine una grande verità: agosto è il mese più freddo dell'anno, specialmente in Antartide.

 
14 Agosto 2008

Ho trovato la mia Donna Ideale

 



Il Genio, Pop Porno

 

 

La voglio *_____*
La voglio, la voglio e la voglio. Ecco. Uffa.
Siccome sono cosciente del fatto che nessuno me la regalerà, ormai la mia vita non può avere più senso. E considerando che non ce l'ha più da quando, bambino, ho scoperto che non avrei mai potuto avere una tigre corazzata come He-Man, ho raggiunto il grado -1 di disperazione.
Scavo l'abisso sul fondo dell'esistenza.

Lancio un accorato appello: Alessandra, so di essere basso, pelato, spiantato e miseramente normodotato pericolosamente tendente all'ipo, ma so anche che nessuno potrebbe lavare i piatti al posto tuo con l'amorevolezza con cui lo farei io! In fondo, mi basterebbe solo che ripetessi in continuazione la parola porno come sai pronunciarla solo tu. Ti sembra una richiesta eccessiva? Ho qui la salma di Alberto Castagna che fa il tifo per me.
Se proprio non mi vuoi, dimmi almeno che sei lesbica, così saprò che, se non a me, quantomeno non la darai a nessun altro uomo! E seppure non fosse vero, illudimi: la menzogna a fin di bene mi consolerà.


Grandi sono le pene quando non puoi appagare il pene.

 

 
06 Agosto 2008

Quotidiano bimestrale a-periodico


- Esce il libro di Fausto Bertinotti Le ragioni di una sconfitta. Testo del libro: "Fausto Bertinotti".




- Rapina in banca nel nuorese. Nulla hanno potuto i clienti per via del vetro divisorio.




- Piazza Navona. Animata risposta di Mara Carfagna alle dure accuse di Sabina Guzzanti. Ma non si è capita bene a causa della bocca piena.




- Pistorius non gareggerà alle Olimpiadi. Al carrozziere non sono arrivati i pezzi di ricambio.

Le sue ultime prestazioni peraltro sono state decisamente sottotono. L'atleta è apparso infatti un po' arrugginito, nonostante lo Svitol.




- Sono allarmanti le ultime statistiche sulla fame nel mondo: ogni anno milioni di bambini muoiono per dare lavoro a quelli dell'UNICEF.




- In vetta alle classifiche Bianca, il nuovo singolo degli Happyhours, scritto dal frontman Manuele Pecorelle. Particolarmente accattivante il ritornello: "Tu sei troppo bianca per restare/inosservata tra le nigeriane".




- Secondo recenti sondaggi, ai ricchi piace molto il capitalismo.




- Ricordate l'uomo che si lanciò dalle Torri Gemelle dopo l'attentato dell'undici settembre? Era solo un testimonial della Sector.




- Cinema. In lavorazione un kolossal di genere storico: nella Firenze del XIV secolo, un gruppo di mutilati di guerra si ribella alla ASL della città, ma la rivolta viene sedata con il sangue. Titolo dell'opera Il tumulto dei Cionchi.




- Fabio Fazio correrà alla maratona di New York. Sarà dura, a quattro zampe.




Ma adesso, linea alla pubblicità.




Test clinici dimostrano che fottere una bella fica è preferibile al subire un'aggressione, perdere il lavoro, ricevere una multa.
Vieni a mignotte al Bordello Bruschetta.
Bordello Bruschetta: perché è meglio meglio che peggio, no?





Bentornati in studio.




- Sensazionale ritrovamento nel mondo dell'arte: nei sotterranei del Vaticano è stata scoperta una seconda versione della Transverberazione di Santa Teresa che Gian Lorenzo Bernini realizzò subito dopo il complesso scultoreo di Santa Maria della Vittoria.

In questa variante, l'angelo viene addosso alla mistica.

Sembra che l'autore si ispirò ad uno dei passi meno noti dell'Autobiografia di Teresa d'Avila. Il brano in questione recita: "Allorché i' pensava con maxima cura et intensitate alla gloria infinita del Padre Nostro, la vision del prepotente faggio del pur efebico mandriano mingente mi distrasse da le mie preghiere et cogitationi. Mentre la man molcea lo mio languore con autonoma rapidità in fra le gambe, lo mandriano avvicinossi che quasi mi parea un agnolo et incalzò: 'Santa donna, tu ha' da venir stasera in su la stalla di Paride pecoraro', e presto ei mi propose energica ghenga banga. Indi il biondo aggiunse: 'Li tuoi capei mi paion ben asciutti. Urge rimediar e io so come fare'. Fiotto torrenziale m'imbalsamò la cute".




- Passiamo ad una notizia di interesse internazionale. Il papa ha iniziato quest'oggi il suo periodo di vacanza a Bressanone. Mio nonno invece è andato a Chianciano Terme. Ma vediamo il servizio.




INVIATO Allora, Sor Aristide, come si trova qui a Chianciano?

NONNO Bene, bene. La mi' moje ha insistito tanto pe' veni' che a la fine m'è toccat' a portaccela. Si era per me, e chi se movea da casa? Ma te dirò che mo' so' contento pure io: se magna bene e poi a me do' me mettono sto.

INVIATO Siete stati anche fortunati per quanto riguarda il clima...

NONNO De giorno è callo, ma sotto al pergolato se sopporta. La sera ogni tanto scenne 'n'arietta che si nun t'aripari 'l collo te frega subito, ma abbasta 'n giacchetto su le spalle e ce se sta.

INVIATO Cosa offre Chianciano Terme a chi si vuole divertire la sera?

NONNO Che te dico, io de sera magno 'n cucchiaro de minestra e vo a dormi'. Al massimo annamo co' la moje a pija' 'n cremino al baretto qua all'inizio de la via, ma co' 'st'ossa dopo du' passi tocca a mettese subito dentro al letto.

INVIATO D'altronde quest'anno la sciatica va molto nelle mete più cool dell'estate. Beh, nonno Aristide, un caro saluto ed un augurio di buon divertimento per il prosieguo della sua villeggiatura.

NONNO Eh, speramo d'arriva' a la fine...Bonasera a tutti.




Bene, siamo in conclusione, ma non perdetevi a seguire lo Speciale Cultura, che stasera sarà dedicato a Santa Maria Goretti. Titolo della puntata Ma non era meglio darla senza tante storie?.
Ospiti in studio saranno Monsignor Lorenzo Chiarinelli, Antonio Socci e Jessica Rizzo, pornostar incolume (per il contraddittorio, coadiuvata da Don Gelmini).




Arrivederci e via con la sigla: "Daje de tacco, daje de punta, quant'è bbona la sora Assunta...".

 
03 Agosto 2008

Le rimembranze scomode, o del primo amore e delle ultime verità


Sottotitolo: La verità, vi prego, sull'amore, risparmiatemela

Sotto-sottotitolo: Verranno a chiederti del nostro amore. Tu nega

Titolo sottomesso: Beauty is Truth, Truth Not

Titolo ultima ruota del carro: Il Vero è nemico del Poetico


Ah, il primo amore. Quanta gioia, quanto entusiasmo, quanto mistero. E quant'è bello se poi si rimane amici con la persona che per prima ha fatto breccia nei tuoi sentimenti, scoprendo insieme a te i segreti silenziosi dei palpiti, il trasporto tumultuoso della passione.
Può capitare così di ritrovarsi una calda sera d'agosto a ricordare i bei tempi andati, amanti ieri, fraterni amici oggi, e sorridere quasi commossi del primo reciproco ratto del cuore.
E la memoria corre, malinconicamente serena e paga, ad inseguir gl'istanti perduti che ancora ardono conservati nel petto. E si ride insieme, come allora, diversi da allora, ripercorrendo la rotta dei passati sguardi e tentennamenti ed abbandoni, ad intrecciar parole nuove e antiche ove un tempo si intrecciavan mani e lingue ed esitazioni.
E ci si lascia andare ad un felice rimembrar l'adolescenza, persi tra poesia bambina e calore adulto.


LEI Eri così carino a quindici anni...Mi piacevi davvero da impazzire. Ricordi il nostro primo bacio? La vancanza-studio, quell'albergo a Londra...Eri così timido e sensibile...Mi baciasti e scappasti via.

IO No, è che mi ero sborrato nelle mutande.


 
01 Agosto 2008

Allegoria della mia vita


Ieri sera, mentre stavo parcheggiando in salita la mia scassatissima Uno 45 quattro marce (no, ha vent'anni e passa, quindi non ha nemmeno la quinta), la macchina ha deciso di abbandonarmi spegnendosi irrimediabilmente quando ancora era per metà in mezzo alla strada.
In quel momento è passato un mio vicino di casa, due anni meno di me, altissimo, biondissimo, fighissimo, accompagnato dalla ragazza, trentenne, di una bellezza folgorante.
Offrendosi prontamente e gentilissimamente di darmi una mano, si è messo al volante della mia archeologica automobile per aiutarmi a toglierla quantomeno dalla corsia, mentre io la spingevo su per una pendenza degna della cima Coppi coadiuvato dal mio amico provvidenzialmente sopraggiunto nel frattempo.
Il tutto è avvenuto sotto lo sguardo compassionevole della super passera, i cui occhi erano pieni d'orgoglio per il proprio munifico fidanzato dalla fluente chioma ed il sorriso cristallino, tanto prodigo da abbassarsi a soccorrere un calvo sudato e malvestito che non poteva permettersi neppure una vettura funzionante.
Mentre io, ringraziando doverosamente, chiudevo la portiera al mio trabiccolo, l'efebo altruista si allontanava con la propria donna fuoriserie.

Non sono io ad avere un gran senso dell'umorismo: è la mia esistenza ad averne in esubero.


Appendice - Gargarisma dell'estate

"E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che gli venga in mente di tentare".

 
31 Luglio 2008

L'altalena


La vita è un balocco.
Nel film I picari di Mario Monicelli - liberamente tratto dal Lazarillo de Tormes, libro del 1554 il cui anonimo autore spagnolo è considerato il fondatore del romanzo moderno - il personaggio di Guzman de Alfarache, interpretato da Giancarlo Giannini, ripete in continuazione questa secca e misteriosa massima, tanto che Enrico Montesano nei panni dello sventurato quanto estroso Lazarillo non si dà pace e manifesta un fastidio crescente di fronte all'enigma apparentemente insensato del saggio e buffo tormentone.
Ho sempre ritenuto che neppure gli autori della pellicola - i grandi Age, Scarpelli e Monicelli - avessero bene in mente il significato del breve aforisma quando gli balenò in mente per caratterizzare il personaggio e sono sicuro che essi stessi si interrogarono a lungo sul senso della loro trovata. Probabilmente uno di loro ebbe l'idea e gli piacque subito il suono dell'espressione, senza comprenderla fino in fondo, coinvolgendo successivamente nel fertile dubbio i compagni d'arte. Suonava a meraviglia, portava con sé un'aura ed un'aria sommamente curiose, quindi tanto bastò per inserirla nella sceneggiatura.
Ma sono sempre stato convinto anche del fatto che i tre giganti della commedia avvertissero istintivamente che c'era qualcosa di più in quelle cinque parole, un contenuto di verità che stava davanti ai loro occhi e che eppure costantemente se ne fuggiva.
Perché chi ha dimestichezza con il Comico, ha familiarità con il Vero.
Quella formula racchiudeva un segreto, parlava con estrema semplicità schiudendo una verità elementare, celata però dall'abisso ermetico che ciò ch'è palese sempre spalanca di fronte alla mente di chi indaga con dovizia e minuzia.
Il senso profondo di quella massima mi si è rivelato all'improvviso, come un'intuizione inaspettata, qualche sera fa, mentre andavo sull'altalena.
Sì, sono sempre stato un grande appassionato dell'altalena, un fanatico, quasi un maniaco. Quand'ero bambino, non resistevo dal lanciarmi su ogni altalena che scorgevo. L'altalena era per me un richiamo magnetico, troppo ghiotto. Mi fiondavo sul sedile, serravo le mani intorno alle catene e cominciavo a darmi spinte decise. Chiudevo gli occhi, prendevo a poco a poco velocità e mi dimenticavo di tutto il resto.
Oggi che sono un uomo, non è cambiato alcunché. Magari i sedili mi vanno più stretti, prendo velocità più in fretta, le altezze raggiunte non mi sembrano più così vertiginose; ma la gioia fanciullesca per quella sensazione di dondolante libertà è rimasta immutata.
L'altalena rappresenta per me tuttora un'attrazione irresistibile ed irrinunciabile.
Qualche sera fa, dicevo, mi trovavo in un parchetto insieme ad alcuni amici. All'interno di un recinto, accanto a bassi scivoli spericolati e cubici percorsi avventurosi per piccoli temerari, la visione di un'altalena si è imposta alla mia attenzione, catturandomi ed assorbendomi completamente. Mi sono isolato dagli altri e d'un tratto mi sono ritrovato a percorrere il sentiero dell'infanzia. E' bellissimo riscoprirsi bambino quando si ha la consapevolezza di un adulto.
Poco lontano, un gruppo di ragazzi mi guardava con la faccia di chi ha appena visto un venticinquenne pelato sfoderare un sorriso ebete mentre va sull'altalena.
E' stato lì che ho capito. La vita è un balocco. E l'ho capito mentre non ero più niente, non ero più questa persona in relazione con quelle persone e con questo mondo: ero solo un corpo che si beava dell'aria, che nell'aria si librava, ghermito con leggerezza dalla frescura d'una notte estiva.
Andavo avanti e indietro, sospeso in un vuoto d'incanto, ed ero solo notte e nulla. Ed ero finalmente io, indipendentemente da tutto. Ero il buio che mi circondava. Perciò mi sentivo esplodere di luce. A volte basta così poco... Quando sei sull'altalena, non sei né sole né ombra. E' per questo che stai bene.
I crucci e gli affanni, d'un tratto, mi sono sembrati ben misera cosa.
E' stato a quel punto che ho pensato al potere. Al potere, sì, sintesi e sommità suprema di tutto ciò ch'è annoso e serioso e noioso e faticoso. E vano.
In quel momento ho riso del potere più di quanto ne abbia mai riso in vita mia, come mai ne avevo riso prima.
Ho provato ad immaginare i potenti della terra dondolare su un'altalena sgangherata e cigolante e mi sono detto che Bush, ad esempio, non saprebbe godere del dondolio. Si vergognerebbe, non potrebbe farlo, ché il potere è fatto di contegno e deve offrire di sé un'immagine austera, rispettabile, temuta.
I volti convinti sopra le grottesche giacche rigide strozzate dalla cravatta mi son sembrati facce di goffi burattini, automi di legno mal sgrezzato, robot senz'anelito vitale.
La vita è un balocco. Quant'è dunque stupido chi si prende così sul serio.
"Chilometri di secondi/per conseguire la morte esatta", scrisse Paul Eluard. Andando sull'altalena ho compreso anche questi due versi. Si imparano tante cose, andando sull'altalena.
L'ansia produttiva, il fare-fare-fare, l'imporsi per contare, il competere per sentirsi in pace: un'irta scalata costellata di sangue e sudore per raggiungere la vetta; ed in cima, guardando in basso, ci si accorge che non ci si è mossi di un passo. Poi, sulla superficie liscia e sdrucciolevole dei ghiacci perenni, si scivola ancor più in giù di dove si è partiti.
Tanto impegno per arrivare al gelo eterno.
Mentre andavo sull'altalena e mi sentivo così bene ed era tutto così bello, ho pensato che il potere è una cosa tediosa e grigia. E le cose tediose e grigie piacciono solo alle anime brutte.
E' questa la verità dei picari: la vita come un'altalena.
Io al potere preferisco l'altalena.

 
28 Luglio 2008

Italian Hostel


A Bolzaneto, quarantacinque uomini dello Stato, al riparo in una caserma (”Tutto questo palazzo è una grande tomba”, cit.), hanno torturato per ore ed ore decine di ragazzi e ragazze.
La sentenza ha assolto trenta carnefici e ne ha condannati solo quindici, peraltro con pene minime.
La cosa curiosa è il risarcimento: i ministeri degli Interni e della Giustizia dovranno versare quindici milioni di euro totali per i danni morali e materiali subiti dalle vittime.
Praticamente è come se gli aguzzini avessero pagato per poter torturare a piacere ed in piena impunita libertà.
Questo mi ricorda qualcosa.
Nel film Hostel di Eli Roth, dei ricconi sborsano grosse cifre di denaro per torturare ed uccidere ragazzi e ragazze appositamente rapiti e segregati nel chiuso di un enorme stabilimento isolato.
Nella realtà democratica italiana si è fatto addirittura un passo avanti rispetto alla finzione cinematografica: ci pensa lo Stato a pagare per permettere anche agli uomini del suo braccio armato - i quali non possono contare su grandi disponibilità economiche (ché lo stipendio di un poliziotto o di un carabiniere non è poi un granché) - di divertirsi con spassose e ricreative torture.
Immaginate il vantaggio: è sufficiente arruolarsi e qualcun altro paga al tuo posto affinché tu possa godere delle attrazioni dell’Italian Hostel.
Il solito assistenzialismo del Belpaese.




 

 
25 Luglio 2008

Il grigiore dei terroristi e la pavidità degli umoristi


Credo che ogni passione vera viva di rabbia e di amarezza. Affiora dalla rabbia, come un gigante che emerge da una palude, e scivola e galleggia nell'amarezza. Poiché non c'è sentimento più rabbioso dell'amore, né slancio più dolce dell'odio.
Amore ed odio godono e patiscono d'un'interdipendenza necessaria. L'amore senza odio è un'emozione di plastica. L'odio senz'amore è un livore infantile. Perché non ci può essere amore sincero per qualcosa senza l'odio puro per qualcos'altro. E solo chi sa odiare con tutto se stesso è in grado di amare con trasporto.
Io odio. Odio così tanto da faticare spesso ad addormentarmi la notte, tanto mi pesano alcuni pensieri. Odio è una parola troppo piccola per contenere tutto il disprezzo che covo dentro per le cose che combatto e detesto. E questo perché so provare un amore sconfinato, perché so stupirmi e meravigliarmi, perché basta un niente per farmi rimanere a bocca aperta, perché so scovare la bellezza, sono capace di penetrarne l'essenza che sempre mi sfugge e sempre inseguo.
Ad esempio, amo così tanto gli animali che non posso non odiare chi fa loro del male o chi contribuisce al loro massacro; amo così tanto lo splendore della natura che non posso non odiare chi la stupra; amo così tanto l'armonia tra gli uomini che non posso non odiare chi la guasta suonando note cacofoniche e stridenti.
Se io non disprezzassi ciò che è nemico di quel che amo, il mio amore sarebbe ben misero, insulso.
Il mio fervore politico si nutre d'ira, un'ira continua, che non dà tregua. Non mi sento mai in pace e forse non lo sono mai stato in vita mia. Patisco troppo le storture del mondo e dell'esistenza, così tanto da non sentirmi mai tranquillo, mai a mio agio.
Mi capita di passeggiare per le vie della città, in mezzo alla folla, assillato da un unico pensiero: spazzare via tutto, tutto e tutti. Demolire, distruggere, radere al suolo.
E mi capita di sorprendermi spesso a fare i conti con un pensiero pesante, ora schivandolo, ora accogliendolo e quasi coccolandolo: vivo con profondo senso di colpa e malcelata vergogna il fatto di non essere un terrorista.
Al di là dell'utilità più o meno dubbia che possa avere il gesto politico estremo, senza entrare dunque nel merito della spinosa questione, l'ardore che mi blandisce e tormenta mi fa provare un'incontenibile desiderio di eliminazione: cancellare i nemici della giustizia, della pace, dell'etica, dell'uguaglianza.
I ricchi epuloni dei governi o dei consigli d'amministrazione delle multinazionali, che a cuor leggero decidono della vita e della morte dei poveri e di noi tutti; la squallida e disarmante grettezza dei razzisti, degli omofobi, degli educati e dei moderati; l'ottusità dei credenti e dei religiosi; la stupidità degli schiavi e la disumanità dei padroni; ecco, di fronte a tutto questo, vorrei solo sparare, far saltare in aria, abbattere, poiché non c'è speranza e la speranza fa vivere nel passato illudendo che si tratti di uno sguardo sul futuro. Mentre bisogna agire nel presente, ora, subito.
Ma se un terrorista non lo sono e probabilmente non lo sarò mai è per via di due condanne salvifiche che da sempre mi gravano addosso: la condanna della pavidità e la condanna del senso dell'umorismo.
Ci vuole un coraggio che non ho per imbracciare un fucile od innescare il tritolo. Mea culpa, mia viltà. Ma ci vuole anche un'esagerata capacità di prendersi sul serio.
Guardando le interviste ai brigatisti mi hanno sempre colpito due aspetti particolari: la loro somma convinzione ed il loro sconcertante grigiore. Non sorridono mai, sono cupi. Hanno dimenticato la gioia corrosiva del Comico. Sono individui tragici, solo tragici, completamente tragici. E per la loro convinzione li ho sempre esecrati (forse aveva ragione Fratello Mitra: "borghesi che giocano alla guerra". E non si può combattere il potere se poi ci si appropria del massimo del potere che è quello di arrogarsi il diritto di vita e di morte sugli altri), ma anche, al contempo, segretamente, in fondo, ammirati.
Io credo nella forza sovversiva della satira. Sparo battute perché non so sparare pallottole. E non sparo pallottole perché so sparare battute. Ogni mia singola parola umoristica è densa di odio, colma di disprezzo, traboccante d'ira. Eppure suona conciliante grazie al suo valore catartico.
C'è chi nasce terrorista e c'è chi nasce umorista. Ed in ogni umorista freme e trema un animo da terrorista.
Io sono un satiro che sa ridere e non sa sparare.
Mi piace pensare che molta gente debba la vita alla mia vigliaccheria ed alle mie cazzate.

 
23 Luglio 2008

Date a Cencio quel ch'è di Cencio

 

Sottotitolo: "Impressioni di settembre? Me so' fatto 'n culo così, so' finito, e ma 'sto stronzo l'ulìe j'hanno fatto un diciannove" "Un diciannove?! Bono! Je pijasse 'n corpo" "Bono sì, mannaggia al santissimo sacramento sull'artaraccio"


A chi è cresciuto davvero in campagna, le idealizzazioni idilliache ed arcadizzanti della vita agreste fanno sempre uno strano effetto, suonando pressoché assurde e financo risibili nella loro quasi forzata ingenuità.
Perché ecco, le cose nei campi vanno un po' diversamente rispetto a come credono taluni artisti urbani.
Sopra tutte le opere d'ispirazione georgica e bucolica, Impressioni di settembre della PFM mi fa ogni volta stocere il naso e mi lascia interdetto. Poesia, sogno, pace, fantasia, romanticismo? Puah, poveri illusi: ben altro si muove lontano dalle città, dalle accademie metropolitane e dai centri di irradiazione culturale.
Ho reputato dunque opportuno nonché doveroso ristabilire la verità dei fatti attraverso una traduzione ritmica della più coverizzata e fallace tra le canzoni italiane.
Cliccate qui e divertitevi con il primo esempio al mondo di karaoke iperrealista strapaesano.


Impressioni di settembre

 


Mogol – Pagani – Mussida

 

 



Quante gocce di rugiada intorno a me

cerco il sole ma non c'è.

Dorme ancora la campagna forse no

è sveglia

mi guarda

non so.

Già l'odore della terra

odor di grano

sale adagio verso me

e la vita nel mio petto batte piano

respiro la nebbia

penso a te.

Quanto verde tutto intorno

e ancor più in là

sembra quasi un mare d'erba

e leggero il mio pensiero vola e va

ho quasi paura che si perda.

Un cavallo tende il collo verso il prato

resta fermo come me.

Faccio un passo

lui mi vede

è già fuggito.

Respiro

la nebbia

penso a te.

No cosa sono adesso non lo so

sono un uomo

un uomo in cerca di se stesso.

No cosa sono adesso non lo so

sono solo

solo il suono del mio passo.

E intanto il sole

tra la nebbia filtra già.

Il giorno

come sempre

sarà.

 

Le vere impressioni di settembre

 


Il Bescio – Gige Cazzo – 'l pòro Memmere

 

 



Le bestemmie del fattore sul trattore

cerco Uccio ma non c'è.

Il ramato l'hae passato? Forse no

ti l'ìo ditto

si 'n te sbrighe

te le do.

Già l'odore dello stabbio

odor de mmerda

de le vacche de Filiè.

Le galline l'hae guernate, dio scannato?

La sbobba pe' 'l porco

la do a te.

La maese tutto intorno

e ancor più in là

come cazzo fo a zappalla?

E Arduino je dà ancora a smorghina'

il pasquale si s'ingolfa so dolori.

Un somaro sciottolato là pe' 'l prato

resta fermo come me.

Faccio un passo

lui mi vede

m'ha puntato.

Scappo

si me chiappa

me ce dà.

No 'sta filagna me sta a fa' smadonna'

nun se lega

lo spago fonfo de Batore.

No si le cunije le sgozze adesso che ce fo?

Jò ma l'orto

cava 'n po' de peparone.

Un cucchiaro

de minestra e vo a dormi'.

Ma domani

vo a mignotte

a monta'.


 
15 Luglio 2008

"Diario simulato" 18 - Se fossi un pessimista cronico


Sottotitolo: ehi, ma io SONO un pessimista cronico!

Avvertenza: diario meno simulato degli altri, ma non eccessivamente. Liberamente tratto dall'inevitabile sconforto di un intelligente di fronte al tragicomico spettacolo dell'umanità.


La vita è bella, quando non si nasce.
Io ce l'ho messa tutta, ma niente. Quand'ero uno spermatozoo, sono finito nell'ovulo solo perché sono inciampato.
Appena uscito dal ventre di mia madre non piangevo. Ero troppo amareggiato. Così il medico mi ha schiaffeggiato. E' stato in quell'occasione che ho imparato che quando stai male c'è sempre qualcuno pronto a dartici sopra il resto.
Nonostante tutto, in qualche modo sono cresciuto. Poco, s'intende. Ed eccomi qua, il giorno del mio compleanno. Ho ricevuto un mucchio di auguri. Ho ringraziato tutti. Mi sento piuttosto sorpreso: pensavo di morire più giovane. Infatti sono un po' deluso.
Per festeggiare, mi sono dichiarato alla ragazza che amo in gran segreto da tanto tempo. Le ho telefonato e le ho detto: "Visto che hai sopportato la tubercolosi, perché non ti metti con me?". Ma ha detto di no. Ha detto di aver bisogno di un uomo più vivo, più gioviale, più entusiasta della vita. "Ma io lo sono!", ho controbattuto. "Ultimamente ho preso persino a guardare a sinistra prima di attraversare la strada e giuro che presto inizierò a controllare anche a destra". Ma non c'è stato verso. Lei vuole adrenalina, imprevedibilità, follia, ha detto. Mentre io considero un evento mondano tutto ciò che accade fuori dalla porta del mio cesso, ha detto. Eppure tutti mi hanno sempre detto che ho la stessa energia trascinante di Gino Paoli, solo con minore grinta.
Va be', poteva andare peggio. Potevo andare in coma e risvegliarmi a Carramba che fortuna.
L'unico guaio è che il testosterone comincia a darmi noia. Non dico che non scopo mai, ma oggi quando ho aperto il cassetto del comodino e ci ho visto dentro i preservativi sono scoppiato a ridere. Non so da quanto siano lì, ma ricordo di averli ottenuti tramite baratto. Credo siano fatti di budello di lepre.
Giusto ieri però mi sono state dedicate delle parole bellissime. "Tu sei erotismo. Quando parli, per le cose che dici e per come le dici, sei erotismo", mi ha detto una ragazza che la dà ad un altro.
Ma d'altronde, come diceva il poeta, "la fica, se uno non ce l'ha, non se la può dare".
Ho pure la tosse. Vivere nuoce gravemente alla salute.
E' vero, la vita è un gioco. L'importante è ritirarsi.
Che poi, che senso ha vivere senza poter venire in faccia ad Alicia Keys?
Per fortuna c'è la musica a tirarmi su il morale. La settimana scorsa sono andato al concerto dei Radiohead. Ero tra la folla sul prato. E' stata una bellissima nuca. Mi chiedo sempre dove sia il Direttorio quando serve. Inoltre è valsa davvero la pena spendere cento euro per sentir cantare in coro diecimila dilettanti.
La vita è un gran trambusto. Ah, quante soddisfazioni, se fossi nato paralitico.
Bah, esistere è davvero assurdo. Assurdo come avere un boy scout tra le mani e risparmiargli la vita.
Ad esempio, il mio sogno più grande è sempre stato quello di scrivere una commedia che tenesse testa a Morte di un commesso viaggiatore e domani attacco il lavoro all'ufficio postale. Da qualche parte ho letto che a Guantamano ne hanno riprodotto uno. Ci fanno mettere in fila i detenuti, li sballottolano da uno sportello all'altro e quando arrivano alle raccomandate confessano tutto.
Chissà, magari un giorno diventerò famoso. Di sicuro sarò già morto da un pezzo. Non è una vera ingiustizia che le opere postume, che sono sempre le migliori, non fruttino passera?
Sono certo che Raymond Radiguet avrebbe preferito di gran lunga essere un pastore analfabeta che si fosse inchiappettato le capre fino a novant'anni.
Che fatica, la vita. Il mito di Sisifo è veritiero, sebbene non tenga conto dei semafori.
Come se non bastasse, altre beghe sono arrivate con il trasloco. Nella nuova casa ho dovuto combattere contro gli scarafaggi. Enormi. Non voglio fare il solito esagerato che quando una cosa capita a lui è sempre apocalittica ed interstellare, ma uno si è presentato come Gregor Samsa.
Mi sono dovuto alleare con le locuste.
Dopo la battaglia ero davvero stremato. Mi sono coricato sul letto, ma nella stanza c'erano due zanzare. Così me ne sono andato per non disturbare.
Mi sono addormentato sul divano, ho fatto un sogno erotico, ma ho fatto cilecca. E' proprio vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Un grande insegnamento rimbomba nella mia anima cassintegrata: "Beati i poveri, perché moriranno prima".
Forse che forse, dovrei essere sulla buona strada.

 
09 Luglio 2008

Un condannato a morte che non fuggirà


Ogni animale è un capolavoro.
Ci stavo pensando in questi giorni, essendo andato a far visita ai miei genitori nel mio paese d'origine. No, non lo stavo pensando a proposito dei miei genitori: loro sono al massimo un film di serie B od un romanzetto del Reader's Digest ("oooh, che cattivo, intacca la sacralità delle figure paterna e materna!"). L'ho pensato guardando un maiale rinchiuso in un porcile nelle campagne presso la casa dei miei nonni.
Mi sono soffermato ad osservare quel buffo quadrupede, assurto nel linguaggio comune a paradigma di ogni nefandezza: "sei un porco", "sudi come un porco", "sei sudicio come un maiale", "porca miseria", "dio maiale" (come se tra i due termini, l'insulto fosse "maiale"), "è un maniaco, un vero porco", e via dicendo.
Insomma, l'uomo scomoda il maiale ogniqualvolta debba rilevare un atteggiamento che sia massimamente viscido e sgraziato.
Ed invece quel maiale grugnente e maleodorante che si muoveva goffamente in quell'angusto stabbiolo pieno di merda mi è sembrato una vera meraviglia. Ed è una sensazione indescrivibile notare come anche quello che viene considerato tra i più brutti degli animali possa apparire ad uno sguardo attento una fonte di incomparabile stupore ed emozione.
I suoi occhi attenti e vivi, il suo corpo massiccio che ispira un'austera rustica potenza, la sua possanza primigenia e popolana, mi hanno mostrato quel maiale in una luce del tutto inedita: forse per la prima volta in vita mia ho compreso la sua nobiltà rurale, una sorta di aristocrazia naturale celata dal letame ed al contempo esaltata da esso.
La bellezza sa annidarsi ovunque; basta saperla scovare.
Peraltro, forse non tutti sanno che un maiale adulto ha le medesime capacità intellettive di un bambino di tre anni. Praticamente in Italia potrebbe fare il ministro delle comunicazioni.
Un pensiero però mi è subito precipitato addosso spezzando quello strano incanto: mi è balenato brutalmente infatti che in capo a pochi mesi quel maiale sarebbe stato ucciso.
E' usanza antica nei paesini della Tuscia scannare il maiale a dicembre, in genere l'otto, in occasione della festa della Madonna. Pressappoco un tributo pagano mescolato a tradizioni contadine e cattolicesimo popolare. L'uccisione del porco diviene una specie di macabra festa: si invitano amici e parenti per cena e via, grasse risate in compagnia mentre si consumano le spuntature della bestia sgozzata e si cuociono i fagioli nel lardo e nel sangue ancora caldo.
Ho quindi provato una rabbia indicibile nel guardare quel condannato a morte certa agonizzare inconsapevolmente nella sua prigione lercia. Quel maiale era un capolavoro della natura ed in capo a pochi mesi la sua vita volenterosa e desiderosa di esistere sarebbe stata stroncata per il sollazzo di un pugno di miserabili esseri umani vogliosi di passare una serata di vile spensieratezza e squallida buona tavola.
"Gino, passame 'sta sarsiccia!" "Bbone 'ste braciole, Mari'" "Haha, ma te ricordi quella volta che semo annati a rimorchia' le tedesche a Montalto?" "Hahahahahahaha" "Ma 'nsomma l'Inter ch'ha fatto?" "Bellissimo quel film" "Ma il libro è meglio" "Prendo un altro po' di coppa" "Domani ci vieni alla mostra?" "Ma che ce freeegaaa ma che c'impooortaaa" "Un brindisi!" "Sotto col cotechino!".
Ho pensato allora che quando un capolavoro viene sacrificato per far gozzovigliare uno o più imbecilli che hanno bisogno di quattro spiedini per sentirsi vivi, mi vergogno di appartenere a questa specie infame.
Poiché non c'è speranza per chi la bellezza la ammazza, la divora, la digerisce, la caca, la dimentica.

 
07 Luglio 2008

"Perle" 9 - L'artista è un miracolo della natura


Torno su Massimo Troisi. Perché non posso farne a meno. Perché è necessario. Perché mi serve, perché ci serve. Perché di Massimo Troisi abbiamo bisogno.
La civiltà non può fare a meno della parola degli artisti, poiché essi sanno guardare in profondità, sanno guardare oltre, sanno guardare l'oltre, e ci insegnano ad osservare ciò che sta sotto ai nostri occhi ma che non siamo capaci di vedere. Il grande artista sa donare la vista ai ciechi. E noi, noi saremmo tutti dei miopi e dei presbiti al buio senza l'opera del genio che ci facesse da lente.
Ho sempre reputato che la vera immensità di Troisi traspaia soprattutto nelle interviste. Quando parla a ruota libera, Troisi mostra tutta la sua levatura umoristica, politica, culturale, umana. Egli è un capolavoro incarnato. Ed i capolavori ci rendono migliori.
Lina Wertmuller, in questa bella raccolta di dichiarazioni prestigiose, dà una splendida definizione di Massimo Troisi: egli è insieme Pulcinella e Pierrot, ovvero la dissacrazione sanguigna e la malinconia poetica. In questo, egli diviene l'artista per eccellenza: in lui, per lui, attraverso di lui, rumoreggiano e sospirano infatti entrambe le anime del creatore, ovvero il Comico, ch'è ragione e solare follia, ed il Tragico, che è disperazione e lunare nobiltà.
Sul finale della seconda parte del medesimo collage d'interviste, Marco Messeri cita Cosimo de' Medici: "L'artista è un miracolo della natura, non è un asino vetturino".
Ed i miracoli sono artefici e forieri di stupore.

 





 

 

 
05 Luglio 2008

L'ira di un vegano godereccio


E' giunta l'ora di fare chiarezza, di squarciare la coltre delle tenebre, di strappare il velo della menzogna e far risplendere la verità in tutto il suo fulgore: la mozzarella nella pizza con le patate non c'entra una fava.
Quando un individuo compie il passo etico decisivo ed abbraccia la scelta - o meglio, adempie al dovere - vegan rinunciando a nutrirsi di animali, è ben cosciente di ciò a cui andrà incontro: una maggiore fatica ed un impegno più attento nella scelta degli alimenti, giacché l'umanità tristemente fonda gran parte della propria gastronomia sui prodotti ottenuti dallo sfruttamento, dalle torture e dall'uccisione di altri animali non umani.
Ma c'è una cosa che un vegano amante della buona tavola non è disposto ad accettare e non accetterà mai: vedere infilati prodotti animali anche dove non c'entrano un cazzo.
Cosa c'è di più pleonastico al mondo dello strutto, ad esempio? Sono giunto alla conclusione che venga messo solo per impedire a noi animalisti di mangiare piadine o di comprare la pizza buonissima dei fornai.
"Ecco, dicendo 'buonissima' ti sei risposto da solo: lo strutto nell'impasto rende la pizza decisamente più buona". 'N par de palle: inizi a mangiare pizza senza strutto e scopri che è pure mejo.
Dunque, lo strutto è una componente inutile usata solo per dispetto ed alla faccia di quelli come me.
Per non parlare dei fiori di zucca. Nulla suscita più rabbia nel vegano dal palato fino che scoprire condimenti di origine animali per cibi che lui aveva sempre gustato nella loro purezza vegetale quando ancora era un vil carnivoro.
Penso alle frittelle con i fiori di zucca di mia nonna: dorate in padella con soltanto una pastella di acqua, olio, farina e nient'altro. Squisite, ed il sapore del fiore di zucca si esalta.
E invece no: provi a prenderle altrove e te le ritrovi associate a mozzarella e - eresia delle eresie - acciughe. Risultato: la bontà assoluta del fiore di zucca ne esce umiliata ed io vengo privato della possibilità di assaporare quella prelibatezza.
Ma dove si tocca il fondo è senza dubbio nella pizza con le patate.
Fin da piccolo sono sempre stato abituato a quella divina pizza bianca con patate affettate sottilmente sopra ed impreziosite da una spolverata di pepe ed un po' di rosmarino. Ne vado pazzo, non mangerei altro. Quella è la mia vera droga, insieme ai felafel, al cocomero ed al succo di pera (per la cronaca, sono uno che non beve mai rum e pera in quanto ritengo che il rum rovini il succo di pera).
Insuperabile è il mio trauma, indescrivibile la mia amarezza, incontenibile la mia ira nel constatare come si stia espandendo come una pestilenza che non lascia scampo l'abitudine insana ed oltraggiosa di guastare con la mozzarella anche la sacra pizza con le patate.
La regale delicatezza popolana della patata infangata dalla volgarità kitsch della mozzarella.
Rivoglio la mia pizza con le patate tradizionale, pizzettari di merda! Fornai bastardi, perché, perché, perché devo girare quindici botteghe in due quartieri diversi per trovare un misero stronzo pezzetto di pizza con patate e basta?!
Sappiate che il mio disprezzo nei vostri confronti è doppio: non solo etico, ma anche gastronomico. Con la mozzarella, voi insultate la rustica nobiltà della pizza con le patate e così facendo mi danneggiate due volte, sia come animalista che come edonista.
Per un mondo migliore, di' no a strutto a mozzarella.
Strutto e mozzarella, o dell'inutilità del male.

P.S. Quanto espresso per la pizza con le patate è da ritenersi valido anche per la pizza con le zucchine e financo per ogni pizza che porti su di sé la delizia dei sani e genuini prodotti della terra.

N.B. L'autore è certo di incarnare in questo frangente la verità incontrovertibile ed oggettiva, per cui bollerà come inappellabili errori nonché abbagli - altrimenti e più correttamente detti cazzate - dovuti a cecità ed ingenua abitudine ogni parere contrario a proposito dell'indiscussa ed indiscutibile gratuità di strutto e mozzarella.

 
01 Luglio 2008

Faccia da prete. Autobiografismo e digressioni di satiro


Sono un perseguitato. La dea Nemesi mi aspetta ogni giorno davanti casa con un cric in mano. Negli ultimi dieci giorni ben tre ragazze mi hanno detto che ho la faccia da prete. Da prete, ebbene sì. Esattamente da prete. A me, massimo ateo antiteista anticlericale esistenzialmente agonizzante.
Ora, essendo cresciuto in mezzo ai preti - e forse la mia scarsa autostima è dovuta proprio al fatto che non mi hanno mai inculato. Una volta ho servito messa ad un sacerdote che qualche tempo fa è stato arrestato e condannato per pedofilia. E a me non ha mai degnato di uno sguardo. Cosa avevo in meno degli altri bambini, eh?! Probabilmente mi vedeva più come un amico - essendo cresciuto in mezzo ai preti, dicevo, in quanto nato in una famiglia cattolica da madre catechista, conosco assai bene la faccia da prete, so bene com'è fatta: è una faccia da viscido miserabile coglione.
Dunque, a quanto pare ho una faccia da viscido miserabile coglione.
Non so se sto pagando la mia infanzia da chierichetto che voleva prendere i voti o la mia maturità da anarco-comunista libertario. Fatto sta che il bollino da prete mi tormenta fin dall'adolescenza.
Nella località marittima in cui sono andato in vacanza fino ai quindici o sedici anni il mio soprannome era proprio il prete, in virtù del mio passato da bambino che faceva vita attiva di parrocchia. Probabilmente, a distanza di dieci anni, laggiù mi ricordano ancora così. "Claudio chi?" "Er prete" "Ah, ecco".
La mia disumana autoironia mi portò poi a mascherarmi da prete ad Halloween due anni fa. Perfezionista come sono, curai ogni minimo dettaglio e mi feci crescere appena appena i capelli ai lati per offrire un'immagine più anziana ed ecclesiasticamente filologica. Risultato: un coro di "ehi, ma c'hai proprio la faccia da prete!".
Ricordo ancora gli sguardi degli avventori del locale in cui mi aggiravo con tre amiche piuttosto fighe (Irene, se stai leggendo, la più figa eri indubbiamente tu!). Ogni persona che mi incrociava conciato in quella maniera sembrava che si stesse chiedendo: "Ma come cazzo fa a stare con queste fighe questo co' 'sta faccia da viscido miserabile coglione?".
Ma tant'è, prendo atto della cosa senza abbattermi ed anzi ciò mi dà lo spunto per una digressione di tutt'altro genere. Alla Victor Hugo, per intenderci, ma più con il piglio da Armandino del baretto.
Quindi, via con la digressione.
Allora, essere associato alla fisionomia di un prete taglierebbe le gambe a qualsiasi essere vivente. "Ehi, blatta, hai la faccia da prete" "Oh mio dio, mi getto sulla prima spruzzata di DDT che incontro". Ma chi vorrebbe immolare la propria vita all'Arte Comica non può che farne un punto di forza. Mi vengono in mente gli attori della Commedia dell'Arte descritti magistralmente da Ettore Scola ne Il viaggio di Capitan Fracassa con Massimo Troisi: i comici dell'arte sottoponevano il proprio fisico ad uno stress incomparabile per estremizzare le caratteristiche del corpo al fine di risultare più tragicamente divertenti. Chi era magro cercava di diventare magrissimo, chi era grasso si impegnava per diventare grassissimo, e così via. La propria carne sacrificata all'arte, il proprio corpo come uno strumento al servizio dell'arte.
Il satiro sa trasformare ogni sconfitta in linfa vitale. Deve farlo, giacché la satira non è per i vincenti.
L'artista comico - e mi verrebbe da dire l'artista tout court - ha bisogno delle piccole e delle grandi frustrazioni della vita e del quotidiano, altrimenti non avrebbe materiali per la propria arte. Mi viene in mente il racconto di Gesualdo Bufalino Il ritorno di Euridice, in cui Orfeo si volta volontariamente per far tornare l'amata nell'abisso dell'Ade e poter in tal modo continuare a cantare il proprio dolore.
E' grazie alla conflittualità tra la volontà di perdere ed il rancore per aver perso che l'artista - e massimamente l'artista comico - può plasmare e dare forma alle sue opere.
E' per questo che il satiro si risente molto quando viene bollato come simpatico. Il satiro è infatti tutt'altro che simpatico: è malinconico, schivo, poco socievole, misantropo, odia con veemenza, disprezza con tutto se stesso, patisce e scansa. Ma la sua capacità di dominare il segreto della risata crea l'enorme imperdonabile equivoco agli occhi dell'osservatore superficiale. Guai a confondere i cabarettisti di Zelig con Antonio Rezza, a mescolare la simpatia dell'avanspettacolo con il tormento dello spirito umorista.
Il satiro vive dunque nella piena consapevolezza di essere destinato alla disfatta ed è l'odiato amore o l'amato odio per la propria condizione a renderlo ciò che è.
C'è chi nasce Corrado Guzzanti e chi Manuel Agnelli. Ed il manuelagnellismo non può che essere il più inviso (e sottilmente invidiato per il suo successo, anche, ergo ancor più inviso) degli atteggiamenti agli occhi di un satiro: quel prendersi così sul serio, troppo sul serio, tipico dell'affascinante bel tenebroso, non può che suscitare sprezzante e compassionevole riso in chi ride del dolore e della nullità dell'esistenza e del cosmo e sa guardare in profondità l'aspetto vero delle cose ("Sì, ma qual è 'l'aspetto vero delle cose'?" "Quello in cui non si scopa").
Chi dissacra è nemico di ogni aura.
Il satiro ride della vittoria perché sa che essa è mendace e cela il volto della vacuità.
Chi ama la sciocchezza del vincere non può fare il satiro. Al massimo può fare l'imprenditore, oppure fondare un gruppetto rock di medio profilo e chiamarlo Afterhours.



Appendice - L'autocelebrazione è autoperculazione. E viceversa


Evoluzioni di una faccia di plastica, o del trasformismo bio-antropologico.



Nella calvizie ho trovato la mia dimensione.

 
27 Giugno 2008

La Nuotatrice di Francesco Canini

 

Io ho la fortuna di avere per amico un maestro timido e geniale, un pittore schivo e brillante, tutto dedito alla sua arte che trasuda ricerca e poesia.
Francesco Canini ha voluto concedermi anche l'onore di curare l'apparato critico della sua mostra più importante, che si terrà dal 28 giugno al 6 luglio nella prestigiosa sede del Museo Emilio Greco di Sabaudia. L'esposizione raccoglie tutte le opere del ciclo della
Nuotatrice, i lavori più importanti della vita e della carriera dell'autore.
Di seguito riporto il testo di presentazione da me redatto accompagnato da alcuni esempi della creatività di Francesco Canini.
Siete tutti invitati alla mostra.
Ed ora, sorbitevi pure l'interminabile scritto.



C'è qualcosa che sembra valicare i confini segnati dagli occhi, nelle tele di Francesco Canini. Qualcosa che oltrepassa lo sguardo, che esonda dal campo visivo e sembra sfiorare la pelle, cingere, accarezzare, avvolgere. Qualcosa che irretisce il corpo, che lo risucchia delicatamente. Qualcosa che pare pervadere le carne, invaderla dolcemente. Sembra che per percepire e recepire le opere di Francesco Canini non sia più sufficiente e non venga più coinvolta soltanto la vista, senso prediletto della pittura. Già, la pittura. In un'epoca in cui l'arte è dominata da installazioni e video, fusioni ostinate di elementi figurativi disparati, scimmiottamenti del genio Duchamp, spasmodiche ricerche di interattività che sempre più si avvicinano al campo dell'ingegneria contaminando e snaturando il terreno proprio dell'arte, Francesco Canini scopre che nulla può essere più coinvolgente per tutti e cinque i sensi e per il pensiero, niente più innovativo della pittura tradizionale. Una riscoperta del passato per traghettare il presente verso il futuro, dunque. Giacché il presente ed il futuro si costruiscono sulla consapevolezza del passato. Tant'è che l'effetto conclusivo risulta quantomai moderno; senz'altro più moderno dei più moderni tra chi vuole a tutti i costi essere moderno.

Molteplici sono le influenze ed i modelli individuabili nella sua opera: il primo Rinascimento masaccesco, Giorgione e Tiziano, il Carlo Carrà metafisico, il Realismo Magico, la lezione delle correnti Novecento e Valori Plastici, fino ad arrivare a Lucio Fontana ed all'illustrazione di Lorenzo Mattotti.

Francesco Canini analizza, assorbe, poi cerca di accantonare, dimenticare, quindi elabora e rielabora.

Nuotatrice di Francesco Canini


Con un ritorno agli strumenti più semplici e gloriosi della pittura, Francesco Canini innova rinnovando: la sua è una pittura aptica, che attraverso gli occhi raggiunge il tatto e suggerisce alla mente suoni, sapori, profumi. Nell'elementare bidimensionalità della tela, egli forgia ambienti spaziali dipingendone l'atmosfera. Una vera magia, per dei quadri tradizionali.

Canini opera una revisione delle metafore e dei θ?ποι tradizionali, pur restando in costante dialogo con la tradizione. All'astrazione egli preferisce la rarefazione di una pittura figurativa forte di un rigoroso studio del nudo, di un accurato lavoro sul disegno e sul colore, di una preparazione della tela tramite strati di velature ottocentesche.

Importantissimo è proprio il lavoro che egli compie sulla tela e con la tela. Complici i suoi trascorsi di giovane raffinato corniciaio, Francesco Canini riscopre il carattere artigianale della pittura quattrocentesca, la certosina preparazione della tela, e, attraverso il contatto diretto con la materia e gli strumenti propri del pittore di bottega, egli trova l'altro del tangibile, raggiunge le vette dell'ineffabilità propria dell'arte. Il suo gesto manuale pittorico diventa speculazione filosofico-visiva.

Ad un tempo antico e moderno, Francesco Canini è artista squisitamente contemporaneo.

Prima di accingersi alla realizzazione del disegno, Canini lavora sulla base della tela, la prepara, ne saggia il legno, ne fa cosa sua; non si serve di tele già pronte: egli ha bisogno di entrare in contatto con il supporto bruto della sua arte, quello che poi, riempito di colori, sarà qualcos'altro, sarà tutt'altro che una mera tavola. Certo, in seguito quel piano ligneo non sarà più quel che era: sarà un quadro, un dipinto, un'opera d'arte. Ma la sua origine è plebea. Francesco Canini sa bene che nulla è più nobile di quella materia povera che non aspetta altro di veder zampillare dal legno grezzo le sfavillanti mirabilie patrizie di ciò che è arte.

Ciò che svetta alto nel cielo ha le radici piantate nella terra. Canini osserva come le più alte opere del genio umano siano il prodotto d'un insieme di elementi bassi: le imponenti statue sono il frutto della fatica e del sudore speso sul marmo delle cave ferito con il ferro; le cattedrali sono fatte di mattoni; gli affreschi pitturati con impasti di succhi ed essenze distesi con pennelli di setole.

E' questa consapevolezza - il massimo della coscienza a cui un artista può arrivare, ovvero la coscienza dei suoi mezzi - che permette a Francesco Canini di conciliare nel suo fare artistico i sempiterni nemici del porre e del levare: è come se infatti la tela vissuta e sentita suggerisse alla mano le linee da seguire; è come se nel legno e nel tessuto fossero già contenuti i germi dei colori che li andranno a far fiorire di Bellezza. I quadri di Francesco Canini sbocciano.

Egli svolge appieno quello che secondo Paul Klee è il compito precipuo dell'artista: porta alla luce, rende visibile l'invisibile che si annida e s'asconde nelle pieghe di ciò che sta sotto ai nostri occhi.

Il pittore ci insegna a guardare le cose scovandone il di più, ciò che eccede la vista, l'altro del - e non dal - sensibile.

Nuotatrice di Francesco Canini 03


I suoi quadri tornano ad essere universi in sé conchiusi, rarefatti eppure densi, che proprio grazie al loro isolamento riescono a comunicare con la realtà; una realtà non più imitata, quella che Francesco Canini dipinge nelle sue opere, bensì trasfigurata: scissa dal mondo e dal tempo, la Nuotatrice ci parla della Storia e della Natura.

Oltre la μ?μησις, l'atto supremo di plasmare una nuova realtà che con la realtà comunichi, alla realtà si ispiri e che questa realtà insegni ad investigare con animo fresco e ricco d'una nuova giovinezza.

La Nuotatrice è il tema prediletto, il soggetto caratteristico dell'autore, vera e propria ossessione necessaria, da alcuni anni vocazione pressoché esclusiva della sua pittura.

Nelle grandi tele azzurre e calde della Nuotatrice, dolcemente ossimoriche nella loro avvolgente freddezza che assorbe con tepore, è racchiusa tutta la poetica di Francesco Canini. Per questo egli afferma che la Nuotatrice lo accompagnerà per tutta la vita.

La sensazione di un tuffo in un'altra dimensione aleggia sia all'esterno che all'interno della superficie pittorica, dove una giovane donna, una fanciulla senza età, nuota immersa nella propria solitudine, laddove tale condizione perde qualsiasi connotato di negatività e non somiglia più ad un oscuro abisso, bensì ad un sereno riparo luminoso.

L'autore ritaglia uno spazio protetto di quiete nel frastuono dell'esistenza: egli dipinge un corpo al di fuori della Storia pur all'interno della Storia stessa (il costume della nuotatrice è elemento temporalmente caratterizzante), al sicuro dalle turbolenze del Tempo inteso sia in senso storico-politico (gli accadimenti sociali) sia metafisico (il suo scorrere che tutto divora e distrugge).

In un tempo ed in uno spazio determinati il pittore scava un luogo ed un momento al di fuori del tempo e dello spazio.

Come in "Ode on a Grecian Urn" di John Keats, l'arte torna ad assumere una valenza eternatrice e pacificatrice: la nuotatrice avrà il privilegio di non uscire più da quel tenero limbo in cui ogni affanno è sospeso.

L'incarnato della ragazza è levigato, quasi etereo, lievemente caldo eppure raggelato da una luce propria che si mescola a quella che si propaga soffusa nelle opere; si tratta di riflessi di luce resi con pennellate leggere che ricordano l'acquerello, a rendere palpabile non tanto l'acqua, bensì il senso dell'acqua, la suggestione emozionale del colore omogeneo sfumato di celeste e bianco.

E' proprio la ricerca sui toni la chiave del lavoro di Francesco Canini, il suo tratto peculiare e fondamentale. Molto più veneziano che toscano in questo, Canini attua e suggerisce un approccio diretto ed emozionale con il reale, il più immediato possibile (nell'accezione primaria di in-mediato, non mediato), al fine di trovare una sorta di assoluto pittorico: la pelle della nuotatrice, accarezzata dall'acqua, compenetrata dal mare e sovente fusa con esso, si fa anima incarnata, ma d'una sovrannaturalità che appartiene tutta alla sfera artistica.

Nuotatrice di Francesco Canini 08


Francesco Canini indaga sull'enigma dell'azzurro, il più ambiguo ed ammaliante tra i colori.

Tecnicamente, l'azzurro è un colore freddo. Eppure, in esso c'è un calore inusitato, che attira e sa di distanza, che seduce e respinge. Dolce e ieratico insieme, l'azzurro è un mistero che sbalordisce ed inquieta, che rapisce ed allontana.

E' Francesco Canini stesso a dichiarare il proprio stupore allorché si trova ad impastare l'azzurro: basta un pizzico di bianco in più, oppure una goccia in meno, e quest'azzurro muta; e con il suo mutare, trascina con sé sensazioni sempre nuove e diverse, pizzica corde dello spirito mai suonate e libera nuove voci, rammentandoci che spesso un silenzio corrisponde ad un tacere e non ad un'inesistenza.

Francesco Canini conduce una vita quasi monastica, dai ritmi rigorosi, tutto dedito alla sua arte. Vive in campagna, vicino al mare, immerso in quel silenzio ed in quella solitudine che intende consegnare alle sue opere, come se volesse donare alle tele una parte della propria vita, quasi a soffiare nel tessuto e nel legno inerte un alito vitale che animi le immagini. Nei dipinti Canini restituisce le impressioni che egli attinge da ciò che lo circonda e l'ambiente diviene differente da se stesso: diviene creazione, diviene artificio, diviene arte. Cambia volto, scompare dissolvendosi nel quadro per riaffiorare sotto mentite sincere spoglie.

Francesco Canini si sveglia ogni mattina prima dell'alba e comincia a lavorare ai dipinti, proseguendo ininterrottamente fino al pomeriggio, momento in cui "rimette in discussione" - come suole dire lui stesso - tutto il lavoro svolto sino a quell'ora. Ritorna quindi sui propri passi, prende nuove decisione, cambia idea, impregnandosi delle suggestioni di quanto da lui stesso precedentemente realizzato affinché lo conducano per nuove vie inaspettate. La sua è una paziente attesa dell'inatteso.

E' quantomai interessante sapere cosa l'artista stesso ha da dire a proposito del proprio metodo: egli confessa la meraviglia che lo invade nell'osservare l'azzurro che si trasforma ad ogni nuova pennellata. Francesco Canini in primis si sorprende ogni volta per l'inafferrabilità dell'azzurro.

Colore imperscrutabile per eccellenza, l'azzurro è la tinta dell'ossimoro. Nell'azzurro le opposizioni si amalgamano e generano quell'aura d'insolita insondabilità che conquista e fa vacillare. L'azzurro è l'ossimoro che produce ossimori. L'azzurro è l'incarnazione tonale del Mistero: il mistero del cosmo, il mistero della vita e della morte, il mistero del divino, il mistero del senso e del significato dell'esistenza. L'azzurro esprime l'assoluto, l'eterno e l'infinito; ne simboleggia la faccia mutevole.

Azzurro come essenza visibile e cangiante dell'Immutabile.

La Nuotatrice scivola languida nell'azzurro. Vi è immersa, ne è intrisa. La Nuotatrice esplora l'azzurro. Ella è dunque l'artista stesso, ogni artista e di riflesso l'uomo in generale e la sua volontà conoscitiva mista alla brama di annullarsi nel brahman. La Nuotatrice è l'allegoria dell'umano anelito verso il paradiso ed al contempo del raggiungimento del paradiso, finalmente ottenuto.

La sfera artistica è l'unico vero Eden, l'unico vero Empireo, l'unica vera Rosa dei Beati.

La Nuotatrice e l'azzurro: due simboli, due metafore, due allegorie, così semplici eppure così sterminati.

Nuotatrice di Francesco Canini 02


Immersa in un silenzio magico ed in una solitudine arcana, misteriosa, la Nuotatrice è sospesa in un vuoto che incanta e meraviglia. Al riparo dai turbamenti, dagli affanni, dai rumori dell'esistenza, questa sirena senza età fluttua in una quiete cosmica che avviluppa in un abbraccio morbido, eterno ed eternatore.

La nuotatrice è salva dalla vecchiaia, libera da ogni sforzo e tensione (come rivelano i capelli e le mani). Ha gli occhi chiusi, assorta nella propria distanza dal mondo, che pure sembra ad un passo, ma lontano ormai più dalla sua mente che dal suo corpo.

La pace, con il caos tutto intorno alla cornice, fuori, via.

Ella è in pace.

Nuotatrice di Francesco Canini 05


Il tutto sembrerebbe denotare una volontà impolitica, che però dimostra una salda consapevolezza critica: questa creazione di un non-luogo di tregua cosmica lascia supporre un profondo senso di pessimistica stanchezza verso una realtà inclemente e frenetica che intrappola l'Io nella gabbia degli schemi della quotidianità.

La pittura di Francesco Canini si configura dunque anche come politica, nel significato più elevato inteso da Theodor Adorno: l'opera d'arte, dicendo - wittgensteinianamente - se stessa e confessandosi come altro dal e del reale, denuncia dal proprio interno le storture del vigente.

Così, se l'uomo della modernità è smarrito nel marasma, la donna di Canini si perde nella pace. A volte ci mostra il volto, un viso dai tratti vaghi, giacché l'arte deve essere universale. Si lascia accarezzare dall'acqua, dalla propria vuotezza positiva: un vuoto d'accidenti riempito d'assoluto.

Il pittore esclude qualunque tipo di turbamento: la nuotatrice è pudica nella propria libertà, trasuda libertà nella totale assenza di pulsione erotica. Si tratta di esperienze sensoriali da captare puramente col pensiero sgombro.

Lo sguardo dell'osservatore scivola sulla tela ed addosso alla nuotatrice, che non vi bada. Ispira silenzio, assorbimento.

La nuotatrice di Canini è una divinità insieme degli abissi e delle altezze, delle profondità marine e dei picchi celesti del pensiero; una dea acquatica desacralizzata, terrigena e terrena, ma improfanabile nella sua impenetrabile placidità che sa d'ignoto, d'infinito e imperituro.

Nuotatrice di Francesco Canini 10


La grandezza di Francesco Canini risiede nella rara capacità di dipingere l'assenza. Dare forma al silenzio ed al vuoto è il più arduo dei cimenti per l'artista. In fondo, è la meta a cui tende ogni artista: esprimere l'infinito nulla di dio.

Quella di Francesco Canini è una pittura religiosa che santifica la religione della pittura. La sua è una visione sacra, la sua pittura è sacrale; uno sguardo sacrale per un'arte sacra, ma d'una liturgia puramente artistica. Francesco Canini celebra il miracolo dell'arte. E' l'immensità dell'arte medesima che egli magnifica ed a cui tributa gli onori della creazione.

Di qui la sua tensione verso un misticismo artistico: è uno stato di ipnotico torpore vigile che egli vuole suscitare nell'osservatore; l'enorme vantaggio di questa sublime tipologia di culto risiede nel fatto che non c'è bisogno di attendere alcuna allucinazione: la visione trascendente è già tutta spalancata davanti al fruitore, al quale non resta che lasciarsi andare all'estasi e nell'estasi, smarrirsi in quell'"eterno femminino" che "trae al superno" rappresentato dalla Nuotratrice. Solo perdendoci ci è dato ritrovarci, ritrovare il nostro essere nella sua purezza primigenia. E solo perdendoci lucidamente nei meandri dell'arte. Questa è la lezione che Francesco Canini desidera darci.

La nuotatrice diviene dunque allegoria dell'arte stessa. La Nuotatrice è la Pittura, è la Poesia, è la πο?εσις.

Ella sopravvive al di sopra, al di sotto, al di là del perituro. Nell'al di qua ci siamo noi e le nostre miserie umane. E non possiamo avvicinarci alla Nuotatrice: se allunghiamo le dita nel tentativo di toccarla, di rubare la sua linfa d'ambrosia, di lasciarsi contagiare dalla sua vittoria sul finito, la parete della tela ci respinge. La Nuotatrice vive solo nell'Immagine e solo l'Immagine è la Verità.

Francesco Canini ci svela il segreto più grande: l'arte è il luogo eletto dell'immortalità. L'unico. E viceversa.

 

 
15 Giugno 2008

Sex and the Country


Sottotitolo: l'eros a misura di orto.


Il sesso è una cosa meravigliosa. Il sesso è una cosa bellissima. Il sesso è la cosa più bella che ci sia. Nessuno potrebbe farvi cambiare idea su questo. Chi potrebbe, d'altronde?
E invece no: il bifolco può. Il bifolco può tutto.
La presente raccolta è frutto di anni ed anni di ricerca sul campo condotta dall'equipe di studi eto-sub-antropologici
Inquietologo&Sdrammaturgo Useless Services tra la selvatica ruralità della Tuscia.
Il materiale collezionato si compone di frasi ed esternazioni varie - udite in prima persona dai due scienziati lungo tutto il corso della loro falisca vita agreste - in grado di far sembrare il sesso un qualcosa di sgradevole, raccapricciante, disgustoso.
Se ne parla il bifolco, l'erotismo diviene atroce e l'ardore si tramuta in orrore.
Pensavate che Ted Bundy e Pietro Pacciani avessero una sessualità particolarmente disturbata? Ebbene, preparatevi ad esplorare gli abissi più perversi delle pulsioni.

Avvertenza: la lettura è sconsigliata agli inguaribili romantici.





"'Sta settimana hai inzeppito? Io ho dato tre inzeppite. Ma poi c'avea 'na fica stretta! A 'n certo punto m'è toccato rimannalla a casa. Je l'ho detto: 'Sente, c'hae la fica troppo stretta, mica je la fo'"


"Quella che mestiere fa? L'attrice? Capirai, l'attrici lo fanno infila' pure mal cane"


Bottega del barbiere. La radio trasmette Non va più via l'odore del sesso "Non va più via l'odore del sesso...E che je c'ha pisciato dentro?"


"Quella? E quella ce l'ha 'na manciata de fregna!"


"Stasera la guarde Striscia la Notizia? Pe' chi te la fae la zagana? Pe' la bionda o pe' la mora?"


"E 'nsomma stavo a ingroppa' 'sta quarantenne e questa me fa: 'Io però avrei bisogno anche di coccole'. Ma quali coccole: je l'ho buttato su 'n'artra vorta e so' annato via"


"'Na vorta stavo a monta' 'na mastiotta giù pe' 'l lago; te do ma la fica, te do ma la fica, qua, te do mal culo. Do una o du' briscole, dio porco tipo fòra 'l cazzo e era 'n cremino"


"Guarda 'n po' che sorca quella lì: tu nu' je la faresti 'na fica come la ròta de la molazza?"


"M'ea apparecchiato bene in quel modo, e che fae, nu' je la dae?"


"A rega', e così me fate 'na fica come la ròta de la bicicletta: a razze"


"Toh, che bel porta-mmerda!"


"Bbona quella, eh? Che je ropperesti se dovessi sceje?"


"Adè bombareccia?"


"Me ricordo che quanno ero giovine annassimo a coja l'ua e c'adera 'na bardassotta; a n' certo punto s'abbassò e je se videro da la sottana quattro pele de sorca: ogni filagna 'na pugnetta"


"Le donne so' solo che da pisello"


"Prima o poi toccherà prova' 'sti transessuali: dice che fanno belle boccole"


"So' annato co' 'na pornostar: cinquecento euro, ha' da senti' come spigneva mal culo"


"Me raccomanno, faje piano a la mi' cuggina quanno me l'ancule"


"Mo' vo a Cuba. Appena scenno dall'aereo, chiappo una e dico: 'Vo' monta'?'"


"Vene qua che te le do io 'l tabbacco del moro!"


"Hae ‘nfilato ‘sta settimana?"


"Tu c'hae tre fije, nun poe fa' le cazzate. Io lo so che la Luisa c'ha 'na fica che è ‘n pezzo de pane..."


"Ricordete: le cose che se montano nun se prestano, da la bicicletta a la moje"


"Guarda che noi da giovani capitava pure che qualcuna de ‘ste tedesche in villeggiatura la sbudellavamo..."


"Nun te piace ‘l baccalà? Allora nun te piace la fica. La fica sa de baccalà"


"Quella dell'altr'anno su la barca m'ha lasciato ‘no stronzetto, dopo che me la so' ‘nculata"


"Voi de vent'anni mica scopate: voi ve fate le pippe mal fodero de la fica"


"Da quanno esistono 'sti bidè, la fica nun sa più de 'n cazzo"

 
12 Giugno 2008

Estemporaneismi


Sottotitolo: Franz Kafka ha scritto gli Otto quaderni in ottavo ed io ho imballato scatoloni fino all'altro ieri. Scatoloni di libri sulle automobili, peraltro. Un titolo recitava La vendetta dell'Alfa Romeo. Quindi è giusto che io abbia speso cinquanta euro per il volume dei Meridiani in cui sono contenuti gli Otto quaderni in ottavo e solo in seguito abbia scoperto che ce n'era un'edizione a sei euro e cinquanta.




Sottosottotitolo posto all'inizio ma scritto alla fine (miracoli del montaggio dell'impaginazione consentiti dalla futuristica funzione del taglia-incolla): ultimamente sono particolarmente affezionato ai sottotitoli. Ho capito che sono un ottimo strumento da utilizzare quando non si hanno idee ma si vuole lo stesso scrivere abbastanza per riempire uno spazio sufficientemente lungo da essere meritevole di pubblicazione ed in modo tale da risultare in linea con i soliti standard di misura. Dunque, cari lettori, vi sto gabbando e voi state impiegando il vostro tempo a leggere vacue parole redatte badando più alla quantità che alla qualità. Non avete notato come cerco di allungare i periodi delle frasi con termini superflui che ne rendono prolissa la forma? E non sono ancora arrivato a due pagine word, la meta che mi sono proposto! Dunque ne avete ancora di nulla da sorbirvi!
Sì, ok, so che non dovrei farlo, sono consapevole nonché pienamente cosciente (che poi è la stessa cosa, il significato è il medesimo, sono due formule equivalenti e perfettamente interscambiabili, ma le ho utilizzate appositamente entrambe sempre per la motivazione di cui sopra - non vi accorgete che sto raddoppiando pleonasticamente ogni affermazione?) dovrei avere maggior rispetto per chi segue il mio blog, ma tanto ognuno di voi almeno una volta nella vita si sarà portato a letto un emerito coglione od una riprovevole inetta, quindi che cazzo me frega. Non ho pietà e faccio giustizia in questo modo. Inoltre è un valido metodo per dare sfoggio di buona dimestichezza con la lingua italiana, cosa che - non si sa mai - potrebbe procurarmi qualche passera particolarmente incline a lasciarsi abbindolare dall'abilità retorica. Non ci crederete, ma la superficialità non ha limiti e la sua diffusione non accenna a diminuire: probabilmente esiste più d'una vulvomunita disposta a cadere in simili inganni dell'apparenza. "Hey, scrive bene, diamogliela!". No, ok, mi sono fatto rapire eccessivamente dai voli della fantasia. Però che volete farci, qui mancano ancora tre righe per arrivare a due pagine word pare pare. Ora due. Sempre due. Ancora due. Vai così...ci siamo quasi...l'atleta è quasi al traguardo...un ultimo sforzo...pochi metri ci separano dall'arrivo...suspence...eccolo...eccolo...Giorgiomastrotaècornuto.







Il milite idiota




Ieri ho visto due esseri umani. Ed un militare.







Un eroe moderno




"Qual era il tuo personaggio dei puffi preferito?"

"Quattrocchi"

"Anche il mio! E' un vero peccato che sia morto in Iraq"







New policy




"Certo che però in Italia siamo proprio lo zimbello d'Europa: Mara Carfagna ministro! Non si può proprio vedere una show girl rivestire cariche pubbliche di quell'importanza"

"Io invece sono contento: non capita tutti i giorni di potersi fare le pippe su un ministro"







Analisi di Amores Perros di Alejandro González Iñárritu, scritto da Guillermo Arriaga




Quello che gli autori intendono dirci è che se preferisci un bulletto qualunque a Gael García Bernal devi essere davvero una stupata senza speranza, per cui ti meriti una vita di merda.







Tripartizione dei fallofori




Ora, Fiona Apple è stata violentata quando aveva dodici anni. Alla luce di ciò, gli uomini si dividono in tre categorie: chi considera Fiona Apple la Donna Ideale e Perfetta, chi non è tormentato dal mattino alla sera o comunque non è turbato più di tanto al pensiero che Fiona Apple sia stata stuprata e chi stupra Fiona Apple.




Postilla: che senso ha avere una ragazza che non sia Fiona Apple?







Antispecismo ziista




"Tu non mangi carne?"

"No, non mangio animali"

"Secondo me non c'è niente di male nel nutrirsi di esseri inferiori"

"Anche mio zio è un essere inferiore, ma non per questo lo squarto e lo mangio"




Sì, mio zio mi deve la vita.







Il borghese che la sapeva lunga




Faccio cose, vedo gente, lecco figa.







Brecciolino di saggezza




L'intelligente si incazza, l'imbecille si scandalizza.







Romanticheria rusticana




"Buttemelo su! Buttemelo su!"

"Tiè, sentolo! Sentolo!"

"Ammazza, a tosì me la ruine!"

"Je fa?"

"Je fa, je fa"

"Tàn! Tàn!"

"Famme la sgassata del Califfone! Famme la sgassata del Califfone!"

"Viiim viiim!"

"Esteme! Esteme!"

"M'abbasta vedette che me sborro ma le mutanne"

"Ti amo"

"Ti amerò per sempre"




Il senso di nausea vi è stato offerto da un calvo intrappolato nel corpo di uno stempiato in evidente crisi creativa.

 
07 Giugno 2008

Dello scrostare la merda e di altre delizie


Sottotitolo: pedissequamente tratto da una storia vera che non sarà un granché ma è pur sempre meglio di un aneddoto a caso di un ingegnere qualsiasi.




Sottosottotitolo: Eugène Ionesco non era nessuno. Ma siccome due negazioni affermano, allora l'autore dello scritto ci sta dicendo - non volendo e quindi errando (errare nel senso di sbagliare, non nel senso di vagare, vagabondare. Bisogna essere precisi) - che Eugène Ionesco era qualcuno. In tal caso però va smarrito tutto il senso con cui l'autore intendeva la frase. Dunque sarebbe stato più opportuno scrivere "Eugène Ionesco era nessuno". Eppure anche questa forma avrebbe dato adito a più di un equivoco, visti il suo carattere suggestivo-evocativo ed il suo rimando all'episodio di Ulisse e Polifemo. La riflessione si fa perciò sempre più spinosa...Anzi no, colpo di scena: la visione di un lettore energumeno che brandisce un pensionato a mo' di mazza - visibilmente contrariato da prolissi arrovellamenti (l'energumeno, non il pensionato. Per quanto pure il pensionato non sembri una pasqua, ma per altri evidenti motivi, ai quali si aggiunge la morte incombente e l'impotenza senile) - convince l'autore ad interrompere qui il sottosottotitolo.







Interno giorno. Negozio di forniture idrauliche




STUDENTE SPIANTATO Salve, avrei bisogno di una tavoletta per il wc e di uno scopettino per la tazza. Ovviamente di entrambe le cose mi dia i pezzi che costano meno.

COMMESSO Ecco il sedile per il water. Ora le prendo lo scopettino.

STUDENTE SPERANZOSO Grazie mille.

COMMESSO Ed ecco lo scopettino. Lo guardi e mi dica se le piace.

STUDENTE SPIAZZATO Eh?! Ah...uh...uhm..ehm...sìsì, per carità, ne riconosco l'indubbio valore estetico. Quant'è?

COMMESSO Trentacinque euro.

STUDENTE SCONCERTATO Leggo che la tavoletta costa venti euro. Dunque lo scopettino viene quindici euro. Non avrebbe qualcosa da ancora meno?

COMMESSO No no, ad un prezzo inferiore è impossibile. E comunque si tratta di un ottimo prodotto.

STUDENTE SPAESATO Di sicuro è un pezzo di alta qualità, si vede ad occhio nudo, ma sa, per l'uso che devo farne, mi va bene anche uno scopettino meno pregiato.




E così ho scoperto che esiste tutta una branca di studi artistico-filosofici sull'Estetica delle Spazzolette per Grattare la Merda.

Immagino già il mondo in una nuova ottica alla luce del trionfo e della gloria degli scopettini per scrostare la merda. "Caro, guarda che bello quello scopettino per scrostare la merda! Ne ho sempre sognato uno così!"; "I tuoi capelli sono così belli che mi ricordano una spazzoletta per grattare la merda"; "Inaugurata oggi l'attesissima mostra Lo scopettino per scrostare la merda nei secoli. Attrazione principale dell'esposizione saranno gli scopettini disegnati da Benvenuto Cellini, il primo dei grandi progettisti di spazzolette del cesso a capire che raschiare forsennatamente mentre ancora sta scorrendo l'acqua dello sciacquone è l'unico modo per non far rimanere la merda appiccicata alle setole".




D'un subito sono volato con la mente a quella volta in cui mi serviva un mobiletto/piano d'appoggio per la cucina.




STUDENTE SQUATTRINATO Quanto viene quel mobiletto verde?

COMMESSO Cinque euro. Questo rosso invece otto, perché è più bello.

STUDENTE SORPRESO Ma su che base lei afferma che questo è più bello? Sono praticamente uguali. Cambiano solo il colore ed i manici.

COMMESSO Eh, ma questo è più bello.

STUDENTE SMARRITO Va bene, mi dia quello più brutto.




Conclusione: ho dei calzascarpe magnifici.










Post scriptum totalmente, completamente, perfettamente, assolutamente, aggiungetepurealtrisinonimamente fuori tema rispetto al tenore delle precedenti dissestazioni (neologismo parodico di dissertazione desunto per estensione da dissesto, dissestare. Acuto, no? Eh, se si potesse ottenere vulva in questa maniera...).




Sottotitolo del post scriptum inutile: ostrica di saggezza del giorno.







Molte darkettone, quelle più fissate con il BDSM, la sottomissione, il dolore nel sesso, la dominazione, la vessazione ed il sangue, credono di desiderare Trent Reznor, ma non sanno che il loro uomo ideale è il mio meccanico.

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