11 Novembre 2009

Dice il saggio: "Nun se pijamo pe' 'r culo"


[...] Giovanardi segue le politiche giovanili del governo e la lotta alla droga. E non ha alcun dubbio. Non ci sono responsabilità umane nella morte di Cucchi. Quel corpo pieno di lividi e fratture di cui è ancora ignota la causa, quelle cartelle cliniche apparentemente manomesse, quella coltre di dubbi che circonda la morte del ragazzo romano, per il sottosegretario, non significano nulla. Se c'è un colpevole, per Giovanardi, è la droga: "Che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c'è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così". [...] (fonte)


Ah Giovanà, me pò anche stà bene che la droga te fa diventà come 'na larva e te riduce come 'no zombi; ma che te mena pure...!

 
01 Novembre 2009

"Sonetti del barbiere libertario" 1


So’ la rovina de ’sto monno qua
mica la guerra, la fame, la stalla,
ma l’omo che nun je piace leccalla,
la donna che nun je piace succhià.

Si nun te piace lavatte de sborro
o infradiciatte la faccia de fregna,
pe’ forza te piace spaccà la legna
e accade ’sta cosa: «Cucina!» «Corro!».

Si nun te piaciono le cose belle
vor di’ che te piaciono le cazzate:
marcette, machine, cristi, corone,

le cose che arricchiscono ‘l padrone.
Libbertà passa pe’ pompe e leccate:
pe’ incarceratte te levano quelle.

 
27 Ottobre 2009

"Perle" 13 - Il clown è una cosa seria


Antonio Albanese forse più di ogni altro incarna la quintessenza del Comico. In lui vivono le due componenti fondamentali del comico, le stesse che Lina Wertmuller scorge e riconosce al loro massimo grado in Massimo Troisi: il Pulcinella ed il Pierrot, vale a dire la dissacrazione e la malinconia. Ecco perché Antonio Albanese rappresenta il comico al quadrato: egli ha la ferocia e la compassionevole goffaggine di Paolo Villaggio (che tanto piacevano al circense Federico Fellini), l’arguzia delicata e poetica di Massimo Troisi, l’estro pagliaccesco di Antonio Rezza.
Antonio Albanese è, in una parola (la più grande, per un comico), un clown. E’ il clown. La sua è una clownerie moderna, modernissima, che guarda all’antico: riportando il gesto comico alla sua più pura, assoluta, arcaica natura, ne fa strumento di satira contemporanea, di umorismo all’avanguardia. Il suo lavoro minuzioso e colossale sulla fisicità pone il corpo al centro della scena comica. Lavora per sottrazione, togliendo tutto ciò che c’è di troppo o di superfluo nella trovata, nella gag, fino a che l’idea non arriva a coincidere con il semplice gesto corporeo o moto fisico. Procede, insomma, per rarefazione, secondo la più squisita tradizione europea (basti pensare a Beckett ed ai suoi tropi).
Particolarmente esplicativa ed esemplare è la scena ne La fame e la sete in cui, nel ruolo di Pacifico, suona alla porta dell’amata: inquadratura fissa sul volto, nessuna parola, solo espressioni che si susseguono impercettibili nei loro repentini mutamenti e movimenti della testa meccanici e buffoneschi; una manciata di secondi, nulla più; un vero e proprio manuale lampo dell’arte del clown.
In Antonio Albanese il virtuosismo non è vacuo orpello o sfoggio spettacolare di bravura fine a se stesso, ma si fa comunicazione essenziale ed "essenzializzata", caricandosi di valore narrativo.
Se come autore è grandissimo, eccelso, secondo solo – tra i comici della sua generazione – a Corrado Guzzanti, come attore è probabilmente il migliore, inarrivabile. Nessuno ha la stessa capacità d’interpretazione, la stessa padronanza scenica, la stessa tecnica, la stessa abilità istrionica e soprattutto la stessa versatilità. Nessuno è infatti in grado come lui di calarsi con la medesima bravura in ruoli drammatici e tragici. Si veda a tal proposito Tu ridi dei fratelli Taviani. Si tratta di un film in due episodi tratto da due novelle di Pirandello, in cui i due illustrissimi registi hanno compiuto un’interessantissima e riuscitissima operazione: affidare ruoli tremendamente drammatici a due comici particolarmente “spensierati”, Antonio Albanese e Lello Arena (il quale, ad esempio, interpreta un camorrista shakespeariano, oscuro, grottesco, dilaniato e spaventoso. Una prova mirabile e destabilizzante). Antonio Albanese scandaglia il fondale tragico proprio del Comico, su cui il Comico poggia e di cui il Comico è ad un tempo derivazione ed approfondimento, e riesce con stupefacente maestria ad attingerne riportando il Tragico in superficie pur conservando sempre la componente comica. Una fusione sottile e difficile che riesce solo ai più grandi. La tematizzazione dei due “universali opposti interdipendenti” crea un intreccio che giunge al cuore del segreto dell’identità, dell’Io, dell’Umano, che ne lascia trasparire l’insondabile mistero.
Albanese sa immergersi nel personaggio, plasmarlo a sua immagine ed insieme scomparire. In questo egli è la perfetta controparte dell’altro immenso clown Antonio Rezza: laddove Rezza annulla per demolire, affinché nulla più resti del concetto stesso di personaggio storicamente, tradizionalmente e culturalmente inteso, Albanese cancella per evidenziare. Se i personaggi di Rezza sono marionette inumane, quelli di Albanese sono uomini-burattini; se Rezza mostra l’essere umano come maschera e la maschera come unico essere umano possibile, Albanese offre lo spettacolo di maschere da essere umani e gli esseri umani come congerie di maschere; se Rezza mette in scena l’esistenza come forma informe, Albanese allestisce lo spettacolo delle forme informi dell’esistenza. L’opera di osservazione diventa centrale. Non è un caso se il personaggio di Epifanio, che lancia baci ovunque nelle maniere più fantasiose, gli sia stato ispirato da un clochard parigino.
Realismo e surrealtà, dolore e gioco, si mescolano e si confondono, dialogano e litigano, confliggono e si armonizzano. Quel che resta è il ricordo dolceamaro e sempre caro della performance.
Antonio Albanese conduce l’arte alle sue origini: figlia di meraviglia, madre di stupore. E viceversa e tutt’e due. Ed è dallo stupore e dalla meraviglia che nasce il sapere.
La risata è la vetta più alta della cultura.

 




 


 
20 Ottobre 2009

Contra Iaquinta, o del bel calcio e del cattivo


Telecronacami, Musa tosattica,
le gesta incresciose del bufalo
di bianco e di nero bardato,
e ancor l’inspiegabile gloria
e l’onor giammai meritato,
giacché i’ voglio oggi parlare
di quello che niuno s’aspetta;
non da me, che d’uom contro ho fallace
fama. Intendo adunque mostrare
lo Buono, lo Iusto e lo Vero
in ciò che nel Pallon par difettare
appresso a chi el Pallon suol venerare.
Intendo presentare la cagione
poiché si debbe odiar la trista pippa
che d’orso ha le movenze, suino il pie’,
eppur nell’oppenione
pare un’aquila real.

Patrona di sfere, su, spirami:
chi fu a coronare d’alloro
chi arebbe più proprie le rape?
Chi fu a vestire d’azzurro
e a cignere d’oro lo capo
a chi saria equa la paglia
e molto più retto el forcon?
E invece li scettri ei tiene,
e sol par possibile qui.

Ahi maclavellica Italia
per che non conta il com’è et il s’è giusto,
ma bene è il trionfo rubato,
el giubilo infame e meschin.
Stival sanza coscienza, sporco spirto,
la tua peregrina morale
fe’ grande el crucco Oliverio
- che mai toccò palla di pie’ -
e celebra ancor l’inimico
di quella che tèchne è nomata
(per non della classe parlar),
l’Inzago sì goffo e gaglioffo.

Deh, sordo restò el Belpaese
al Sacco, profeta immortal.
Ei certo divide una macchia
col freddo fiammingo Vangallo,
poich’essi non capiro cosa una:
lo schema serve all’uom,
non già l’uomo allo schema.
E non di soli muscoli l’uom vive.
Ma pure è certo el verbo
e delizioso puro
che inascoltato giace,
ma ancor nel petto mio
lo sento rimbombar:
“Vincer non si deve
se convincer non si pote”.

Sì alto documento,
sì nobile e imperial,
potea non ben trovare
né braccia spalancate
né terra a seminar
in chi del giuoco è morte,
in chi del giuoco è mal:
l’italico tifoso,
di lui vo favellando.
Ben strano è costui:
preferirebbe infatti
lo grigio prevalere
della squadra sua del core
che veder dello megliore
lo trionfo reboante.
Tant’è – ch’el cielo me ne scampi -
a chi mi chiede: “Di chi se’?”
i’ rispondo: “Son del giuoco”.

Chi fu, dimando ancora,
allora, o Diva di stadi,
che fe’ di tanta suola
inarrestabil morbo?
Omai peste dilaga
e niuno ferma più.
Tu dici: “Scarso e bue l’è isto Iaquinta!”
e subito ribatte el defensor: “
“Macché, l’è bono assai!”.

Ti riconosco i meriti,
meridional muflone:
l’impegno, la passione,
l’indomito trottar,
financo il forte balzo,
financo lo segnar;
ma per chi come te
fu inviso alli celesti
li più pietosi fero
diverse attività:
v’è la corsa campestre, la miniera
od il cantier.
Oppure v’è del pari
ch’io non staria scrivenno
se tu, calàbro brocco,
giocassi nella Spal.

Io so che per exemplo,
al fin d’edificare,
non solo l’architetto,
ma pure el manovale
è all’uopo parimente.
Ma è altrettanto limpido,
lampante e cristallin
che mal giovano zappe
di membra al limitare
in chi arebbe da essere
lo pungolo e lo strale.
E non si dee confondere
li fanti e i cavalieri.

Natura, la matrigna,
t’ha privo del talento:
la colpa non è tua,
ma quale colpa è mia?
Ohi me lasso, quando sgroppar te veggo,
sì turpe e sanza grazia e sanza dote,
negato con la palla infra li piedi
che pare malferma la sfera,
sovente el rotolante ad inseguir
come fusse leprotto fuggitivo
lo cuoio rotondo e sincer.
Aresti esser negletto
e invece se’ ammirato;
non se’ tu rio,
sed è chi a te s’affida.
Primieramente el Tosco,
vessillo de li patrii somari,
che fe’ del cul stromento
di contro al gran talento
de la genia dei Galli
sì fiera e micidial.

Così or te s’incensa
e ti s’espone al mondo
opposto alli Torresi, alli Runi,
alli Luìs.
E intanto in panca aspetta
l’ermo Rosso, d’ispanica adozione,
e a casa sta el Pugliese
che fe’ Genova magna.
D’altronde lo sapemmo da li tempi
del Codino: l’ingrato Tricolore
non perdona la bravura.

Io non disprezzo te,
segone temerario,
ma questo almen concedi
a me che ti sopporto
e lasciatelo dir:
dacché se’ ben robusto,
va’ pure, scendi in campo,
ma il sia di pumidor.

 
14 Ottobre 2009

"Universi microscopici" 7 - Predatori


Treno Roma Tiburtina-Orte. Sereno pomeriggio autunnale

PENDOLARE Ce stai annà a caccia?

FERROVIERE Sìsì, sempre. E tu?

PENDOLARE Pur’io, pur’io, ce mancherebbe. Se becca?

FERROVIERE Se becca, se becca. Ché poi, pure si nun se becca, io nun so’ come quelli che s’addannano si nun pijano gnente. A me me frega poco

PENDOLARE Ah beh, manco a me, figurate

FERROVIERE Tanto la carne da magnà ce l’ho uguale e tanta

PENDOLARE Ma infatti, ce se va giusto pe’ passatempo

FERROVIERE Do’ sei stato ultimamente?

PENDOLARE Da le parti del Lamone, era pieno de starne

FERROVIERE Ah! Quelle so’ proprio belle. E so’ pure bbone da magnà

PENDOLARE Uno spettacolo, guarda

FERROVIERE Hai preso gnente?

PENDOLARE ‘Na starna, ‘na fagiana femmina e ‘n piccionciaccio.

FERROVIERE T’è annata bene, allora

PENDOLARE Ma me poteva annà pure mejo, si nun me s’era inceppato ‘l fucile

FERROVIERE Ma daje?

PENDOLARE E no? Avevo puntato ‘n’altra starna, te giuro che era le sette meraviglie, bella come ‘l sole, vo a tirà e nun me rimane incastrato ‘l grilletto?

FERROVIERE Ma pensa ‘n po’… Tu che c’hai, ‘l Bettarelli, ve’?

PENDOLARE Eh, e come te sbaji

FERROVIERE Capirai, c’avrei scommesso. Io ce l’avevo, m’è toccato buttallo pe’ la disperazione. Mo’ me so’ fatto ‘l Cicalini. Hai da vede come va… Certe schioppettate…! ‘No spettacolo, proprio

PENDOLARE E che nu’ lo so’? Quello è ‘l mejo. Ce sto a fa’ ‘n pensiero pure io. Ché si ripenso a quella starna… Quanto m’è dispiaciuto, era proprio ‘na bellezza

FERROVIERE Ce credo, ce credo. Succede sempre così. ‘N peccato proprio

PENDOLARE Via, semo arrivati

FERROVIERE Allora se vedemo!

PENDOLARE Te saluto!

FERROVIERE Stamme bene!

PENDOLARE Ciao!




Appendice – L’acrobatica logica del cacciatore medio

“Stavo passeggiando su un prato fiorito, circondato dalla musica soave della natura vergine. Mi sentivo in armonia con il creato, ebbro del respiro tenue del mondo al suo stato puro e primigenio, quando, dal sentiero che scende morbido verso il torrente mormorante, è apparsa una fanciulla. Impossibile descriverne la bellezza. Era la ragazza più bella che avessi mai visto, una gemma sì rara e preziosa da mozzare il fiato. Il suo volto emanava una luce irraggiante, il suo crine lambito dal vento leggero e la sua pelle di candida seta custodivano il segreto della Vita. Ella era la meraviglia incarnata. Così le ho sparato.
Poi sono andato alla Cappella Sistina. Uno spettacolo unico al mondo che sempre mi emoziona, sempre mi commuove. Poi l’ho fatta saltare in aria: mi serviva qualche calcinaccio per il viottolo del giardino.”

 
08 Settembre 2009

"Perle" 12 - Elogio delle ombre


Se tutto il sapere moderno non è che un tentativo di comprendere i miti greci e se i miti greci hanno detto tutto ciò che c’era da dire sull’essere umano, il mondo, l’esistenza, allora la continua e costante riflessione sulla mitologia classica è necessaria e fondamentale. Così, sovente, le rivisitazioni delle leggende archetipiche dello sterminato universo del sapere greco antico offrono punti di vista ora nuovi, ora insoliti, talvolta rivoluzionari, aggiungendo sempre qualcosa in più che mancava e che era sfuggito al lavoro ermeneutico, spalancando l’orizzonte infinito delle possibili interpretazioni (o meglio, mostrando l’orizzonte spalancato).
E’ il caso di James Gray, genio dell’attuale cinema indipendente statunitense.
Nelle sue opere filmiche, Gray ripropone schemi, strutture, tòpoi, temi della tragedia attica, riveduti e corretti per adattarli ai nostri tempi e soprattutto al mezzo cinematografico. I suoi drammi famigliari, come nella migliore tradizione di Eschilo, Sofocle ed Euripide, esplorano il segreto del legame di sangue, che è il mistero primigenio, ultimo, essenziale di tutto ciò che è umano. Le passioni, i conflitti, l’amore e la morte passano attraverso il sangue. La frattura del più sacro e più insondabile dei vincoli rappresenta la frattura fra l’Io e la Natura.
Ma James Gray è un regista cinematografico, dunque è ben cosciente di essere innanzitutto un creatore di visioni. Le immagini sono insieme gli strumenti ed i fini primari della sua arte, la fotografia è il suo pennello ed il suo inchiostro. Cura per le soluzioni visive e laconicità diventano pertanto i suoi tratti distintivi. E poi c’è la musica, per inseguire quel sogno di arte totale lungamente agognato da centinaia d’anni di cultura occidentale.
Era il millenovecentonovantaquattro ed aveva solo venticinque anni quando propose la sua prima sceneggiatura. Tim Roth e Vanessa Redgrave se ne innamorarono, e così il giovanissimo James si trovò a dirigere al suo esordio due giganti della recitazione. Capita a pochi, soltanto agli eletti. A Little Odessa seguirono The Yards nel duemila, We own the night nel duemilasette e Two lovers nel duemilaotto, tutti e tre con il suo attore feticcio Joaquim Phoenix. Una parsimoniosa condensazione creativa che ricorda quella dell’enorme Terrence Malick.
Il suo capolavoro assoluto resta forse proprio l’acerbo eppure così potentemente maturo Little Odessa, in cui si avverte l’influenza principalmente di Sofocle e Dostoevskij.
Tim Roth, il quale in questo meraviglioso monumento della letteratura recente che merita l’immortalità ha probabilmente offerto la sua migliore performance, è Joshua Shapira, un sicario che anni prima è stato costretto ad andarsene dal proprio quartiere a causa dell’odio del boss locale. Dal suo fugace ritorno nella breve illusione di potersi ribellare al destino impugnandolo ed indirizzandolo prenderà le mosse l’inesorabile catastrofe.
Josh è un personaggio edipico. Il violento e veemente contrasto con il padre è infatti una delle chiavi del film. C’è in lui inoltre qualcosa del Meursault de Lo straniero Camus: egli è estraneo alla vita, un forestiero dell’essere.
E c’è una scena in particolare in Little Odessa che racchiude in sé tutta la poetica e la grandezza di James Gray. Una scena perfetta.
Josh, accompagnato da alcuni sgherri assoldati per l’occasione, conduce in una discarica abbandonata del sobborgo la vittima per la cui esecuzione è stato pagato.
Non sono che ombre, la loro umanità è ridotta e stilizzata in sagome di tenebra, goffe marionette oscure pervase di stasi e silenzio.
L’unica figura in luce, distinguibile nella penombra, è Reuben, fratello di Josh, che ricorda Alëša Karamàzov sporcato di Ivan, poiché dal profondo della propria malinconia conserva ancora un barlume di speranza ed è ancora capace di provare sentimenti puri. L'obiettivo va a cercare il suo volto,  e sarà l'unico volto che vedremo. Assisterà allo spettacolo spietato ed impietoso di suo fratello, il suo eroe, che commette il crimine più grande, il più divino e il più diabolico: l’omicidio. Sarà Reuben l’agnello sacrificale della Colpa, della hybris.
L’interpretazione di Tim Roth è magistrale: tiene le braccia lungo il corpo, quasi stanco, quasi svogliato; se ne sta leggermente curvo, molle, ingobbito, poiché non arde, non gli è proprio il furore, ma risponde solo al volere del proprio destino. Non c’è fierezza in lui, ma passività lucida e piegata: agisce adeguandosi al fato, accetta la sorte. Non è arido, ma ha dovuto inaridirsi per sopravvivere al deserto gelato e raggelante dell’esistenza.
La telecamera compie un impercettibile movimento. Ora le ombre sono statue scolpite nel buio, cartoni massicci neri come la notte che si stagliano tetri su una terra desolata, stretta, schiacciata, senza via d’uscita; sembrano i residui d’un’apocalisse elementare, uno scenario di Beckett, con quei rami secchi dalla forte carica simbolica, oppure un quadro di Kubin o di Grünewald o di Zurbarán.
Ed è beckettiano il piagnucolio balbettato del condannato a morte.
Ecco che emerge con disincantata rabbia sopita e trattenuta una fiamma fatua di umanità di Josh. Benché sia solo un sussulto d’automa, poco più di una pratica liturgica da recitare svogliatamente, è la più terrificante delle sfide per l’uomo, la sfida suprema: l’appello al silenzio di dio. Josh sfida dio. Il suo è un sadismo senza slancio, svuotato dal suo interno, di chi sa cosa lo aspetta e cosa non lo aspetta e vuole mostrarlo a se stesso e agli altri, all’altro, all’Altro.
“Credi in dio? Aspetta dieci secondi, vedi se dio ti salva”.
E dio non lo salva.
Nel successivo secco, sublime, lapidario e terribile: “Prendete la lingua” si avverte un’eco che ricorda la frase conclusiva della Fedra di Seneca: “Lei gettatela in una fossa. Sull’empio capo gravi la terra con tutto il suo peso”. Un istante di esitazione, quasi un singulto, l'inganno di un tremito rapido ed esce di scena.
Il peccato della nascita viene scontato con la consunzione di ogni moto vitale.
Infine si muovono pesanti gli scagnozzi, a guisa di scimmioni malfermi. Nello sputo c’è l’abisso del disprezzo, il mutismo dell’anima. E non resta altro.
Siamo fortunati ad essere nati nella stessa epoca di James Gray.

 

 

 

 

 
05 Settembre 2009

Fabrizio De André a Montefiascone


E’ facile diventare Fabrizio De André quando si nasce a Genova! Sono capaci tutti con il mare davanti con i suoi scambi centenari e gli scopritori di mondi, la Francia estrosa, filosofa e battagliera accanto, perfino due squadre in serie A.
Ma soprattutto, bella forza scrivere un capolavoro come
Creuza de mä quando il tuo dialetto sa essere ad un tempo così terrigeno e così delicato, aspro eppure musicale, un cantato popolare e poetico!
Il linguaggio, si sa, è tutto il nostro mondo. La lingua, dunque, è il modo in cui noi vediamo il mondo. Da essa dipende la percezione e non già viceversa, poiché “il pensiero si dà nel linguaggio”. E’ stato Wittgenstein il primo a capire che il linguaggio non ha funzione descrittiva, bensì espressiva. Le parole non procedono dalle cose, come inerti segnaletiche per referenti esterni, ma anzi dal raffinarsi del linguaggio con-segue la crescita del nostro pensiero, che si fa più complesso. Il significante diventa centrale nel suo dire se stesso, non è più un mero indice del significato. Ogni lemma, con la sua morfologia unica e la sua particolare sonorità, ha una storia vasta e misteriosa e dischiude una serie infinita di relazioni e possibilità. Ogni parola, ogni lingua,
ha in sé ed è un universo che comunica con ogni altro universo linguistico possibile.
Ecco perché ad ogni lingua corrisponde un carattere sociale e culturale diverso, tante innumerevoli piccole sfumature per ogni termine-suono simile ma non identico.
Uno dei pochi luoghi comuni veridici afferma che i dialetti italiani sono piuttosto delle vere e proprie lingue. E’ esatto. Tante lingue per tanti mondi differenti.
Delle persone che stanno guardando una
una donna, una une femme, una ‘na guagliona, una a woman non stanno vedendo la stessa cosa.
Heidegger dice: “Siamo parlati dal linguaggio”. In noi, attraverso di noi, si agita un fiume sterminato di elementi e di influenze inconsapevoli, una sedimentazione-stratificazione di infinite forme ed infiniti contenuti che produce ciò che siamo ed al quale attingiamo per produrre il nostro essere.
Ogni individuo è strettamente, indissolubilmente legato alla propria lingua, che è il proprio linguaggio, che è il proprio pensiero, che è il proprio modus pensandi, che è il proprio modus videndi, che è la propria azione. Carlo Verdone se non fosse nato e cresciuto a Roma sarebbe stato un altro Carlo Verdone. Federigo Tozzi se non fosse nato e cresciuto a Siena sarebbe stato un altro Federigo Tozzi. E così via.
Tutto questo pippone per dire cosa? Che se Fabrizio De André invece di nascere a Genova fosse nato nel mio paese, Montefiascone, nell’ingrato pieno della Tuscia viterbese, innanzitutto non si sarebbe chiamato Fabrizio De André detto Faber, bensì Settimio Bracoloni detto Sartafosse. E non sarebbe mai andato in Via del Campo, ma tutt’al più al night de Brachino.
Ho pensato quindi di tradurre la canzone
Creuza de mä in dialetto montefiasconese. Nelle locuzioni “neutre” mi sono attenuto ad una traduzione il più letterale possibile, altrimenti ho prediletto un adattamento territorialmente caratterizzante. Ad esempio: quando nel testo si legge/sente lùnn-a (luna), ho sostituito radicalmente la parola, mutando dunque il senso, poiché luna è parola fin troppo poetica per il montefiasconese, troppo suggestiva, troppo melensa per suono ed evocazioni: in ventisei anni non l’ho mai sentita pronunciare. Dalle mie parti si usano solo termini pragmatici, ché nella tradizione contadina dura e pura c’è poco spazio per femminee vezzosità! Lo stesso vale per l’immagine metaforica del mattino che cresce o per il vino di Portofino ed altri punti che il lettore può confrontare con il testo originale e la traduzione a fronte qui.
A Montefiascone li fiori de zucca crescono, non il mattino! Che vor di’ che la mattina cresce? Che so’ ’sti stronzate? E Portofino si è sentito nominare solo a partire dagli anni ‘80 grazie alla mondanità mostrata da Canale5. ‘L vino bbono è quello del zi’ Lole, e abbasta.
Bene, dopo aver offerto la versione realista di
Impressioni di settembre, ora tocca alla falischizzazione di Creuza de mä. Capirete tutti perché io non sono De André e non potrò esserlo mai. D’altronde sarebbe arduo anche essere Sergio Vastano. Ed inoltre faccio già fatica ad essere me.



La strada che va giù pe’ ‘l lago

Ombre de facce facce de gente che c’hanno la barca
de che razza sete do’ cazzo ite
da ‘n posto do’ le bagasce de Muntijugo se fanno veda gnude
e ‘l buiaro ce mette ‘l curtello ma la gola
e a monta’ la somara c’adè resto ‘l porcaccio del Signore
e quel paraculo del Ghiaolo adè su mal cielo e ce s’è fatto ‘l nido
uscimo dal lago p’asciugà l’ossa da Dandolino
al cannaccio de le puppete ma la casa de sasse.
E me lì ma la casa de sasse chi ce sarà
ma la casa de Dandolino che nun c’ha la barca
gente de la Sguizzara facce da birbaccione
quelle che del coricone je piaciono l’ale
mastiotte de famije che manco puzzono
che le poe guardà senza metta l’ucello mal fodoro.
E ma ’sti panze vote che je darà
‘che cosa da bea, ‘che cosa de magnardo
‘na frittata coll’anguilla, ‘n vinello normale
‘l cervelletto d’agnello mal vino del suo
lansagne da tajà co’ la costoliccia e le viarelle
un lepre co’ le funghe e le patate de Morano.
E ma la barca del vino c’annaremo su le scoje avant’a Corrado
a rida su ’sto cazzo co’ le chiode ma l’occhie
poe ‘l sole sarà venuto su e ce toccarà ariccoja le zucchette
parente de le fiore e de le bardasciotte
padrone de la corda marcia fatta coll’acqua e cor sale
che ce lega e ce porta via ma la strada che va giù pe’ ‘l lago.

 
04 Agosto 2009

Un assaggio disgustibustoso


La comicità può essere uno stimolante od un sedativo. Da qualche anno a questa parte la satira è stata spazzata via dai media di massa in favore di un umorismo tranquillante. Modelli imperanti sono ormai i ridicoli ed imbarazzanti Zelig e Colorado Café, in cui l'invenzione artistica corroborante è stata soppiantata dal tormentone ebete soporifero per l'intelletto.
Contro la diffusione di simili narcotici sociali e per chi sentisse il bisogno di un'alternativa, io e lui abbiamo ideato Disgustibus, un format satirico interamente autoprodotto di cui abbiamo realizzato la puntata pilota dalla durata di un'ora circa. Farlo è stato per noi un piacevole dovere nonché un doveroso piacere, una divertente necessità. Lavorare, si sa, non c'è mai piaciuto.
Si tratta di un progetto indipendente che più indipendente non si può, realizzato praticamente a costo zero ed in assoluta autonomia; Disgustibus è una sorta di meta-trasmissione, un viaggio nello squallore quotidiano televisivo, politico, umano attraverso un percorso nei vari e molteplici generi del Comico.
Abbiamo deciso di renderne pubblico un breve estratto.

 

 

 

SE siete curiosi di vedere il resto; SE come noi non avete soldi ed entusiasmo per prestarvi al delirio vacanziero; SE non siete stati risucchiati dallo squallore familista cedendo al tradizionale ritorno estivo presso i vostri procreatori; SE la vostra vita è decisamente insoddisfacente; ALLORA potrebbe interessarvi venire MERCOLEDI' 12 AGOSTO ALLE ORE 21 al REWILD VEGAN CLUB, Via Giovannipoli 18 (zona Garbatella), Roma, ad assistere alla PROIEZIONE dell'opera nella sua intierezza.
E' una replica: la prima volta non avevamo promosso l'evento per imbarazzo, incapacità manageriale e refrattarietà al marketing, specialmente autoreferenziale. Ma siccome ha riscosso un successo tale da richiedere una ripetizione, pensiamo che stavolta potrebbe farvi piacere assistere a cinquantanove minuti e venti secondi di satira che in televisione non vedrete mai.
Inoltre è una buona occasione per mangiare e bere vivande che non sono state precedentemente schiavizzate, torturate e uccise.

 

Dunque, ricapitolando:

MERCOLEDI' 12 AGOSTO
ORE 21
REWILD VEGAN CLUB (http://www.rewild.it/)
VIA GIOVANNIPOLI 18 (ZONA GARBATELLA)
ROMA

proiezione puntata pilota di

DISGUSTIBUS

programma autoprodotto di satira indipendente ma così indipendente che al confronto *inserisci un paragone a scelta*

Astenersi giocatori di Fantacalcio 

 
29 Luglio 2009

Attuttattualità


- Scandalo nell’industria dei fumetti. Hobbes accusato di molestie su Calvin.



- Sarà vero? Fantasie ufologiche o incredibile verità? Sembra infatti che sia stato avvistato in un piccolo centro della Versilia un lettore de Il Foglio. L’opinione pubblica e la comunità scientifica locale e nazionale gridano alla solita invenzione allucinata, ma l’avvistatore, un distinto signore sulla cinquantina, conferma ed insiste: “Non bevo, non faccio uso di droghe ed ho una specchiata reputazione. So cos’ho visto: quell’essere stava leggendo il fondo di Ferrara. E’ stata per me un’emozione fortissima”. Eppure, dubbi ed incredulità permangono.
Siamo riusciti a rintracciare il giornalaio di Frosinone che anni fa denunciò molteplici avvistamenti del genere, ma venne preso per pazzo e bugiardo. Oggi, quest’edicolante – che chiameremo per comodità Hydeshakivatsyayana Kirieliceskerkerkov Salihamarisdizic – non vuole essere inquadrato in volto, perché non è per niente fotogenico. Ecco cosa ha detto alle nostre telecamere: “Esistono, esistono eccome, anche se il governo ce lo tiene nascosto. Parlare di questa vicenda mi ha fatto perdere il lavoro, la famiglia, gli amici. Intorno a me si è creato il vuoto. Adesso sono una persona sola, vivo di espedienti, non ho più niente da perdere e non mi rimangio nulla: più volte sono venute nel mio chiosco di giornali queste creature ad acquistare una copia de Il Foglio. Si tratta peraltro di clienti eccezionali che farebbero la fortuna di qualsiasi edicolante. Ognuno di loro infatti compra sempre due giornali in più: uno per nascondere Il Foglio, uno per coprirsi la faccia”.
Incontri ravvicinati del terzo tipo? I want to believe.



- Il Ministero per le Pari Opportunità delle Fighe ha distribuito un opuscolo contro la violenza domestica. Si tratta di un test di autovalutazione per le donne intitolato Verifica se il tuo uomo potrebbe arrivare a picchiarti. Ecco alcuni estratti dal questionario.


Parte A – Domande generiche

1) Ti lascia mai intendere velatamente che vuole impiccarti al davanzale della finestra del cesso per poi rovesciarti addosso una ghirba di olio bollente e farti quindi scarnificare da un avvoltoio ammaestrato?
2) Ti chiede mai di fare sesso tenendo in mano una clava?
3) Ti rivolge mai gesti offensivi e subito dopo ti bersaglia con una balestra?
4) Ti dice mai che va a mignotte ed invece va a giocare a calcetto?
5) Ti dice mai che va a giocare a calcetto ed invece va veramente a giocare a calcetto?


Parte B – Griglia di possibilità

1) Se gioca al Fantacalcio, non può in alcun caso diventare violento.
2) Se gioca al Fantacalcio e litiga al telefono con un amico per ottenere Ibrahimovic, potrebbe diventare violento.
3) Se gioca al Fantacalcio e pesta l’amico per ottenere Iaquinta, diventerà sicuramente violento.
4) Se cerca frequentemente di farti sentire in colpa, ti rimprovera con durezza o ti minaccia mettendoti contro i figli, potrebbe arrivare a picchiarti
5) Se ti mena, potrebbe arrivare a picchiarti.


Abbiamo intervistato alcune ragazze a cui è stato consegnato l’opuscolo. Sentiamo una delle persone interpellate: “Purtroppo non sono riuscita a scoprire il risultato, perché il mio ragazzo ha iniziato a pestarmi ed ho dovuto interrompere”.



- Si è aperto ad Udine il Primo Congresso Interrionale di Storia della Medicina. Nella prima giornata è stato affrontato un quesito che da decenni attanaglia gli studiosi di tutto il mondo: Puzzava di più un morto di peste del 1348 o del 1630? L’annosa domanda resta insoluta, ma si aggiungono ulteriori prospettive: e se l’appestato aveva anche la dissenteria?.



Ed ora, spazio ai più piccoli con la rubrica creativa per l’infanzia Patatrack.

- Ciao bimbi! Avete mai costruito una bella lavanderina di cartone? Prendete un foglio di cartoncino colorato e della colla vinilica. Piegate il cartoncino e con della segatura fatele il viso. Fatto? Chiedete a vostra mamma della carta crespata, con la quale potrete realizzare il vestitino della bella lavanderina, mentre con dei gessetti gialli ed arancioni confezioneremo il cappellino. Fatto? Bene, ora non vi resta che ripararvi il viso ed attendere i bulli.



Linea adesso alla rubrica culturale.


- Eccezionale scoperta in campo storico: è stato ritrovato negli archivi di Palazzo Vecchio a Firenze un video risalente al 1498 che testimonia come andarono realmente le cose nella morte di Savonarola. Le riprese vennero realizzate da un videoamatore, tale Duccio da Nebrasca, che si era appostato dietro ad una carrozza Audi parcheggiata in Piazza della Signoria, ma il filmato andò perduto. Ma finalmente possiamo vedere lo straordinario documento e sapere con certezza che Girolamo Savonarola andò incontro alla morte in questo modo:

Che bello, avete organizzato un barbecue per me! Grazie mille, non dovevate, siete fantastici.

Ma-ma-ma…Bastardi!”


- Esce in libreria la ristampa de L’italiano, manuale di scrittura di Beppe Severgnini che ha una marcia in più rispetto alle solite guide grazie al tipico irresistibile umorismo dell’autore. Interessante anche Il Giuoco, videocorso di scuola calcio di Stephen Hawking impreziosito dal suo tipico atletismo.
Pensate che bello sarebbe un mondo in cui tutti scrivessero come Beppe Severgnini. Basterebbe pubblicare libri di ricette per diffondere rabbia sociale. Noi dobbiamo essere grati a Beppe Severgnini: grazie al suo esempio ora la scienza sa cosa succede se un ragioniere si imbatte in una biblioteca. Povero Beppe, chissà quanti schiaffi dai bulli deve aver preso. Da quelli non troppo annoiati, si intende.


- Letteratura italiana. Alla luce delle ultimissime ricerche filologiche, dovremo rivedere completamente l’idea che abbiamo di Alessandro Manzoni. Di contro all’immagine dell’autore iperclassicista ed ultratradizionalista che la storia e le sue opere ci hanno consegnato, spunta una nuova stesura de I promessi sposi, rinvenuta per caso in mezzo ad una serie di carte inedite del Nostro, iniziata in tarda età e mai portata a compimento. Il progetto di revisione totale sul suo lavoro più importante a cui il Manzoni aveva intenzione di accingersi a coronamento della sua prestigiosa carriera ci offrono uno scrittore sperimentale, visionario e rivoluzionario, nettamente in anticipo sui tempi, dalle soluzioni addirittura novecentesche. Questo l’incipit della nuova versione del romanzo che egli avrebbe voluto dare alle stampe prima di morire:

Una mattina, destandosi da sogni inquieti, Renzo Tramaglino si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante”.


- Cinema. Nelle sale Il curioso caso di Beniamino Buttoni, la vita di merda di un uomo che nasce vecchio, invecchia ulteriormente, muore vecchissimo.


- Torna in auge la commedia trash erotica all’italiana e si carica di tinte ancor più hard core nel nuovissimo La veterinaria se la fa con i pazienti, con Alvaro Vitali nel ruolo di un cinghiale, e viceversa.


Siamo in conclusione. Non perdetevi a seguire Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, in cui Dino Campana si comporta come Stefano Accorsi.

Buona visione e buone vacanze da Cocapabana, mentre voi siete a Tarquinia Lido.

 
11 Luglio 2009

"Perle" 11 - Farsi beffe della fisica, scherzare con la gravità


"Alle volte immagino di dividere le cose tra quelle umane e quelle sovrumane. Borges e Cervantes: avevano qualche cosa di indefinibile che li poneva al di là, ed è per questo che perdoniamo loro un sacco di cose... Maradona è così: non è di questo mondo... Io l'ho incontrato una sola volta in vita mia... Sì, Maradona è così: esiste per la gloria di Dio"

OSVALDO SORIANO






"Se Andy Warhol avesse vissuto nella nostra era, avrebbe dipinto Diego invece di Marilyn"

EMIR KUSTURICA





"Quello che Zidane fa con il pallone, Maradona lo faceva con un'arancia"

MICHEL PLATINI




"Noi organizzavamo i pullman per andare a vedere gli allenamenti di Maradona. Non era mai successa una cosa simile e mai più succederà: i pullman si organizzano per andare a vedere le partite, invece noialtri facevamo centinaia di chilometri tutti insieme per andare a vedere un solo giocatore palleggiare per una ventina di minuti. E non eravamo gli unici: lì era sempre pieno di gente, ci venivano da tutta Italia, incontravamo altre decine e decine di gruppi che avevano organizzato un pullman come noi ed erano venuti in gita a vedere Maradona. Dal Nord, dal Centro, dal Sud, perfino dall'estero. Che spettacolo che era...
Per lui il pallone era un prolungamento dell'arto e quello che riusciva a farci andava contro ogni legge della fisica"

MIO ZIO MAURIZIO







 

 
07 Luglio 2009

Le forze dell'ordine in breve


Sottotitolo: il potere è un abuso


Ho deciso di entrare in polizia: voglio ammazzare uno che mi sta sul cazzo ma non mi va di fare troppa galera.


Federico Aldrovandi

 
02 Luglio 2009

Luttazzi, mi dispiace, io sto con MacFarlane


Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro e che ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto).
Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato ha passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice.
Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male (artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile. D'altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi, al quale rimbalza qualsiasi confutazione non già di natura politica o etica, ma prettamente artistico-filosofica.
Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: "Tumore al seno: una vittima ogni 45'. A rischio i campionati di calcio femminile", salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l'artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un'altra battuta fascistoide: "Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare". Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: "Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!". L'ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l'intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all'Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità - che vale da criterio di regolamentazione universale - non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell'animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam...).
Luttazzi, vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente.
Peraltro, per Luttazzi MacFarlane ha scivoloni fascistoidi, Bill Hicks aveva scivoloni fascistoidi, la rivista Il Male ha avuto scivoloni fascistoidi. Ovviamente il dubbio che forse le sue griglie interpretative andrebbe rivedute e che i suoi parametri di giudizio e la sua unità di misura non poi così impeccabili non lo sfiora neanche.
Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili di afroamericani ed omosessuali, "fascistoide" è risibile (soprattutto considerando il trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti – basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì – fascistoide.
Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio). Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino) ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una “onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale.
Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E' la metanarrazione che distingue l'arte dalla propaganda. La propaganda dice: "Fidati, sto dicendo la verità", mentre l'arte mette in guardia: "Bada bene, sto mentendo". Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un'opera d'arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell'opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: "Attento, le cose nella realtà non stanno così". Ogni grande opera d'arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell'abilità metanarrativa nell'armamentario di un artista che distingue l'artista valido dall'infimo.
E la metanarrazione è uno dei pilastri dell'opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l'intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank.
In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin, l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con l'arma della risata. E' lo spettatore televisivo medio stesso, che si specchia in Peter Griffin, l'oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato.
MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la "utilizza" in senso artistico (come un pittore "usa" la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l'autore ne evidenzia la negatività.
Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico, partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: "Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore, posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a me saprai affrontarlo adeguatamente". MacFarlane non vuole consolare (sarebbe - quello sì - una presa in giro per la vittima, un dileggio, quindi un'aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire.
Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo. Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso: “A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare bene, se si usa nome e cognome no. E' così perché sì, è stato deciso così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz'altro nazistoide senza possibilità di appello”).
Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo, squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò, si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei, senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore, facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l'apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l'unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L'Altro come Sé riconoscendone al contempo  l'Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto ugualitario e puro), la laicissima solidarietà.
Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza.
Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è “più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e, anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi), sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se lo dicesse Primo Levi in persona.
Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo, poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano, offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei un fallito, sconfortato. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di venir travisato perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante.
Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.

E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico, roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.   

 

 

 

 

 

Aggiunta del 3 luglio

Ho scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini.
Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a chiamarlo "semplice critica") di cui è stato vittima è dunque peggio del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una ragione ed anzi l'orgoglio e la consapevolezza che scattano in una vittima di un'ingiustizia lo sostengono. Ma l'essere perseguitato per quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh, quello è peggio di una persecuzione poliziesca.

 
29 Giugno 2009

La zattera Medusa - Scene alla deriva

Scritto su commissione per il Festival Internazionale di Bracciano, evento contro il razzismo ed a sostegno dei migranti. Interpretato non so da chi, non me ne sono interessato.



Il due luglio milleottocentosedici, la Méduse, una fregata della marina francese in navigazione verso il Senegal, si incagliò su un banco di sabbia al largo dell’attuale Mauritania, probabilmente a causa dell’inettitudine del comandante de Chaumaray. I passeggeri vennero imbarcati su sei scialuppe, mentre l’equipaggio si sistemò su una zattera di venti metri per dieci legata alle altre imbarcazioni, ma la cima si ruppe (o, probabilmente, venne tagliata per risparmiare la fatica di trascinarla) e la zattera con centotrentanove uomini a bordo fu abbandonata alla deriva.
Su quella zattera, i cui sventurati marinai si trovarono ben presto stremati dal sole, dalla fame, dalla sete, dalla disperazione, si verificarono gli eventi più disumani: suicidi, violenze, sopraffazioni, omicidi, torture, cannibalismo.
La zattera della Medusa rappresentò il naufragio dell’Occidente e del colonialismo, tanto che il grande pittore francese Théodore Géricault immortalò nel suo dipinto più celebre quella che resta una delle pagine più tremende della storia europea e dell’umanità tutta.
Circa duecento anni più tardi, il colonialismo raccoglie i suoi frutti ed una zattera compie il percorso inverso…


Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Ah, che sole! E che mare! Quarantasei gradi in pieno Mediterraneo e senza neanche una pensilina. Sento il mio spirito temprarsi e le mie spalle sfrigolare. Ho qui con me un mozzo pellerossa che prima di partire era albino. Son cose da uomini, queste!
Siamo salpati dalla Libia che ormai son venti giorni. Stavolta ho avuto in sorte una ciurma troppo molle. Già tutti stanchi, tutti spauriti! Eppure quel che hanno affrontato è un viaggio ameno e innocuo! Lo dicono tutti i sopravvissuti! Qual fortuna è lor toccata e non se ne rendono conto! Voglio dire, innanzitutto una bella cammellata senza cammello attraverso il Sahara. Tutto. Con pranzo al sacco (infatti molti di loro per la fame si son mangiati la bisaccia. Eh, quanta ingordigia di questi tempi). Poi tutti insieme sulla mia salda e bella imbarcazione, che questo femmineo ed ignorante mozzo s’ostina a chiamare canotto. Oh, quanta insipienza delle cose marinare! E’ essa infatti ciò che vien più propriamente detta fregata, avendola io sottratta con indomito coraggio e ben esperta astuzia in una darsena mal custodita. Ci si sta comodi come si conviene ad animi virili e camerateschi ed è accogliente come il grembo d’una madre nana. In centotrentanove in venti metri per dieci: come possono non amare tutto codesto calore umano?! E il tutto al modico prezzo di quattromila euro. Oggigiorno gli africani son diventati incontentabili.
Spetta a me condurli a riva nella suola distaccata dello Stivale dirimpetto. Costoro hanno affidato la loro vita al loro capitano, che taluni nel mio ingrato suol natio suole ancora appellare erroneamente scafista. Ma deh, io non mi curo degli invertebrati per nulla avvezzi ai flutti ed ai marosi.
Io bado alle mie ossa dure, al mio timone, alla mia rotta ed alla mia gamba di legno. Come l’ho persa, qualcun si chiederà. Come si conviene ad uno strenuo cuor filibustiere! Mi ci è caduto sopra il lampadario mentre stavo leggendo Moby Dick. Il destino mi ha voluto come il valoroso Achab ed io non tradirò la mia oceanica missione.
Alla mia fedele chiatta ho apposto il nome assai propizio di Medusa, affinché fosse di buon auspicio. Ed infatti la navigazione procede serena e senza sorprese, a parte qualche trascurabile intoppo, come quando ci siamo arenati o siamo stati cannoneggiati o abbiamo dovuto otturare una falla con un neonato. Ma a parte ciò, tutto il resto è una placida e sicura deriva.
D’altronde non mi perdo un’edizione del bollettino nautico Naufragare informati.
Accanto a noi nuotano beati ed amichevoli i delfini ed a volte qualche squalo, ma giusto quando cade qualcuno in mare.
Unico elemento di disturbo è un tale di nome Teodoro che se ne va sempre in giro con un foglio ed una matita in mano a condire con del sale ogni passeggero dicendo agli altri: “Sicuri che nessuno vuole assaggiare?”.
“Terra! Terra!”, grida di tanto in tanto la vedetta, un vecchio sciamano nigeriano cieco. Sta venendo in Italia per essere assunto come caporedattore del TG1.
Tutto il resto, è una congerie di nazionalità diverse unite però da un unico sacro vincolo: l’austera povertà.


Dialogo geopolitico tra un congolese ed un marocchino, con varie intromissioni

Un marocchino ed un congolese si svegliarono appoggiati uno addosso all’altro.
“Buongiorno”, esordì il marocchino.
“Buongiorno”, rispose cordiale il congolese.
“Dormito bene?”
“Pensavo di essere morto. Che delusione”
“Dai, che ci siamo quasi”
“Ora ti riconosco: non eri tu che hai detto la stessa cosa quindici giorni fa?”
“No, quello è morto”
“Dove sarà l’Italia? Di qua o di là?”
“Boh, la bussola se l’è mangiata il capitano da un bel pezzo”
“D’altro canto la fame è fame”
“A proposito, non mangio da giorni”
“Io non mangio da anni”
“Di dove sei?”
“Congo”
“Repubblica del Congo o Repubblica Democratica del Congo?”
“Fa differenza?”, intervenne un kenyota, così chiamato per gentile eufemismo.
“Repubblica Democratica. O almeno, quando sono partito era ancora Repubblica Democratica del Congo. Ma a quest’ora potrebbero essersi scambiate: facile che adesso la Repubblica del Congo è la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo è la Repubblica del Congo, quella semplice, quella senza il Democratica
“Guarda che adesso si chiama di nuovo Zaire”, si intromise opportunamente un liberiano.
“Macché, quello fino a dieci minuti fa. Adesso si chiama di nuovo Repubblica Democratica del Congo”, corresse un ivoriano ben informato che aveva con sé una radiolina.
“Eh, mi pareva infatti”, aggiunse un valdostano.
“E tu che cazzo ci fai qui?!” chiesero e pensarono più o meno tutti.
“Non mi è mai piaciuta la montagna”, rispose il valdostano.
“Complimenti, avete trovato l’intruso”, disse felice l’enigmista di bordo. Quindi il discorso riprese.
“Sì, ma cinque minuti fa è diventato il Principato di Un Po’ Di Gente Nera e tre minuti fa c’è stato un colpo di Stato, così adesso si chiama Principato Democratico Di Un Po’ Di Gente Nera Del Congo e comprende la vecchia Repubblica Democratica del Congo più parte della Repubblica del Congo. La parte restante è suddivisa a sua volta in Congo Fate Voi e Congo a Piacere, al cui interno coesistono due stati separati, il Congo Opzione Golpe ed il Trallallero. Ma negli ultimi quarantacinque secondi sono scoppiate sei guerre civili, quindi è ancora tutto da vedere”, rettificò un sudafricano che aveva un’altra radiolina. Non è un caso se la zattera Medusa divenne celebre accedendo al Guinness dei Primati come barcone di clandestini con la maggiore densità di radioline.
“Che poi non ho mai capito perché ci tengano tanto a metterci in mezzo la parola Democratica“, riprese il marocchino.
“Beh, studi psicologici hanno dimostrato che se uno sganassone lo chiami buffetto ti fai menare più volentieri”, sentenziò il congolese.
“Cavolo, ma sei acculturato!”, esclamò stupito ed entusiasta il marocchino.
“Non è merito mio, ma di mio fratello. Lui è laureato in medicina e psichiatria con un master in neurologia. Tutto quello che so l’ho imparato da lui. E’ emigrato tempo fa ed infatti grazie ai suoi titoli prestigiosi ha trovato subito lavoro: trasporta cassette di frutta all’Ortomercato di Milano. Lo pagano in nero, ma si sa, all’inizio devi fare la gavetta. Facendo carriera, presto lo pagheranno in nero per trasportare cassette di verdura”
“E tu come mai te ne sei andato?”
“Sto scappando dalle autorità”
“Ti sei messo nei guai?”
“Ma sai, nella mia nazione ti ammazzano per mille motivi. Sulla mia testa ad esempio pende una condanna a morte per divieto di sosta. Ti salvi solo se sei straniero. Se sei europeo o americano non ti possono ammazzare. Mio zio quando lo hanno arrestato per detenzione illegale di acqua ha provato a fingersi svedese, ma gli è andata male”
“E cosa vuoi fare in Italia?”
“Il calciatore!”
“Ma hai una gamba sola!”
“Ah, già… Oh, comunque c’è da dire che i bianchi avranno pure parecchi difetti, ma le mine antiuomo le sanno fare davvero bene. Certo, magari hanno un po’ esagerato nella distribuzione. Io sono saltato in aria nel cesso di casa mia. Conservo ancora l’altra gamba. Con quella conto di diventare un rivoluzionario giocatore di cricket. O anche di golf, se riesco ad entrare nei salotti buoni”
“Laggiù! Soffia!”, interruppe un ghanese.
“La Balena Bianca???”, chiesero stupefatti alcuni.
“No, Bongo che sta annegando”.
“Ci penso io!”, si propose baldanzoso ed intrepido il capitano. Si sporse e gridò all’indirizzo di Bongo, impacciato ciccione del Burkina Faso che si stava sbracciando. “Allungami la mano!”. Bongo, annaspando forsennatamente, riuscì a porgere il braccio al capitano Edaddo Mani, il quale gli sfilò l’orologio, prima di vedere l’altro colare a picco. “Peccato”, proferì il capitano “non si era mai visto un ciccione in Burkina Faso. Ci avrei potuto alzare bei dobloni”. E si rimise al comando della nave.
“Dicevamo?”, ricominciò il congolese, troppo stanco per incazzarsi.
“Mi parlavi di golf e salotti buoni”
“Ah, sì. Conto di fare un salto nell’alta società. Ci capisco di diamanti e so che ai ricchi piacciono. Capirai, ne ho raccolti per anni. Pare che faccia molto chic dell’altra parte del mare avere addosso qualche sasso. Chi ha tanta ghiaia o parecchio brecciolino deve sentirsi molto fortunato, da quelle parti.
Una volta stavo sfogliando una rivista americana ed ho visto la pubblicità di un diamante. L’ho riconosciuto subito: ero presente quando mio cugino lo trovò. Ci si è spezzato la schiena per raccogliere diamanti. Letteralmente”
“Toglimi una curiosità” domandò il marocchino “Ma come mai ti manca anche una mano?”
“Mentre lavoravo come cercatore di diamanti, ho chiesto al capo se ne potevo tenere uno”.
“Mi sa che niente golf”.
“Va be’, cercherò di diventare il miglior autostoppista del mondo”.
“Terra! Terra!”, urlò all’improvviso la vedetta cieca, con lo sguardo rivolto alle ciabatte di un algerino.


Intanto, in una ricca città del Nord Italia, due signore benestanti conversano amabilmente

“Ammore!”
“Tesoro! Come stai?”
“Non c’è male, non c’è male. Diciamo che sta peggio chi è povero”
“Ohohohohohohoh”
“E tu invece?”
“Bene anch’io. Son benestante”
“Io vengo ora da una passeggiata sul lungolago e…”
“Ma hai sentito cos’è successo al lago??? Un ragazzo è morto annegato! Pare che avesse anche moglie e figli. Poverino, così giovane…”
“Sì, ho sentito. Era africano”
“Ah be’, allora…”
“Ora che ci penso, tu sei tornata da poco da Parigi! Dimmi un po’, com’è stato, com’è stato?”
“Ah guarda, siamo stati benissimo. Albergo bello, con piscina, colazione abbondante, ma proprio che poi non dovevi nemmeno pranzare. La città è bellissima, ma sai che è? Troppi negri. Io per carità, niente in contrario, ma quando è troppo è troppo. Voglio dire, un nergo va bene, due negri vanno bene, pure tre o quattro, voglio essere di manica larga, proprio perché io per carità niente in contrario. Ma quando cominciano ad essere decine e decine, allora no, non mi sta più bene. A tutto c'è un limite!”
“Eh, come ti capisco. Pure qui capirai, un’invasione. Esci di casa e li vedi che stanno lì, tutti insieme, ti mettono a disagio”
“Delinquono?”
“No, per fortuna no”
“Fanno baccano?”
“No, neanche”
“Sporcano, imbrattano?”
“Nemmeno”
“Cosa fanno?”
“Stanno lì! Chi chiacchiera, chi gioca a carte, chi sente la musica. Una vergogna, guarda. Io non mi sento più sicura. Non vedi mai un bianco, sembra di essere in vacanza! Qui i negri siamo diventati noi! Bisogna proprio fare qualcosa. Per fortuna adesso organizzano queste ronde. Non se ne può proprio più con questi negri che giocano a carte. Che poi si sa, da un tressette ad arrivare ad uno stupro di gruppo è un attimo”
“E stanno diventando sempre più impertinenti! Ma io dico, appena arrivi ti mettiamo in uno di quei confortevolissimi CPT con camera vista fogna e bagno vista sbarre. Esci, vieni su e, come ha fatto mio marito ad esempio, ti faccio raccogliere pomodori per sedici ore al giorno a sette euro al mese, ti diamo persino una baracca in cui dormire con tutti e novantuno i tuoi connazionali per farti sentire più a tuo agio e ti lamenti pure! Io non lo so cosa pretendono questi qui! Prima abitavi in una capanna di foglie, ora dormi in una capanna di eternit ed invece di essere contento tieni sempre quel muso lungo e magari vai pure a rubare!”
“Non conoscono proprio il senso del lavoro e del sacrificio. In più hanno credenze strampalate, le donne sono sottomesse, mettono il burqa, mangiano gli scorpioni, spacciano la droga e comandano il giro della prostituzione”
“Sono proprio arretrati. Uh, si è fatto tardi. Vado ché mi comincia il rosario e dopo devo cucinare l’aragosta per mio marito e mio figlio”
“Attenta, ti si sta sciogliendo il fazzoletto. Tuo figlio sta bene?”
“Eh, purtroppo sempre tossicodipendente. Mi fa dannare”
“Oggigiorno non ci si capisce più niente. Vado anche io, devo portare la macchina a mio marito, che dopo va a puttane”
“E che ci vuoi fare, sono uomini. Si sa, l’uomo è uomo. Facile che si incontra con mio marito, pure lui ci va sempre”
“Che zone frequenta?”
“Quella dove ci sono le nigeriane, ché costano di meno”
“Che coincidenza, pure il mio!”
“Terra! Terra!”, grida un bambino, lanciando manciate di pozzolana contro le due donne imbellettate. L’autore del presente scritto ne gioisce.


Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani

Mi sento ribollire l’animo fin dal profondo delle viscere! E non solo per l’infezione intestinale che mi accompagna come farebbe appunto un’infezione intestinale! Ogni giorno che trascorre mi pervade una crescente esaltazione, giacché avverto chiaramente che attraverso di me fluiscono secoli e secoli di progresso dell’Occidente.
Oh, avevi ragione, oh sommo, oh divino, oh magnifico Rudyard Kipling! Quel che portiamo è ciò che tu chiamavi il nobile fardello dell’uomo bianco. E non intendo con esso la fiera panzetta che ogn’uom del Vecchio Continente reca avanti, bensì l’onere e l’onore (ovvero il dovere sacro) che tutti noi, genti che qualcuno chiamò ariane, abbiamo di diffondere il nostro più alto sapere e più alti valori alle popolazioni retrograde e neglette.
Quante, quante buone cose abbiamo insegnato noi del Primo al Terzo Mondo! Eh, quante, quante… Quante… Al momento non me ne sovviene neppure una, ma ce ne sono certo a iosa!
Ah, ecco, me n’è balzata in mente una: Dio. E quale idea maggior di questa?
A coloro i quali vivevano ignudi e selvaggi senza vera religione abbiamo insegnato a coprire le pudenda per non offendere il Celeste Padre. Ecco, noialtri, bianca stirpe eletta, abbiamo insegnato ai popoli dell’equatore a mettere il cappotto. Ora sudano il triplo, ma amano Dio.


Storia del giovane sudanese e della bella somala

A bordo nascevano gli amori. Vi erano sulla Medusa un giovane profugo del Sudan, tutto percorso da giovanili ardori, ed una ragazza somala di rara bellezza. Lui scappava dal Darfur, lei fuggiva dai parenti. Il giovane sudanese, che aveva lo stomaco vuoto ma l’occhio attento (e soprattutto altri vitali organi pieni) non poté non notare quella perla che gli appariva tanto preziosa. Certo, dopo settimane di deriva sotto al sole tra omaccioni maleodoranti anche la carcassa di un’antilope avrebbe esercitato un discreto fascino su di lui, ma di sicuro il ragazzone fu fortunato, tant’è che dopo una trentina di giorni di navigazione prese coraggio e le si avvicinò.
“Bella giornata oggi, vero?”, fece il giovane sudanese.
“Di’ un po’, ci stai provando?”, rispose la bella ragazza somala, sepolta sotto tre egiziani che pregavano in direzione di una Mecca arbitraria.
“Beh, sì”, ammise sincero il sudanese.
“Fa’ pure, tanto l’alternativa a te era restare nella periferia di Mogadiscio e sposare l’ottuagenario aerofagico che mio padre aveva scelto per me”.
Il giovane sudanese trovò dunque tutta la sicurezza che gli mancava e divenne addirittura sfacciato.
“Allora vengo subito al punto, senza giri di parole e senza infingimenti: ti ho visto, mi sei piaciuta subito e smanio di desiderio per te. Brucio!”
“Per forza, hai la febbre da colera”
“Ma a parte quello, ti bramo con tutto me stesso – o con quel che ne rimane. Sai, le mine…”
“Me lo farò bastare”
“Io…io…io voglio…voglio leccare il tuo clitoride!”
“Prego, fa’ pure, eccolo”, invitò lasciva la bella somala, estraendolo dalla tasca.
I due si amarono con passione travolgente tra un etiope e due del Ciad.
“Ho fame”, disse lui, subito dopo esser riemerso da quel meraviglioso amplesso.
“Anch’io”, fece eco un Hutu, sorridendo maliziosamente all’indirizzo di un Tutsi.
Teodoro si illuminò in volto.
“Il mozzo è ben cotto”, notificò il capitano.
“Io posso resistere. Noi soffriamo per tradizione”, disse la bella somala.
“Noi per tradizione moriamo”, replicò il giovane sudanese.
“Terra! Terra!”, strillò lo sciamano. E stavolta aveva ragione, ma del tutto casualmente, visto che stava voltato da tutt’altra parte.
Tutti, fino ad un istante prima stremati, si sentirono mossi da un rinnovato vigore e nascondendo alle proprie membra la spossatezza si ammassarono a prua a rimirare le sponde di quella che doveva apparir loro come la Terra Promessa. Quel genere di promessa che non viene mantenuta.
Chiunque si fosse trovato sulla piccola Medusa avrebbe visto a riva una schiera di persone che sembravano aspettar la barca.
“Guardateli, ci attendono!”.
“Evviva! Evviva!”.
Quell’arcobaleno di miseria e umanità era tutto un vociare di colori, sbiaditi ma vividi e vivi, come di chi resiste e non si arrende.
“Ci accoglieranno con benevolenza! Guardate, sono pronti a riceverci a braccia aperte! Tengon tutti nelle mani una fiaccola e un bastone, probabilmente strumenti di un rituale dell’amicizia, e tutti quanti indossano una camicia del color della speranza con all’occhiello un fazzoletto della medesima tinta!”
“Sì, camicie verdi! Oh, che calda accoglienza ci aspetta!”
“Incandescente”, sussurrò lo sciamano, che non aveva vista, ma qualche potere di veggenza lo conservava ancora.
In quel festante strepito, la bella ragazza somala avvertì un’impercettibile sensazione agitarlesi nel ventre, come un trambusto delicato. Restò un secondo muta, dubbiosa o imbambolata, poi si mise in disparte per ascoltar meglio il proprio corpo. Si posò una mano in grembo, sorrise esitando un poco e sospirò tremante. Guardò quel caro ragazzo sudanese, così magro eppure tanto forte, che ancora si perdeva con lo sguardo sulla costa che si avvicinava lentamente sempre di più.
Ella comprese allora che avevano concepito. Ormai ne era sicura, il corpo di una donna non può sbagliare. Si avvicinò al suo uomo, lo cinse con le braccia e mormorò al suo orecchio. Egli sembrò spaesato, ma felice, e la baciò. Decisero che se fosse stata una femmina l’avrebbero chiamata Speranza. Perché certo, la speranza è degli stronzi, ma se la vita è una chiavica, non resta che tentar di galleggiare, veleggiando verso terraferma.




Appendice – Le dieci cose da non dire mai ad una ragazza africana se si ha intenzione di rimorchiarla


1) Hai fatto una buona traversata?

2) Posso farti un cunnilingus in tua assenza?

3) Ehi baby, pure a te il clitoride lo hanno segato o ce lo hai ancora?

4) Mi regali il clitoride?

5) E’ vero che le negre ce l’hanno più capiente?

6) Facciamo un gioco: io mi metto un cappuccio bianco ed isso una croce in camera da letto…

7) Ciao, mi chiamo Mario Borghezio.

8) Sì, lo so, sono bianco, ma l’importante è come si usa!

9) Gradisci una banana?

10) Interessa una cittadinanza? No, perché ti amo e vorrei sposarti.

 
09 Giugno 2009

"Diario simulato" 24 - Coccodrillo per una brava persona


Johnny Miciomiao era un filantropo. Nelle notti di luna piena si trasformava in una persona generosa e munifica. Oggi il mondo piange la dipartita di un santo, di un benefattore, di uno spirito ardente come una febbre tropicale.
La sua vita ad un tempo lieve ed avventurosa titilla già l’immaginazione di produttori, registi e sceneggiatori di Hollywood, i quali – ne siamo certi – renderanno presto il giusto e meritato tributo a quest’uomo dal cuore grande e palpitante che ha dato il suo piccolo immenso contributo alla storia epica e gloriosa del Nuovo Mondo.
Nato nel 1946 in un piccolo paese del Sud Italia, partì giovanissimo per le lontane Americhe in concomitanza con la notizia dell’inaspettata gravidanza della ragazza a cui aveva giurato eterno amore. Oh, qual nobiltà d’animo e quale tenerezza! La fanciulla era infatti nota per il suo indissolubile legame con le tradizioni degli avi, onde per cui era assolutamente restia a voluttuari, voluttuosi e vacui amplessi che non fossero benedetti dalla luce dell’amore e consacrati a Dio e da Dio; così, l’attento e dolce Johnny (che al tempo si chiamava ancora Giovannino) volle mostrarsi rispettoso della di lei virtù, promettendo alla disiata donzella di prenderla in isposa al più presto e per suggellar il solenne impegno colse il frutto fresco della femminina beltà, mentre colei il cui nome gli pulsava in petto se ne stava voltata di spalle a pregar la Vergine Maria.
S’imbarcò dunque partendo segretamente in una notte burrascosa sulla prima nave diretta verso le terre che portano il nome del prode Vespucci ed ivi rimase senza lasciar recapito veruno, onde non far stare in pensiero la gentil pulzella e soprattutto i suoi affezionatissimi e protettivi – molto protettivi; estremamente protettivi – famigliari.
Cominciò dunque la spettacolare saga di Johnny Miciomiao.
Stabilitosi a New York, si iscrisse alle scuole serali e molti lo ricordano come un indefesso trascrittore delle fatiche del proprio laborioso e remissivo compagno di banco, Frederick Tozzy. Questi soltanto una volta volle dar respiro al proprio sodale, frapponendo un braccio ed un astuccio tra lui ed il buon Johnny. La maestra racconta che quel giorno Miciomiao, evidentemente preoccupato per il proprio compagno, prese stranamente un brutto voto, a differenza del solito in cui le alte valutazioni dei due risultavano puntualmente affini, per la soddisfazione loro e degli insegnanti tutti. Probabilmente il piccolo e debole Frederick venne assalito dai sensi di colpa, tanto forti che l’indomani si presentò in aula pieno di escoriazioni, sicuramente di origine stupefacentemente psicosomatica. La prova definitiva fu fornita da un altro compagno di classe, il quale riconobbe negli ematomi dello studente modello la medesima forma del bastone che Johnny soleva recare sempre seco. Ormai era certo: Frederick aveva pensato così lungamente ed intensamente al caro amico da riempirsi di piaghe simili all’oggetto cui il fido Johnny teneva di più e che più lo identificava.
Intanto Johnny si distingueva nel suo quartiere per le continue buone azioni al servizio della comunità. Innumerevoli sono le prove del suo sterminato amore per il prossimo.
Ad esempio, aiutava sempre le vecchine ad attraversare la strada all’ora di punta, quando il traffico era più denso e le automobili transitavano a velocità sostenuta, e, rifuggendo un facile e dannoso assistenzialismo, a metà le lasciava dicendo a ciascuna: “Va’, ora sai cavartela da sola”.
Ma le sue battaglie civili più note, quelle che lo hanno reso celebre, restano senza dubbio quelle per la salute.
La sua prima opera fu far nascondere un ragazzino gracile in un pozzo artesiano per salvarlo dall’obesità e là lo lasciò, senza fune e senza far voce con nessuno sul luogo in cui il fanciullo si trovasse, affinché le tentazioni dei cibi grassi se ne restassero ben lontane dal suo corpo.
Teneva molto al benessere della mente e del corpo, suoi e della collettività, perciò era un appassionato di jogging. Andava spesso a correre nel parco e, empatico com’era, si sentiva sempre un po’ in colpa quando passava e passava e ripassava a buon ritmo davanti al paraplegico sulla sedia a rotelle che usava prendere un po’ di fresco ai giardini pubblici. E poi andava a saltellare davanti al Centro Anziani.
Divenne celebre allorché, vincendo un’importante gara podistica, fece il suo primo accesso alla televisione. Intervistato dall’inviato del notiziario della sera, spese toccanti parole per le persone che non erano state fortunate quanto lui: “Dedico la mia forma smagliante a tutti i grassi del mondo”.
Volle in tal modo impreziosire un evento sportivo che non era cominciato sotto i migliori auspici: il giorno prima della gara, i concorrenti più forti erano infatti misteriosamente morti per avvelenamento, cosa che aveva traumatizzato la nazione. Johnny fu eccezionale nel riscattare la loro memoria con il suo altruistico gesto, a cui seguì la devoluzione dei soldi del primo premio in favore di alcune prostitute minorenni.
Johnny cresceva e si affacciava al mondo del lavoro. Desideroso di rendere i suoi affari e la sua industriosità utili non già solamente ai fini del suo guadagno, bensì alla comune utilità e specialmente sul fronte ambientale unito all’attenzione per le classi sociali meno abbienti, si adoperò alla costruzione di una discarica per lo smaltimento dei poveri.
Ma l’attività che gli fruttò maggior prestigio e che tanti vantaggi apportò all’esistenza di ogni cittadino fu quella di inventore di segnaletica per momenti di panico come terremoto od incendio. Tra i cartelli da lui ideati, che migliorarono di molto la sicurezza pubblica, spicca senz’altro il diffusissimo “In caso di pericolo, calpestare i più deboli”.
Umile quanto straordinario servo del proprio Paese, si arruolò quindi per il Vietnam. Fu lì che conobbe il suo unico vero grande amore, un amore perduto e mai sopito. Ne parlò in occasione delle celebrazioni per la sua elezione come Uomo del Minuto per la rivista Tyme: “Ero stato catturato in Vietnam. A nulla mi era valso tentare la fuga sulle schiene dei miei compagni agonizzanti. Venni condotto in un campo di prigionia, esposto alle peggiori barbariche angherie, e lei mi aiutò a scappare. Era una vietnamita, viveva nel villaggio in cui era situato quel carcere sudicio ed insanguinato dimenticato da Dio. Si macchiò di alto tradimento verso il suo stesso popolo pur di salvarmi la vita. Di lei persi ogni traccia da quando la lanciai in pasto ai vietcong per distrarli”.
Tornato in patria e coperto di onorificenze, si prodigò in veste di veterano per l’integrazione degli afroamericani. Credendo fermamente e saldamente nei sacri ed alti valori dell’amicizia, della solidarietà, della comprensione e del perdono, nonché della naturale e spontanea concordia tra gli uomini, una volta, per dimostrare la genuina veridicità e fondatezza della propria fiducia nell’altro, chiese ad un ragazzo nero di seguirlo. Senza renderlo edotto sulla destinazione, lo accompagnò a sorpresa presso una sede del Ku Klux Klan, ove, stringendolo per le spalle, proferì rivolto al capo incappucciato: “Salve, costui ha detto che tua moglie è una zoccola, ma so che saprete passarci sopra”. Indi si allontanò al fine di permettere alla fratellanza di compiere il proprio corso.
Non certo indifferente alle lotte per l’emancipazione delle donne e particolarmente sensibile alla tematica dell’interruzione di gravidanza, fu lui il creatore della tecnica di aborto tramite calcio nella panza.
Ispanici, orientali, nativi, omosessuali: non v’era minoranza i cui componenti non portassero sulla pelle i segni visibili dell’impegno di Johnny Miciomiao.
Caro è il ricordo di questo eroe, morto ieri precipitando in un burrone e trascinando nel cadere la sua amatissima consorte per risparmiare all’animo di lei sì fragile e delicato l’asperrimo dolore del lutto.
Commossi salutiamo colui il quale covò fino alla fine un unico grande sogno: la pace nel mondo. E la guerra in tutto il resto dell’universo.

 
03 Giugno 2009

Riassunto delle forme di governo più gettonate


Sottotitolo: Un agile aiuto per comprendere e tradurre quando al telegiornale si sente parlare di elezioni o delle marachelle del principino Henry




Monarchia

"Il padrone sono io, lo ha deciso Dio. Lo ha detto a me e pure al vescovo. Ti devi fidare. Per forza"



Dittatura

"Il padrone sono io e se non ti sta bene ti meno"



Oligarchia

"I padroni siamo noi. Che ci vuoi fare, è andata così"



Democrazia

"Quale padrone vuoi tra questo, questo e questo?"
"Questo"
"Spiacente, la maggioranza ha deciso che ti devi beccare quest'altro"


 
30 Maggio 2009

"Diario simulato" 23 - Il mio compagno di banco


Il mio compagno di banco è morto.
Ci siamo accorti solo dopo una settimana, che era morto. Era un tipo schivo e riservato, uno di quelli che passano inosservati. Effettivamente però mi era sembrato più immobile del solito e particolarmente taciturno in quei giorni. Il cattivo odore non ci aveva sorpreso particolarmente. D’altronde, gli altri bambini a pallone non lo facevano mai giocare perché puzzava di pecora. Sapete, era il rampollo di una gloriosa stirpe di pastori. Il suo primo amore era stato una capra. Ma non funzionò.
Solo Michelino Sportelli aveva notato qualcosa di diverso nel suo fetore: “Ehi, ultimamente puzza di pecora morta”, aveva suggerito con discrezione al resto della classe. Ma l’altro niente, immobile, curvo sul banco.
Il bidello, al momento di chiudere la scuola a fine giornata in quei sette giorni, aveva pensato: “Mah, vorrà evitare di arrivare in ritardo domani”.
Quando però lo scossi strattonandolo per il braccio per chiamarlo e controllare se stesse bene ed il braccio cadde sul banco, capimmo che forse c’era qualcosa che non andava.
“Ti inventeresti di tutto per giustificarti!”, lo apostrofò la maestra. Il suo rendimento infatti era piuttosto scarso. Avete presente quelli che sono intelligenti ma non si applicano? Ecco, il mio compagno di banco studiava con dedizione monastica, ma era irrimediabilmente stupido. Non era colpa sua, è che proprio non c’arrivava, alle cose. Non conto più le volte in cui gli ho detto: “Per scendere di sotto devi fare quelle scale là. E la tua colazione è questa”. Ma lui dagli a lanciarsi dal terrazzino e ad addentare il termosifone.
Poi arrivò il medico: “Suvvia, è un mal di pancia dovuto all’agitazione per il compito in classe. Dev’essere un tipo emotivo, il ragazzo”. Ed in effetti la pancia si stava riempiendo di vermi.
Finalmente comunque i becchini arrivarono. E si scordarono la salma del mio compagno di banco nel magazzino delle pompe funebri per un mesetto almeno. Al funerale non ci andò nessuno: il comune non pensò ad attaccare le carte in giro e presto tutti si erano dimenticati che era morto. Neppure io, tant’è che una volta una zia mi chiese: “Con chi stai di banco a scuola?” “Io? Mai avuto un compagno di banco”.
Come faccio allora a scriverne adesso così diffusamente? Semplice: ieri stavo passeggiando lungo un fosso, ho guardato in basso, ho visto una merda di cane ed ho subito pensato: “Cavolo, il mio compagno di banco!”. E così la memoria ha preso involontariamente a correre: l’infanzia in paese, il tè e biscotti prima della messa, il primo amore del mio amico con i suoi tormenti, il suo matrimonio infelice, i salotti buoni, le cene dai Guermantes. Cavolo, erano i ricordi di un altro. Però mi è sovvenuto pure il mio compagno di banco: i ricordi di quell’altro erano decisamente noiosi.
Il mio compagno di banco era prodigo e disponibile con tutti. Era sempre la persona giusta al momento giusto. Quando non serviva a nessuno.
Era una sorpresa continua, quasi mai buona.
Aveva mille facce. Tutte uguali.
La sua famiglia non si curava granché di lui. Era una persona molto sola. Quando tornava a casa, al massimo trovava ad accoglierlo qualche blatta morta sul pavimento dell’ingresso.
Era messo talmente male che una volta Edmondo De Amicis gli diede una pacca sulla spalla.
Però era imbattibile a nascondino. Nessuno si ricordava mai di lui e faceva sempre tana. Spesso a distanza di qualche giorno da quando si era nascosto.
Aveva un’altra dote: nuotava benissimo. Quando la scuola ci portava in piscina, era un piacere vederlo sguazzare. L’acqua era il suo vero habitat naturale. Vedi a volte la sfiga: sarebbe stato un’ottima aringa ed invece era nato essere umano.
Aveva sogni piuttosto modesti. Sapete, tutti i bambini sognano di fare il calciatore, il detective, il pilota, l’esploratore. Lui sognava di fare quello che traccia le righe del campo con il gesso, la guardia giurata, l’insegnante di scuola guida, l’impiegato in un’agenzia di viaggi.
Nonostante tutto ciò, si salvò sempre dai bulli, perché si dimenticavano di picchiarlo.
Ora riposa in pace, da qualche parte, chissà dove.
Sulla sua lapide manca il nome, perché né noi né i genitori né nessun altro si riesce a ricordare come si chiamasse.

 
09 Maggio 2009

Il Gazzettone


- Studente accoltellato a scuola. Alemanno: “Colpa di Romanzo criminale“. E’ vero: lo studente sosteneva che Michele Placido sia un grande regista.

Sulla vicenda si è espresso con parole durissime anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Sarebbe meglio evitare di accoltellarsi”.



- Bergamo. Il consiglio comunale ha stabilito il limite di un’ora per chi chiede l’elemosina in strada. Inoltre sarà consentito avere la sclerosi multipla solo nel fine settimana.



- Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, ormai sempre più al centro di aspre contestazioni, ha deciso di dare nuovo lustro alla propria immagine pubblica. Si farà doppiare da Francesco Pannofino.



- Messaggi subliminali nella musica leggera. E’ stato scoperto che la canzone Nel blu dipinto di blu se ascoltata al contrario fa un rumore incomprensibile.



- Nuova battaglia vinta dal MOIGE per la morigeratezza dei costumi dei mass media in favore dei bambini. D’ora in poi non si potrà più dire in televisione Cappella Sistina, bensì Glande Sistino o, ancora meglio, Quella-Cosetta-Lì Sistina.



Linea ora alla rubrica culturale.

Benvenuti al secondo appuntamento con le meraviglie della Storia e della Natura. Io sono sempre il professor Fito Plancton, ma un po’ più vecchio rispetto alla volta scorsa. Però, se consideriamo l’Io una somma di accidenti cangianti ineffabile ed a-sostanziale e l’identità conseguentemente soggetta al fluire temporale senza una base solida che ne costituisca l’essenza, ergo il Sé come superficie sospesa costantemente mutevole e quindi inafferrabile, sono il professor Fito Plancton, ma non sono più lo stesso dell’altra volta. E adesso sono un altro ancora. E anche adesso. E anche adesso. Eccetera.

Ricorrono un tot di anni dalla morte di Jorge Louis Borges. Uno dei massimi umanisti della storia, mente enciclopedica, scrittore, filosofo, mitografo, linguista, conosceva approfonditamente lo spagnolo, l’inglese, il tedesco, il francese, l’italiano, il portoghese, il latino, il greco, l’ebraico, l’arabo, il gaelico, l’antico sassone, il giapponese, il sanscrito, il provenzale. Eppure quando si trovò a parlare con un ternano andò in crisi.

Interessantissima scoperta nella storia della letteratura. E’ stato appurato che Cecco Angiolieri non fu l’unico poeta della famiglia: alla poesia si dedicò infatti anche il meno noto fratello, Meco Angiolieri. A differenza di Cecco, idolo ribelle romantico, una sorta di bohemien ante litteram dalla vita avventurosa e sulla cui sregolatezza si è lungamente favoleggiato, Meco era un burocrate del catasto dalla personalità decisamente più posata e dagli orizzonti assai più modesti, come d’altronde testimonia l’unico sonetto che di lui ci è rimasto, S’i’ fosse foco scalderei cipolle.

Il volto oscuro del potere. Rodrigo Borgia, divenuto papa nel 1492 con il nome di Alessandro VI, era solito sfruttare la propria posizione per circondarsi a corte di giovinette che avevano lo scopo di sollazzarlo eroticamente e tra cui nominava una favorita, la quale diveniva la cortigiana prediletta per le proprie pratiche sessuali più intime, perverse e sovente ridicole, animato com’era da una vera e propria patologia psichica, una smania frenetica di piacere fisico mista ad un esasperato e violento bisogno di essere adorato e venerato. Si trattava certamente di secoli bui ed è bello sapere che le cose siano cambiate.

Personaggi stravaganti del mondo antico. Plinio il Matusa, nelle sue Histronzatae, racconta l’assurda vicenda di Zinnepozzo di Lampsaco, filosofo e matematico vissuto in età ellenistica, contemporaneo di Pirrone, considerato un tardo-sofista, od un sofista tardo. Egli decise in giovanissima età di contare incessantemente per tutta la vita al fine di vedere a quale numero potesse arrivare un uomo nell’arco della sua intera esistenza. Convinto che ciò avrebbe permesso di penetrare i misteri della numerazione infinita e della relazione tra astrazione matematica e mondo empirico, iniziò un giorno, uno, due, tre, quattro, e proseguì senza mai smettere, imparando anche a non interrompere il conteggio neppure durante il sonno, in una sorta di sonnambulismo ragionieristico. Qualunque cosa stesse facendo, egli contava, contava sempre, procedendo ed avanzando di cifra in cifra. Immolò tutto se stesso, tutta la propria vita a questo incredibile proposito, rinunciando a tutto – comodità, affetti, viaggi, averi e quant’altro – pur di continuare ininterrottamente a contare.
E’ un vero peccato che poco prima di morire abbia perso il conto.



Bentornati in studio. Si avvicinano le elezioni europee e per la tribuna politica abbiamo oggi in collegamento il responsabile dell’Ufficio Comunicazione e Immagine del PD, l’onorevole Mino Ini.

Buonasera onorevole.

MINO INI Buonasera, senza nulla togliere – ci mancherebbe – al giorno.

INTERVISTATORE Allora onorevole, tra le critiche più frequenti che vengono mosse al Partito Democratico c’è quella secondo cui la sua compagine si mostri troppo poco netta, poco risoluta, poco chiara e poco ferma nelle proprie posizioni, alla ricerca di un centrismo vago che fa disamorare soprattutto i giovani.

MINO INI Questo accade perché i ragazzi non sono più abituati alla moderazione, ancora inquinati dalle vecchie ideologie. Pensi ad esempio al cinema. Qual è un tipico film per i giovani? Il cavaliere oscuro. Tutta questa cupezza, tutto questo estremismo. Noi dobbiamo insegnare ai giovani che le cose non sono mai o bianche o nere, ma esistono infinite sfumature di grigio. Abbiamo dunque proposto di cambiare il titolo in Il cavaliere beige. Siamo intervenuti anche sul Il buono, il brutto e il cattivo. Nelle nostre sezioni è già possibile vederlo con il nuovo titolo Il buono, il tipo e il fatto a modo suo.
Abbiamo capito che bisogna agire sul linguaggio per dare quella svolta moderata che serve al Paese. Siamo stati noi a premere per l’introduzione della formula diversamente abile al posto di disabile, come anche al posto di basso diversamente alto ed al posto di biondo diversamente moro. E credo che sarà di grande aiuto a sconfiggere il razzismo strisciante che si respira ormai in Italia iniziare a chiamare i neri diversamente bianchi. Peraltro diversamente abile calza a pennello a chi ad esempio non ha le gambe ma si arrampica sui muri, oppure su un cieco che però fa splendide rovesciate.

INTERVISTATORE Ma dove si è mai visto un cieco che sa fare le rovesciate?

MINO INI Siccome siamo un partito al passo con i tempi, abbiamo una squadra di calcio ed il nostro centravanti è cieco ma fa delle rovesciate spettacolari. Oddio, in realtà, secondo me, sarebbe più una seconda punta – sa, è un attaccante che non vede bene lo specchio della porta.

INTERVISTATORE Mi scusi, per curiosità: quanti goal ha segnato finora?

MINO INI Zero, ma non è un problema, è perfettamente in sintonia con la linea del partito.

INTERVISTATORE C’è anche chi vi accusa di essere un partito vecchio, quasi gerontocratico.

MINO INI Non è vero, siamo un partito giovane, abbiamo operato un grande ricambio generazionale. Il nostro candidato di punta, ad esempio, ad ottant’anni ha cambiato la paglietta con un coloratissimo cappello a visiera.

INTERVISTATORE La sfiducia che vi circonda comunque c’è. Abbiamo fatto un giro chiedendo alle persone un parere sul PD. Ecco cosa ci hanno risposto.

INTERVISTATORE Scusi, lei cosa ne pensa del PD?

PRIMO PASSANTE Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE Salve, che mi dice del PD?

SECONDO PASSANTE Mmmgggh…Beh, senza dubbio, il Pd…mmmgggh…Hahahahahahaha! Mi perdoni, non ce la faccio. Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE Senta, ma secondo lei, il PD…

TERZO PASSANTE Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE Il PD…

QUARTO PASSANTE Hahahahahahaha!

INTERVISTATORE PD.

QUINTO PASSANTE Aaaaaaaaaaahahahahahahahaha!

MINO INI Senza dubbio dobbiamo riconquistare credibilità agli occhi dei cittadini, non lo neghiamo. Tuttavia, abbiamo già individuato quello sarà il nostro futuro target di elettorato: nella prossima campagna elettorale, ci rivolgeremo a tutti coloro i quali redigono pazientemente la letterina a Babbo Natale e sono stanchi di non ottenere una risposta ed ai devoti a Padre Pio. In futuro punteremo anche sui pellegrini abituali di Lourdes, ma sarà dura rompere il loro noto muro di scetticismo.

INTERVISTATORE Quale misura proporrete contro la crisi economica in favore dei ceti meno abbienti e per i salari più bassi?

MINO INI Un’equipe guidata dal professor Sircana sta già sviluppando il progetto della mignotta a gettoni.

INTERVISTATORE Bene, è tutto, saluto l’onorevole Mino Ini e lo lascio mentre balla in lacrime su un cubo.

Non perdetevi a seguire la nuova fiction su una madre coraggio alle prese con i problemi di povertà, disoccupazione e corruzione nel Sud Italia: Milva di Taranto, una donna d’acciaio.

Chiudo con un messaggio di solidarietà al nostro Premier: Maestà, non si lasci abbattere dalle malelingue: quel gran pezzo di figa me la sarei fatta pure io.

Buona prosecuzione.

 
07 Maggio 2009

La censura è ordinaria amministrazione


Per controllare i media, al potere basta una circolare.
Ho un conoscente che lavora in Rai. Per ovvi motivi, non farò il suo nome, né fornirò dettagli sulla sua occupazione: non vorrei avere un disoccupato sulla coscienza. Vi basti sapere che riveste un importante incarico nell’ufficio della regia di un programma di attualità piuttosto seguito.
Ebbene, giusto ieri questa persona mi ha detto che le alte sfere della Rai hanno emesso una direttiva interna che vieta categoricamente di parlare in qualsiasi trasmissione della vicenda di Silvio Berlusconi, Noemi Letizia ed il divorzio con Veronica Lario. Non solo: è assolutamente proibito trattare persino argomenti che possano ricondurre l’attenzione alla questione o che rischiano di dare adito agli ospiti in studio di menzionare quel caso specifico (ad esempio: non si può parlare di divorzio in generale, non si può parlare di sesso con minorenni, non si può parlare di diciottesimi, etc. Nulla insomma che ricordi anche da lontano la faccenda del Presidente del Consiglio).
Sono naturalmente esentati dal diktat i programmi che hanno una formula contrattuale diversa - e su cui quindi la dirigenza ha minore potere diretto - come Annozero o Report, che sono format privati in partnership con la Rai senza essere diretta proprietà dell’azienda (ma ne faranno le spese in seguito, questo è certo).
Semplificando: in alcune tribune politiche qualcosa sentirete, ma scordatevi di sentire alcunché nei telegiornali od in contenitori come Uno Mattina o Domenica In.
La mia ignara ed involontaria talpa ha inoltre aggiunto che, arrivatale per le mani la direttiva neanche venti minuti prima dall’inizio della trasmissione da lei curata, insieme allo staff ha dovuto cambiare in appena un quarto d’ora l’intera scaletta, sostituendo in fretta e furia i temi del giorno potenzialmente “pericolosi” con altri reputati innocui. La direzione stessa si è premurata di fornire un elenco di materie da trattare considerate a distanza di sicurezza dagli affari del premier.
Ora siete al corrente di come funziona di preciso l’intervento politico sui mezzi di comunicazione.
Senza il beneplacito del capo, alla massa non arriva niente. Ciò che non incontra il favore del padrone, deve restare ignoto al volgo.
Quello che mi ha maggiormente scosso nella testimonianza di questo mio conoscente è stato però proprio il modo in cui mi ha fatto tale rivelazione: non mi ha preso in disparte con l’aria di chi intende confidarti una notizia segretissima; non se l’è lasciato scappare per eccessiva loquacità e disattenzione. Niente di tutto questo: mi ha riferito l’evento con candida spontaneità, come se si trattasse di una cosa normalissima, niente di eclatante, perché quella è la regola, funziona così, accade tutti i giorni, niente di speciale.
Con la sua tremenda naturalezza mi ha lasciato intendere che quando si parla di censura, parola così imponente, atto tanto spaventoso, non è necessario pensare ai roghi: la censura non è che ordinaria amministrazione.


Appendice - Se ti piace la carriera, ti sta bene la censura

Proseguendo la conversazione, la stessa persona mi ha offerto anche un nitido esempio dell’humus su cui può crescere e fiorire la censura, del tipo di terreno che rende fertile ogni dittatura.
Discorrendo della balordaggine del sistema clientelare ed autoritaristico, il mio prezioso informatore mi fa: “D’altronde, è facile corrompere ed essere corrotti ed io capisco pure chi cade nel meccanismo. Metti che a me proponessero la regia di una prima serata chiedendomi in cambio di spostare qualche voto, invitare chi dicono loro, seguire questa o quella linea, mica è detto che non cederei. Oppure se a te promettessero una cattedra universitaria. Siamo tutti di belle speranze, ma alla fine tutti quanti vogliamo mettere su famiglia, avere una bella macchina, fare carriera”.
Ecco, non mi è riuscito di spiegargli in alcun modo che a me, per esempio, di mettere su famiglia, avere una bella macchina e soprattutto fare carriera non me ne può fregare di meno. Quindi potrei semmai essere corruttibile qualora venissi posto di fronte all’eventualità di non dover mai più lavorare per tutta la vita senza doverne render conto a nessuno, cosa che fa estinguere da sé la possibilità di corruttela.
Bisogna capire che in una società fondata su guadagno, produttività e proprietà privata, la principale schiavitù è il lavoro ed il lavoro non può che essere schiavitù. E la carriera è soltanto la scalata verso una schiavitù dorata, addobbata e decorata, giacché neppure il padrone è esente da catene: la sua intera vita immolata ad affannarsi per conservare il bastone del comando, e poi accumulare, accumulare, accumulare con fatica, salire in cima per ritrovarsi infine ad essere un potentissimo defunto.
Aveva ragione Indro Montanelli: non bisogna temere le punizioni, ma i premi. Se il premio non ti fa gola, su di te neanche la censura funziona.
Liberarsi dal lavoro, scrollarsi di dosso la miserrima e vacua ambizione, sono le prerogative basilari.
Se la tua realizzazione consiste in una posizione sociale ed in qualche merce (in breve: se ti senti realizzato con cazzate disarmanti), sei facilmente pilotabile. Ma se ambisci solo a vivere libero ed in pace, non c’è moneta con cui possano comprarti.

 
04 Maggio 2009

Il Principe e le minorenni


La vicenda di Berlusconi e la minorenne offre più di un limpido insegnamento sui meccanismi della schiavitù e sulla dialettica servo-padrone (non tanto in senso hegeliano quanto foucaultiano-zimbardiano-milgramiano), costituendo un chiaro esempio delle dinamiche di assoggettamento ed autoassoggettamento dell’individuo ad un capo.
Innanzitutto, uno spunto di riflessione si impone immediatamente all’attenzione: se mio zio scopasse una minorenne, non solo andrebbe in galera, ma dovrebbe barricarsi in casa sperando che la polizia lo salvi dal linciaggio; verrebbe additato come porco maniaco pedofilo, emarginato e schifato da tutti; per lui sarebbe la fine sociale, non troverebbe più lavoro, dovrebbe andarsene, avrebbe chiuso con amici e parenti, nessuno vorrebbe avere più niente a che fare con lui, la sua vita diventerebbe una perpetua fuga nella speranza di non essere riconosciuto altrove, lontano dalla sua casa, dal suo paese, dai suoi affetti.
Se lo fa un potente, si dice al massimo che non sta bene. Qualche articolo sul giornale in cui si scrive che insomma, non è mica correttissimo a settantatré anni fottere una minorenne. Qualche complimento alla moglie che chiede il divorzio, santa donna, persona di grande intelligenza, anche se ci ha messo trent’anni per capire di essere sposata ad un uomo non proprio eticamente impeccabile. Che poi va bene tutto: va bene la corruzione, va bene la mafia, va bene la dittatura, ma andare con le minorenni, insomma, non lo può mica accettare. Mica che è una cosa disgustosa, nauseante, agghiacciante, niente di tutto questo, per carità, non siamo certo estremisti: giusto un tantino inaccettabile. Lei poi aveva anche cercato di aiutarlo: “Dai, Silvio, non trombarti le minorenni, ti aiuto io a smettere!”. Ma quando il marito è di coccio, che devi fare? Pure io a Pacciani glielo dicevo sempre: “E dai, Pie’, non massacrare ’ste coppiette, non è bello. Quantomeno non asportare la vagina alle ragazze con un coltellaccio, ti aiuto io, magari ci dedichiamo alle ottuagenarie, eh, che ne dici?”. Ma quello niente, proprio testardo.
Un vecchio che scopa una minorenne non è dunque un’aberrazione: è una cosa poco carina, se il vecchio è presidente.
Ma c’è un punto ancora più interessante. Nell’intervista di Repubblica a Noemi, la ragazzina che affolla i desideri senili del premier, si legge: “E’ un mito, non sapevo che sarebbe apparso così, dal buio della sala. Ci sono state urla. Ho guardato mia madre, che è sbiancata, tesa ma felice”.
Capite? La madre era felice. Un settantenne viene al diciottesimo di tua figlia perché vuole farsela e tu sei felice, perché si tratta di una persona importante, uno che conta. Addirittura il capo dei capi, quello che comanda la nazione!
Subito il mio pensiero è corso ai tempi in cui i signori dei regni, dei principati, dei ducati o delle contee si recavano a cavallo nei villaggi a fare incetta di giovini donzelle ed i sudditi eran ben contenti se il favore del padrone ricadeva sulla loro figlia.
La storia è sempre la stessa: cambiano i dettagli, avanza la tecnologia, mutano le forme, ma l’essere umano è sempre lo stesso e sempre uguali sono i suoi rapporti con il potere. La sostanza è la medesima: c’è un capo, ci sono pochi che gli si oppongono e ci sono tanti che gli si inchinano davanti con isterica e pavida gioia.
Se fosse stato l’anziano netturbino del paese a presentarsi al diciottesimo di Noemi, i genitori lo avrebbero mandato via dopo averlo malmenato a bastonate, coadiuvati da passanti e conoscenti.
Ma quello era il Presidente del Consiglio e non è fantastico se il Presidente del Consiglio vuole ingropparsi tua figlia?
“Caro, ma ti rendi conto? Il Principe vuole sfondare la nostra figlioletta! Tra tutte le giovinette che ci sono nel feudo, egli brama proprio la nostra! Poteva legare ad un colonna, frustare e sodomizzare chiunque, ma il Sire vuole proprio lei! Come siamo fortunati! Oh, che benedizione è scesa sulla nostra umile casa!
Maestà, prendetela e disponetene nella vostra nobile dimora come più vi aggrada. E’ con sommo giubilo che ve la consegno. Io che son sua madre vi bacio il manto e vi ringrazio per l’onore che ci state concedendo. Spero che troverete il suo foro anale sufficientemente elastico e la sua tenera vulva adatta al vostro aristocratico pen grinzoso, che ella mi ha assicurato si prodigherà a lustrare con ampie, frequenti, certosine, giudiziose e doviziose pompone.
Non siam degni di ricevere cotanto favore, ma se vorrete abusar anco di me o della madre mia o perfin del mio cagionevole nonnino, non avete che da bussare alla nostra porta: noi saremo lieti di prestarci al libidico sollazzo di colui che ci governa”.
Il padrone è niente senza lo schiavo beota.

 
01 Maggio 2009

"Universi microscopici" 6 - Il concerto del primo maggio in sintesi


Sottotitolo: Ma anche, tutti i concerti in sintesi

Sottotraccia del sottotitolo: Più in generale, la gioventù in sintesi



“Fatevi sentire!”

“Beeeeeeeeeh!”

“Più forte!”

“BEEEEEEH!”

“Dai, passami un po' di quel buon vinaccio in cartone!”

“Mi è rimasto solo quello nella bottiglia di plastica!”

“Va bene uguale, tanto ho già bevuto dell'ottima birraccia calda in lattina!”

“Divertiamoci! Sbomballiamoci! Su, su, più stretta questa calca, più stretta!”

“Tutti in piedi, mi raccomando!”

“Aspetta, non sono ancora abbastanza scomodo!”

“Saltiamo! Balliamo! Poghiamo! Ma soprattutto, intoniamo cori!”

“Sììì! Pooo po po po po pooo pooo!”

“Aalééé alé alé alééé aalééé aalééé!”

“Uau, ma è splendido strillare motivi insensati tutti insieme!”

“Sdraiamoci lì!”

“No, non è abbastanza sporco. Lì, lì è meglio: c'è della fanghiglia ed anche del guano, ed ho visto uno che ci vomitava la vodka dopo averci pisciato”

“Caspita, è perfetto!”

“Ma quanto ci stiamo divertendo? Eh?”

“Questa sì che è vita!”

“Ma cosa stanno suonando? Non sto sentendo”

“Meglio, meglio, pensa a urlare”

“BEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEH!”

“Che bello sventolare la bandiera della Sardegna per diciotto ore consecutive! Ho dormito nudo sull'asfalto stanotte per potere essere oggi in prima fila a sventolare con le costole a pressione contro le transenne!”

“E' fantastico”

“Ehi, non va bene, non sento ancora abbastanza puzza”

“Vuoi uno stuzzicadenti del tuo cantante preferito a venticinque euro?”

“Certo! Sventolo pure quello! Oggi non mi ferma nessuno dallo sventolare!”

“Guarda quello, che fortunato, può dimenarsi sfrenatamente e forsennatamente agitando con viva energia lo stecchino del divo!”

“Siamo veramente giovani, non c'è che dire”

“Noi sì che sappiamo cos'è la libertà!”

“Il cantante sul palco ha detto che vi dovete calpestare per far vedere quanto siete liberi”

“Subito! Acciacchiamoci a non finire! Spacchiamoci le ossa! Massacriamoci! Non deludiamo quello che sta più in alto di noi ed è famoso alla televisione!”

“Scolo questa tanica di alcool puro mescolato a sostanze narcotiche commerciate da organizzazioni mafiose per ricordare la fame nel mondo!”

“Te la do!”

“Contro lo sfruttamento! Eccellente questo panino con la porchetta!”

“Fica! Tette! Cazzo! Culo!”

“E' proprio un ribelle, questo volto noto della musica leggera”

“Domani dieci ore di lavoro, ma 'sta giornata di balzi ritmici e scomposti con canzoni intonate a squarciagola con la mano alzata schiacciato tra un bresciano sbronzo, un romano ultrà ed un napoletano che ci prova con tutte non me la leva nessuno!”

"Siamo decisamente moderni"

 

 
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