Qui giace lo Zoppo, pleonastico suo malgrado e sdrammaturgo per necessità. Aspirò ad essere un fiGo, ma fallì miseramente. Fu il Tappo che sfatò la regola della L. Con l'ultimo fiato che aveva in corpo sbagliò un congiuntivo.
inafferrabilerey, nel mondo reale Claudio ha perso
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ExO - Comitato Etero pro Omo
Aforismi di uno Sdrammaturgo
"Inutile lavarsi i denti se la puzza viene dalle budella"
"Il difficile è trovare valide motivazioni per alzarsi dal letto. Dopodiché c'è merda quanta ne vuoi"
"E' bello vedere la propria immondizia spuntare da un cassonetto pubblico: ti fa sentire parte di un tutto"
"Sembra quasi impossibile avere allo stesso tempo un cazzo ed un cuore"
"Quando vidi un porno di Rocco Siffredi capii di essere a 10 cm dalla perfezione"
"La vita è fatta anche di cazzate. La mia in maggioranza"
"Un mandarino è un'arancia che ha avuto un periodaccio"
"C'è differenza tra fare sesso e fare l'amore?" "Quando due energumeni ti sodomizzano in un carcere minorile, quello è solo sesso"
"A volte è sufficiente sopravvivere per sentirsi orgogliosi di se stessi"
"Volevo qualcosa che durasse tutta la vita. Mi è uscita un'ernia al disco. Devo essermi spiegato male."
"Vorrei essere di fronte ad un plotone d'esecuzione per poter pensare solo al secondo successivo"
"I soldi non fanno la fotosintesi clorofilliana"
"Il guaio è che siamo soli e non lo siamo mai abbastanza"
"Ho smesso di credere al Principe Azzurro quando ho capito di essere io"
"Mi fai da infermiera?" "Non te lo consiglio: sono una pessima infermiera" "Oh, non c'è problema: io sono un malato provetto"
"Come va la vita?" "A parte la vita, tutto bene"
"Lei mi illude. Continui, la prego"
"...e neanche fortunato al gioco, sono..."
"Mi trovo a mio agio ovunque poiché mi sento sempre egualmente disadattato"
"Qual è una tua fantasia erotica?" "Non saprei...Non ci penso granché...Vediamo...Ah, ecco: la doccia insieme" "Ma è banale!" "Ma con acqua fredda"
"Cristo avrebbe dovuto dire piuttosto:'Io vi mando a pecora in mezzo ai lupi'"
"Io indosso le Fly Flot: prove tecniche di ospizio"
"Non ho bisogno del parere degli altri, so da solo quanto valgo: un cazzo"
"Le mie parole sono molto meglio di me e neppure loro sono un granché"
"La vita è sopravvalutata"
"Non so più dove mettere le mani. O meglio, lo so benissimo, e sarà ora di levarcele"
"Io sono un uomo realizzato: fin da piccolo ho sempre sognato di diventare un fallito"
"La donna perfetta non esiste e se esiste ti lascia"
"Ho mille facce. Tutte uguali"
"Meglio cento giorni da pecora che uno da seminarista. Che poi diventa un giorno a pecora"
"Ieri ho conosciuto una ninfomane. Mi vede più come un amico"
"Come stai?" "Come Giacomo Leopardi dopo una giornataccia"
"Ogni donna è diversa" "Infatti non mi è più riuscito di beccarne una uguale a quella che me la diede una volta"
"Squillino le trombe, trombino le squillo"
"Sono il primo etero al mondo nel ruolo dell'amico gay"
"Ha l'aria di aver letto Omero. Omero Pastrucoli, l'etichettatore del panificio"
"Massimo Giletti lo conosco bene: palpavamo gli stessi culi sull'autobus"
"Le stimmate offrono nuovi gustosissimi sbocchi per la masturbazione"
"Certe cose mi fanno sentire come Tony Manero il mercoledì pomeriggio"
"Ero messo talmente male che una volta Edmondo De Amicis mi diede una pacca sulla spalla"
"Oroscopo di oggi: il Sole entra in Venere senza che lei sia consenziente"
"Ti amo, ma ho la macchina messa male"
“Come ti chiami?” “Ulderico” “Ah, mi dispiace, non lo sapevo"
"E' una ragazza strepitosa: bella, intelligente, arguta, spiritosa, sensuale, colta. Deduco che non me la darà mai"
"Siamo fatti l'una per l'altro, ma non viceversa"
"Come ha fatto lui per conquistarti? E' stato se stesso? Bene, sarò lui stesso"
"Sono vittima di un sabotaggio esistenziale"
"A volte vorrei vivere in una altro corpo" "Anch'io ci provo sempre ad entrare in un altro corpo, ma lei non acconsente mai"
"Fantasticare è bello, se non fosse per le occhiaie"
"Ciao, come va? Ero preoccupata per l'incidente della metro..." "Tutto bene, grazie. Quando la Morte mi ha visto ha detto che non sono il suo tipo"
"Se vado a puttane, becco lo sciopero"
"'Non può piovere per sempre' (E.Bernacca)'"
"Hey, gira voce che tu a letto sia un portento" "Sì, in effetti la mia bambola gonfiabile sembra sempre molto soddisfatta"
"Sebbene la sessuologia abbia appurato che l'orgasmo sia un evento del cervello, le pippe mentali non fanno venire"
"La pubblicità è il commercio dell'anima"
"E Cristo disse:'Lasciate che i pargoli vengano a me'. I preti hanno interpretato male e ci hanno aggiunto:'Lasciate che io venga sui pargoli'"
"Sono l'uomo giusto al momento giusto. Quando non serve a nessuno"
"Psicologia sociale - Teorema del Giacomazzi:'Dato un numero x di ascoltatori, al 92% non fregherà un cazzo di ciò che dico; il 7.5% sarà al telefono; lo 0.5% non udente"
"Sophia Loren star del calendario Pirelli: un altro po' ed invece dei gerontofili esultavano i necrofili"
"Mi sono fatto bello per l'occasione: ho chiamato un altro al posto mio"
"Io sono uno che conta. Ma sbaglio i calcoli"
"Teorema del Pomponazzi: 'Se A è uguale a B, B rosicherà perché credeva di essere l'unica ad indossare quel vestito alla festa'"
"Hitler era così cattivo che contro di lui gli U.S.A. facevano la parte dei buoni"
"Mi arrivano un sacco di email che propongono prodotti per l'allungamento del pene. Mi chiedo chi abbia spifferato"
"Questa cosa mi tocca in quanto uomo. In quanto ornitorinco no, ma in quanto uomo sì"
"Non avvicinarti, ho l'influenza! Non voglio attaccare la febbre ad un'amica" "Ma va là! Ti voglio così bene che non ho problemi neppure a prendere il raffreddore da te" "Eh, magari dicessi la stessa cosa dell'herpes..."
"Sono affetto da esistenza" "Come hai contratto questa malattia?" "Tutta colpa di un amplesso tra i miei genitori" "Ecco il grave danno dei rapporti non protetti"
“Uahuahuahuahuahuahuah! Mi fai morire!” “E' la stessa cosa che ha detto quello che ho pugnalato”
“Sgranocchiare carote durante la masturbazione è un buon metodo per non diventare ciechi” “Macché, quella è una bufala!” “Come quella dell'arancia contro l'AIDS?” “No, quella è vera, ma solo se te la metti nel culo al posto di un pene”
“Non sapevo che quella tua amica fosse rimasta coinvolta nell'incidente in metropolitana! Come sta?” “Bene, ha solo perso qualche cosa” “Cosa?” “Un occhio e un piede”
"Sei un porco, non fai che correre appresso a tutte le belle ragazze che vedi!" "Ma no, cara, cosa dici?! Io non penso che a te! Me ne sbatto delle altre! Anzi, se una modella volesse fare sesso con me, non le pagherei neppure la cena!"
"Un gesto vale più di mille parole. A meno che non siano mille vaffanculo"
"Mia madre fa una torta sacher farcita con mascarpone e nutella" "Mangiandola commetti almeno quattro dei peccati capitali"
"Io non sono gelosa solo perché potresti tradirmi materialmente: lo sono anche delle donne a cui pensi. Sì, sono gelosa perfino se ti masturbi!" "Non preoccuparti: tra me e la mia mano è solo sesso"
“Scopare è il miglior rimedio contro l'AIDS: la passi ad un altro”
“Ops, forse sono stato troppo magniloquente. Devo abbassare i toni: 'Sto scoreggiando da ore'. Mi sa che sono sceso troppo in basso. Ok, risollevo un po': 'Sto scoreggiando da ore mentre penso alla poetica di Marcel Proust'”.
"Sono su Scherzi a Parte. Dal 1983".
"Sono un uomo che non deve chiedere mai. Se non vuole sentirsi dire no"
"Com'è? Piacevole? Carina?" "Diciamo che uscirei più volentieri con suo nonno"
"Quel tale è una sorpresa continua, quasi mai buona"
“L'uomo è l'unico animale che riesce a pensare a dio, ma è anche l'unico che ci crede pure”
“In un ménage à trois farei il quarto”
“Sono un illuminato, ma hanno mandato via la corrente”
“Bravissimo! Stavolta ti sei superato!” “Non c'è niente da fare: arrivo sempre secondo”
Il mio libro
Un libro, ormai, lo pubblicano tutti, e siccome nei tutti ci sono
pure io, pure io ne ho pubblicato uno (tanto non vale, perché ho
praticamente pagato l’edizione). Nella fattispecie, una raccolta di
poesie che fungono da eccellenti lassativi naturali particolarmente
consigliati per stitici dotti. Se qualcuno si sta chiedendo: “Ma cosa diavolo avrà mai da proporre
l’ennesimo perdigiorno con velleità d’artista nel già fin troppo
oberato universo letterario?” ha perfettamente ragione. Nonostante ciò, chiunque ne volesse una copia, può richiedermela e
farsela spedire e sarò lieto di fornire materiale combustibile per
l’altrui calore. Ovviamente il tutto a titolo assolutamente gratuito, purché con i
soldi che avreste speso per gli sfoghi tardo adolescenziali di uno
studente spiantato (dieci euro, pensate che furto) ci compriate Scritti corsari o Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini e mi
portiate una prova dell’acquisto. E dico sul serio, eh. Il patto è questo, se no niente libro. Il che sarebbe un vero
peccato, dal momento che il suo sottile spessore lo rende inoltre un
ottimo fermo per mobili traballanti.
Elenco di gradevolezze
1. le Arti, con una leggera predilezione per la letteratura; le mitologie; gli incipit e gli explicit dei grandi romanzi; il realismo magico; gli intellettuali impegnati; meravigliarmi davanti ad un film; guardare pellicole a notte fonda; il termine "artefice" al posto di "artista"; l'artificio nella creazione; gli esercizi di stile; la metrica rigorosa, le figure retoriche; la "tecnica"; l'anarchismo contenutistico e formale; la scultura mimetica; 2. la Bellezza; il Corpo; il Novecento; il Rinascimento; il Barocco; il titanismo michelangiolesco; l'edonismo raffaellesco; l'ozio pacioso, il lavoro frenetico; Storia&Natura; 3. viaggiare da viaggiatore; perdermi; ritrovarmi; 4. ironia-satira-umorismo, ovvero il Comico; la sdrammaturgia; la disinibizione; padroneggiare tutti i registri stilistici in tutti i campi; le pisciate liberatorie, le cagate estasianti; prendermi per il culo; poter scegliere; desiderare ardentemente, essere desiderato ardentemente; il camino in camera da letto; gli alberghi; avere idee brillanti; partorire buone battute; gli aforismi esilaranti; i versi struggenti; le traduzioni fedeli all'originale; la pulizia; la lingua e il linguaggio; 5. il sole (hemingwayanamente parlando), il mare (mannianamente parlando), la Vita (pasolinianamente parlando).
Attraverso lo specchio
Il personaggio che sarei se fossi un cartone animato
L'uomo in cui vorrei tramutarmi
Lo stronzo che accidentalmente mi trovo ad essere
Non sarebbe male
Inchinarmi davanti al Re di Svezia, la Palma d'Oro al Festival di Cannes, essere eletto dalla rivista "People" "uomo più sexy del mondo", provare un orgasmo multiplo (si narra che sia possibile anche per gli uomini), affiggere in Piazza S.Pietro la gigantografia di Wojtyla che stringe la mano a Pinochet, l'Italia senza italiani, fare il giro del mondo in barca, nuotare con gli squali, incontrare Mohammed Ali, i poveri che sbranano i ricchi, restaurare tutte le opere d'arte minacciate dal tempo, fluttuare a gravità zero, vivere a Palazzo Farnese, Andreotti dietro le sbarre, avere meno sogni nel cassetto.
Sono la reincarnazione di una casalinga
Che schifo
1. la religione e tutto ciò che comporta: repressione sessuale, bigottismo, moralismo, schiavitù, ignoranza, arretratezza; 2. le etichette ed i luoghi comuni; il perbenismo; il formalismo con le sue regole insulse tipo l'"abbigliamento adeguato alla situazione", il "non sta bene", il "si fa così perché sì"; il politicamente corretto; la censura; la Destra; il militarismo; la Mafia; chi afferma che l'arte non debba occuparsi di politica; i boy-scout; l'incoscienza della propria incompetenza e conseguente saccenza mal riposta; chi è orgoglioso della propria insipienza; i V.I.P.; i fiGhi e/o gggiusti; usi e costumi barbari, le tradizioni piccolo-borghesi; le pellicce e chi le porta; la Prima a La Scala e simili eventi mondani della buona borghesia; la bassezza degli "indifferenti" (moravianamente parlando); non essere sufficientemente informato su tutto; sapere di essere UN e non riuscire ad essere IL; il grasso in eccesso; il malcostume italiano, il buoncostume nazional-popolare; 3. il maschilismo; le scoregge del mio coinquilino mentre faccio colazione; le dita nel naso; gli sputi; gli errori di ortografia; l'atac e trenitalia; i topi; la caccia; le banche; far cadere le cose; far precipitare gli eventi; essere lontano anni luce dalla perfezione; ungermi le mani; sporcarmi la coscienza; "l'amore è cieco"; "i gay sono tanto simpatici"; "è proprio un bravo ragazzo"; i bravi ragazzi; razzismo&omofobia; 4. la vecchiaia e la morte, perché le temo. 5. Riassumermi in una tabella.
Ritratto dello Zoppo da vivo
L'ultima volta che mi hanno detto "affascinante" avevo i capelli lunghi. Ciò significa che avevo i capelli. Ciò significa che era tanto tempo fa. Ciò significa che mi ricordo male.
L'aggettivo "bellino" mi è sempre saputo di contentino. Neppure ho evitato i tanto temuti "simpatico" e "buono". "Brava persona" mi ha fatto rabbrividire. "Sei rigido nel tuo non esserlo" è stata la formula più azzeccata - e bella, anche. La mia migliore amica sostiene che "non mi regolo", affermazione suscettibile di molteplici interpretazioni.
E' fuor di dubbio che io sia polemico ed intransigente. La moderazione non è una virtù. Per questo, probabilmente, sono un estremista.
Ma in sintesi dicono di me: "E' basso, stempiato ed intellettualmente sopravvalutato" ed hanno perfettamente ragione.
Per il resto, una sequela di insulti.
Yves Tanguy, Il sole nel suo scrigno, 1937, New York, P.Guggenheim Collection
Max Ernst, La vestizione della sposa, 1940, Venezia, P.Guggenheim Collection
Edward Hopper, A woman in the sun, 1961, New York, Whitney Museum of American Art
Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1963, Fondazione Lucio Fontana
Mark Rothko, Untitled, 1968
Roy Lichtenstein, Go for Baroque, 1979, New York, The Jeffrey H. Loria Collection
Jeff Koons, Ilona on top (Rosa Background), 1990
Matthew Barney, Cremaster 4, 1994
Luigi Ontani, San Sebastiano indiano
Citazioni da intellettuale che si dà un tono
"Per tutti la morte ha uno sguardo./Verrà la morte e avrà i tuoi occhi." Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
"Mentre la baciavo con l'anima sulle labbra/l'anima d'improvviso prese il volo." Edgar Lee Masters, Francis Turner, da Antologia di Spoon River
"Ora, sei stanco...E la tua bocca esausta/non vuole la mia bocca dolorosa...//L'ora nostra, Gesù? Non è venuta./E andiamo entrambi, stranamente, a picco." Pietà
"[...]il Bello è solamente/la prima nota del tremendo." Prima elegia di Duino
"Non gli erigete lapidi, a celebrarlo./Ma nel maggio per lui fiorisca la rosa./Orfeo non è se non quel suo perenne/trasmutarsi nel tutto.Vano è affaticarsi//intorno ad altri nomi.Ogni volta sempre è Orfeo/quando c'è canto." Sonetti a Orfeo Rainer Maria Rilke
"Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto." José Saramago, Il Vangelo secondo Gesù Cristo
"Non piangere se la tua donna ti ha lasciato:ne troverai un'altra, e ti lascerà anche quella."
"Come immagino Dio?Capelli bianchi, barba lunga e niente uccello." Henry Charles Bukowsky
"Noi siamo corpo e nient'altro che corpo." Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra
"Nel mio giardino l'acqua correva allegra/e poi fu il Segre." Franco Fortini
"I ricchi capiscono, solo che non ci fanno nulla." Henry Charles Bukowsky
"Tutto scorre" Eraclito di Efeso
"Per Elena cospirarono le linfe ornamentali nelle ombre vergini e i chiarori impassibili nel silenzio astrale." Arthur Rimbaud, Illuminazioni
"[...] Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere/con te e contro te; con te nel cuore,/in luce, contro te nelle buie viscere; [...]" Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci
"Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, tre volte, contro i denti. Lo. Li. Ta." Vladimir Nabokov, Lolita
Mollica:"Qual è una domanda che non le hanno mai fatto?"
Troisi:"Per esempio non mi hanno mai chiesto cosa ne penso della Svizzera"
Mollica:"E le sarebbe piaciuto che gliel'avessero fatta?"
Troisi:"No"
Neruda:"Ma come, a voi manca l'acqua e non dite niente?!"
Ruoppolo:"E che dobbiamo dire...?! Mio padre sì: lui ogni tanto bestemmia, ma non è che..." Noiret e Troisi ne 'Il postino'
"Lei, gettatela in una fossa: suul'empio capo gravi la terra con tutto il suo peso" Seneca, Fedra
"Vi saluta, o stelle,/al limitare della notte/Fedra indimenticabile" Gabriele D'Annunzio, Fedra
"Gesù Cristo, ma dove sei?"
"E' qui tra noi. Se ha 33 anni, è dell'84" da La Grande Guerra
"Ah, la Vespa...Quante ragazze si sono innamorate sulla Vespa! Noi le portavamo in Vespa e loro si innamoravano. Di uno col BMW." Maurizio Crozza
"Lo saprò fra un istante e nel medesimo istante non saprò più di saperlo. Quando, stretto fra le gambe il fucile, col piede sul cane e fra le labbra la canna, la fronte avvolta nella bianca bandiera, udrò come un grido di Dio il fragore dello sparo nel silenzio dell'universo" Gesualdo Bufalino, Le menzogne della notte
"Ascolta, il passo breve delle cose/ - assai più breve delle tue finestre - /quel respiro che esce dal tuo sguardo/chiama un nome immediato: la tua donna./E' fatta di ombre e ciclamini,/ti chiede il tuo mistero/e tu non lo sai dare" Alda Merini, La volpe e il sipario
"Educazione, sotto l'ipocrita maschera della bontà e della necessità, non è se non la sistematica, scientifica, legale diminuzione dell'uomo, la castrazione completa, l'evirazione, la sterilizzazione dell'individuo, in vista dela sua ammissione nel consorzio." Alberto Savinio, Tragedia dell'infanzia
"Io non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o se gli somigli, ma domani ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici e quello stesso popolo che oggi ti baciava i piedi, domani, a un mio cenno, si precipiterà ad attizzare il fuoco del tuo rogo" Dostoevskij, I Fratelli Karamàzov
"Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle/è il fuoco della terra e delle stelle" Corrado Govoni, Govonigiotto
"Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù./E i sacerdoti del silenzio sono i romori,/poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio." Sergio Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale
"Invece camminiamo./Camminiamo io e te come sonnambuli./E gli alberi son alberi, le case/sono case, le donne/che passano son donne e tutto è quello/che è, soltanto quel che è." Camillo Sbarbaro, Pianissimo
"Se in me/potesse entrare di straforo/la chioma sua/di certo si tramuterebbe/la tinta del mio sangue in quella/d'oro." Farfa, Noi miliardario della fantasia
Aderisci all'iniziativa "Scegli il male minore". Donna: per il bene della comunità di' NO ad Homer e SI a Costantino.
Contro l'inetto bifolco appoggia il figaccione.
Copia questo riquadro sul tuo mega_SITO!
E tra tutti i tamarri almeno vincerà il meno peggio.
COMICAN - Comitato Contro gli Auguri Natalizi
ASTIENITI DAGLI AUGURI
Copia questo riquadro sul tuo mega_SITO e contribuirai a debellare questa pratica barbara da una società che ha già da tempo ripudiato la tortura.
Per un mondo migliore vota NO alla banalità piccolo-borghese.
Da oggi in poi, quando gli auguri natalizi si abbatteranno violentemente su di te, fino a ieri inerme ed indifeso, rispondi:"Ti sembro il bambinello?!"
Aderisci al COMICAN e non sarai più solo di fronte al supplizio.
Bloggers for equity
"Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro"
Repubblicofagia
La "drugo|walrus|rey" consiglia
Puoi trovarci qui
Aiutaci a mangiare gratis
Se dici che ti mandiamo noi, avrai un caffè in omaggio nel locale più cool della Roma che conta ma sbaglia i calcoli
[...] Giovanardi segue le politiche giovanili del governo e la lotta alla
droga. E non ha alcun dubbio. Non ci sono responsabilità umane nella morte di Cucchi.
Quel corpo pieno di lividi e fratture di cui è ancora ignota la causa,
quelle cartelle cliniche apparentemente manomesse, quella coltre di
dubbi che circonda la morte del ragazzo romano, per il sottosegretario,
non significano nulla. Se c'è un colpevole, per Giovanardi, è la droga:
"Che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi
c'è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere
come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si
riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve,
diventano zombie: è la droga che li riduce così". [...] (fonte)
Ah Giovanà, me pò anche stà bene che la droga te fa diventà come 'na larva e te riduce come 'no zombi; ma che te mena pure...!
Antonio Albanese forse più di ogni altro incarna la quintessenza del Comico. In lui vivono le due componenti fondamentali del comico, le stesse che Lina Wertmuller scorge e riconosce al loro massimo grado in
Massimo Troisi: il Pulcinella ed il Pierrot, vale a dire la
dissacrazione e la malinconia. Ecco perché Antonio Albanese rappresenta
il comico al quadrato: egli ha la ferocia e la
compassionevole goffaggine di Paolo Villaggio (che tanto piacevano al
circense Federico Fellini), l’arguzia delicata e poetica di Massimo
Troisi, l’estro pagliaccesco di Antonio Rezza. Antonio Albanese è, in una parola (la più grande, per un comico), un clown. E’ il clown. La sua è una clownerie moderna, modernissima, che guarda
all’antico: riportando il gesto comico alla sua più pura, assoluta,
arcaica natura, ne fa strumento di satira contemporanea, di umorismo
all’avanguardia. Il suo lavoro minuzioso e colossale sulla fisicità
pone il corpo al centro della scena comica. Lavora per sottrazione,
togliendo tutto ciò che c’è di troppo o di superfluo nella trovata,
nella gag, fino a che l’idea non arriva a coincidere con il semplice
gesto corporeo o moto fisico. Procede, insomma, per rarefazione, secondo
la più squisita tradizione europea (basti pensare a Beckett ed ai suoi tropi). Particolarmente esplicativa ed esemplare è la scena ne La fame e la sete in cui, nel ruolo di Pacifico, suona alla porta dell’amata:
inquadratura fissa sul volto, nessuna parola, solo espressioni che si
susseguono impercettibili nei loro repentini mutamenti e movimenti
della testa meccanici e buffoneschi; una manciata di secondi, nulla
più; un vero e proprio manuale lampo dell’arte del clown. In Antonio Albanese il virtuosismo non è vacuo orpello o sfoggio spettacolare di bravura fine a se stesso, ma si fa comunicazione essenziale ed "essenzializzata", caricandosi di valore narrativo. Se come autore è grandissimo, eccelso, secondo solo – tra i comici
della sua generazione – a Corrado Guzzanti, come attore è probabilmente
il migliore, inarrivabile. Nessuno ha la stessa capacità
d’interpretazione, la stessa padronanza scenica, la stessa tecnica, la
stessa abilità istrionica e soprattutto la stessa versatilità. Nessuno
è infatti in grado come lui di calarsi con la medesima bravura in ruoli
drammatici e tragici. Si veda a tal proposito Tu ridi dei fratelli Taviani. Si tratta di un film in due episodi tratto da due
novelle di Pirandello, in cui i due illustrissimi registi hanno
compiuto un’interessantissima e riuscitissima operazione: affidare
ruoli tremendamente drammatici a due comici particolarmente
“spensierati”, Antonio Albanese e Lello Arena (il quale, ad esempio,
interpreta un camorrista shakespeariano, oscuro, grottesco, dilaniato e
spaventoso. Una prova mirabile e destabilizzante). Antonio Albanese
scandaglia il fondale tragico proprio del Comico, su cui il Comico
poggia e di cui il Comico è ad un tempo derivazione ed approfondimento,
e riesce con stupefacente maestria ad attingerne riportando il Tragico
in superficie pur conservando sempre la componente comica. Una fusione
sottile e difficile che riesce solo ai più grandi. La tematizzazione
dei due “universali opposti interdipendenti” crea un intreccio
che giunge al cuore del segreto dell’identità, dell’Io, dell’Umano, che
ne lascia trasparire l’insondabile mistero. Albanese sa immergersi nel personaggio, plasmarlo a sua immagine ed
insieme scomparire. In questo egli è la perfetta controparte dell’altro
immenso clown Antonio Rezza: laddove Rezza annulla per demolire,
affinché nulla più resti del concetto stesso di personaggio
storicamente, tradizionalmente e culturalmente inteso, Albanese
cancella per evidenziare. Se i personaggi di Rezza sono marionette
inumane, quelli di Albanese sono uomini-burattini; se Rezza mostra
l’essere umano come maschera e la maschera come unico essere umano
possibile, Albanese offre lo spettacolo di maschere da essere umani e
gli esseri umani come congerie di maschere; se Rezza mette in scena
l’esistenza come forma informe, Albanese allestisce lo spettacolo delle
forme informi dell’esistenza. L’opera di osservazione diventa centrale.
Non è un caso se il personaggio di Epifanio, che lancia baci ovunque
nelle maniere più fantasiose, gli sia stato ispirato da un clochard
parigino. Realismo e surrealtà, dolore e gioco, si mescolano e si confondono,
dialogano e litigano, confliggono e si armonizzano. Quel che resta è il
ricordo dolceamaro e sempre caro della performance. Antonio Albanese conduce l’arte alle sue origini: figlia di meraviglia, madre di stupore. E viceversa e tutt’e due. Ed è dallo stupore e dalla meraviglia che nasce il sapere. La risata è la vetta più alta della cultura.
Telecronacami, Musa tosattica, le gesta incresciose del bufalo di bianco e di nero bardato, e ancor l’inspiegabile gloria e l’onor giammai meritato, giacché i’ voglio oggi parlare di quello che niuno s’aspetta; non da me, che d’uom contro ho fallace fama. Intendo adunque mostrare lo Buono, lo Iusto e lo Vero in ciò che nel Pallon par difettare appresso a chi el Pallon suol venerare. Intendo presentare la cagione poiché si debbe odiar la trista pippa che d’orso ha le movenze, suino il pie’, eppur nell’oppenione pare un’aquila real.
Patrona di sfere, su, spirami: chi fu a coronare d’alloro chi arebbe più proprie le rape? Chi fu a vestire d’azzurro e a cignere d’oro lo capo a chi saria equa la paglia e molto più retto el forcon? E invece li scettri ei tiene, e sol par possibile qui.
Ahi maclavellica Italia per che non conta il com’è et il s’è giusto, ma bene è il trionfo rubato, el giubilo infame e meschin. Stival sanza coscienza, sporco spirto, la tua peregrina morale fe’ grande el crucco Oliverio - che mai toccò palla di pie’ - e celebra ancor l’inimico di quella che tèchne è nomata (per non della classe parlar), l’Inzago sì goffo e gaglioffo.
Deh, sordo restò el Belpaese al Sacco, profeta immortal. Ei certo divide una macchia col freddo fiammingo Vangallo, poich’essi non capiro cosa una: lo schema serve all’uom, non già l’uomo allo schema. E non di soli muscoli l’uom vive. Ma pure è certo el verbo e delizioso puro che inascoltato giace, ma ancor nel petto mio lo sento rimbombar: “Vincer non si deve se convincer non si pote”.
Sì alto documento, sì nobile e imperial, potea non ben trovare né braccia spalancate né terra a seminar in chi del giuoco è morte, in chi del giuoco è mal: l’italico tifoso, di lui vo favellando. Ben strano è costui: preferirebbe infatti lo grigio prevalere della squadra sua del core che veder dello megliore lo trionfo reboante. Tant’è – ch’el cielo me ne scampi - a chi mi chiede: “Di chi se’?” i’ rispondo: “Son del giuoco”.
Chi fu, dimando ancora, allora, o Diva di stadi, che fe’ di tanta suola inarrestabil morbo? Omai peste dilaga e niuno ferma più. Tu dici: “Scarso e bue l’è isto Iaquinta!” e subito ribatte el defensor: “ “Macché, l’è bono assai!”.
Ti riconosco i meriti, meridional muflone: l’impegno, la passione, l’indomito trottar, financo il forte balzo, financo lo segnar; ma per chi come te fu inviso alli celesti li più pietosi fero diverse attività: v’è la corsa campestre, la miniera od il cantier. Oppure v’è del pari ch’io non staria scrivenno se tu, calàbro brocco, giocassi nella Spal.
Io so che per exemplo, al fin d’edificare, non solo l’architetto, ma pure el manovale è all’uopo parimente. Ma è altrettanto limpido, lampante e cristallin che mal giovano zappe di membra al limitare in chi arebbe da essere lo pungolo e lo strale. E non si dee confondere li fanti e i cavalieri.
Natura, la matrigna, t’ha privo del talento: la colpa non è tua, ma quale colpa è mia? Ohi me lasso, quando sgroppar te veggo, sì turpe e sanza grazia e sanza dote, negato con la palla infra li piedi che pare malferma la sfera, sovente el rotolante ad inseguir come fusse leprotto fuggitivo lo cuoio rotondo e sincer. Aresti esser negletto e invece se’ ammirato; non se’ tu rio, sed è chi a te s’affida. Primieramente el Tosco, vessillo de li patrii somari, che fe’ del cul stromento di contro al gran talento de la genia dei Galli sì fiera e micidial.
Così or te s’incensa e ti s’espone al mondo opposto alli Torresi, alli Runi, alli Luìs. E intanto in panca aspetta l’ermo Rosso, d’ispanica adozione, e a casa sta el Pugliese che fe’ Genova magna. D’altronde lo sapemmo da li tempi del Codino: l’ingrato Tricolore non perdona la bravura.
Io non disprezzo te, segone temerario, ma questo almen concedi a me che ti sopporto e lasciatelo dir: dacché se’ ben robusto, va’ pure, scendi in campo, ma il sia di pumidor.
Treno Roma Tiburtina-Orte. Sereno pomeriggio autunnale
PENDOLARE Ce stai annà a caccia?
FERROVIERE Sìsì, sempre. E tu?
PENDOLARE Pur’io, pur’io, ce mancherebbe. Se becca?
FERROVIERE Se becca, se becca. Ché poi, pure si nun se becca, io nun
so’ come quelli che s’addannano si nun pijano gnente. A me me frega poco
PENDOLARE Ah beh, manco a me, figurate
FERROVIERE Tanto la carne da magnà ce l’ho uguale e tanta
PENDOLARE Ma infatti, ce se va giusto pe’ passatempo
FERROVIERE Do’ sei stato ultimamente?
PENDOLARE Da le parti del Lamone, era pieno de starne
FERROVIERE Ah! Quelle so’ proprio belle. E so’ pure bbone da magnà
PENDOLARE Uno spettacolo, guarda
FERROVIERE Hai preso gnente?
PENDOLARE ‘Na starna, ‘na fagiana femmina e ‘n piccionciaccio.
FERROVIERE T’è annata bene, allora
PENDOLARE Ma me poteva annà pure mejo, si nun me s’era inceppato ‘l fucile
FERROVIERE Ma daje?
PENDOLARE E no? Avevo puntato ‘n’altra starna, te giuro che era le
sette meraviglie, bella come ‘l sole, vo a tirà e nun me rimane
incastrato ‘l grilletto?
FERROVIERE Ma pensa ‘n po’… Tu che c’hai, ‘l Bettarelli, ve’?
PENDOLARE Eh, e come te sbaji
FERROVIERE Capirai, c’avrei scommesso. Io ce l’avevo, m’è toccato
buttallo pe’ la disperazione. Mo’ me so’ fatto ‘l Cicalini. Hai da vede
come va… Certe schioppettate…! ‘No spettacolo, proprio
PENDOLARE E che nu’ lo so’? Quello è ‘l mejo. Ce sto a fa’ ‘n
pensiero pure io. Ché si ripenso a quella starna… Quanto m’è
dispiaciuto, era proprio ‘na bellezza
FERROVIERE Ce credo, ce credo. Succede sempre così. ‘N peccato proprio
PENDOLARE Via, semo arrivati
FERROVIERE Allora se vedemo!
PENDOLARE Te saluto!
FERROVIERE Stamme bene!
PENDOLARE Ciao!
Appendice – L’acrobatica logica del cacciatore medio
“Stavo passeggiando su un prato fiorito, circondato dalla musica
soave della natura vergine. Mi sentivo in armonia con il creato, ebbro
del respiro tenue del mondo al suo stato puro e primigenio, quando, dal
sentiero che scende morbido verso il torrente mormorante, è apparsa una
fanciulla. Impossibile descriverne la bellezza. Era la ragazza più
bella che avessi mai visto, una gemma sì rara e preziosa da mozzare il
fiato. Il suo volto emanava una luce irraggiante, il suo crine lambito
dal vento leggero e la sua pelle di candida seta custodivano il segreto
della Vita. Ella era la meraviglia incarnata. Così le ho sparato. Poi sono andato alla Cappella Sistina. Uno spettacolo unico al mondo
che sempre mi emoziona, sempre mi commuove. Poi l’ho fatta saltare in
aria: mi serviva qualche calcinaccio per il viottolo del giardino.”
Se tutto il sapere moderno non è che un tentativo di comprendere i miti
greci e se i miti greci hanno detto tutto ciò che c’era da dire
sull’essere umano, il mondo, l’esistenza, allora la continua e costante
riflessione sulla mitologia classica è necessaria e fondamentale. Così,
sovente, le rivisitazioni delle leggende archetipiche dello sterminato
universo del sapere greco antico offrono punti di vista ora nuovi, ora
insoliti, talvolta rivoluzionari, aggiungendo sempre qualcosa in più
che mancava e che era sfuggito al lavoro ermeneutico, spalancando
l’orizzonte infinito delle possibili interpretazioni (o meglio,
mostrando l’orizzonte spalancato). E’ il caso di James Gray, genio dell’attuale cinema indipendente statunitense. Nelle sue opere filmiche, Gray ripropone schemi, strutture, tòpoi,
temi della tragedia attica, riveduti e corretti per adattarli ai nostri
tempi e soprattutto al mezzo cinematografico. I suoi drammi famigliari,
come nella migliore tradizione di Eschilo, Sofocle ed Euripide,
esplorano il segreto del legame di sangue, che è il mistero primigenio,
ultimo, essenziale di tutto ciò che è umano. Le passioni, i conflitti,
l’amore e la morte passano attraverso il sangue. La frattura del più
sacro e più insondabile dei vincoli rappresenta la frattura fra l’Io e
la Natura. Ma James Gray è un regista cinematografico, dunque è ben cosciente di
essere innanzitutto un creatore di visioni. Le immagini sono insieme
gli strumenti ed i fini primari della sua arte, la fotografia è il suo
pennello ed il suo inchiostro. Cura per le soluzioni visive e
laconicità diventano pertanto i suoi tratti distintivi. E poi c’è la
musica, per inseguire quel sogno di arte totale lungamente agognato da
centinaia d’anni di cultura occidentale. Era il millenovecentonovantaquattro ed aveva solo venticinque anni
quando propose la sua prima sceneggiatura. Tim Roth e Vanessa Redgrave
se ne innamorarono, e così il giovanissimo James si trovò a dirigere al
suo esordio due giganti della recitazione. Capita a pochi, soltanto
agli eletti. A Little Odessa seguirono The Yards nel duemila, We own the night nel duemilasette e Two lovers nel duemilaotto, tutti e tre con il suo attore feticcio Joaquim
Phoenix. Una parsimoniosa condensazione creativa che ricorda quella
dell’enorme Terrence Malick. Il suo capolavoro assoluto resta forse proprio l’acerbo eppure così potentemente maturo Little Odessa, in cui si avverte l’influenza principalmente di Sofocle e Dostoevskij. Tim Roth, il quale in questo meraviglioso monumento della letteratura
recente che merita l’immortalità ha probabilmente offerto la sua
migliore performance, è Joshua Shapira, un sicario che anni prima è
stato costretto ad andarsene dal proprio quartiere a causa dell’odio
del boss locale. Dal suo fugace ritorno nella breve illusione di
potersi ribellare al destino impugnandolo ed indirizzandolo prenderà le
mosse l’inesorabile catastrofe. Josh è un personaggio edipico. Il violento e veemente contrasto con il
padre è infatti una delle chiavi del film. C’è in lui inoltre qualcosa
del Meursault de Lo straniero Camus: egli è estraneo alla vita, un forestiero dell’essere. E c’è una scena in particolare in Little Odessa che racchiude in sé tutta la poetica e la grandezza di James Gray. Una scena perfetta. Josh, accompagnato da alcuni sgherri assoldati per l’occasione, conduce
in una discarica abbandonata del sobborgo la vittima per la cui
esecuzione è stato pagato. Non sono che ombre, la loro umanità è ridotta e stilizzata in sagome di
tenebra, goffe marionette oscure pervase di stasi e silenzio. L’unica figura in luce, distinguibile nella penombra, è Reuben,
fratello di Josh, che ricorda Alëša Karamàzov sporcato di Ivan, poiché
dal profondo della propria malinconia conserva ancora un barlume di
speranza ed è ancora capace di provare sentimenti puri. L'obiettivo va a cercare il suo volto, e sarà l'unico volto che vedremo. Assisterà allo spettacolo spietato ed impietoso di suo fratello, il suo
eroe, che commette il crimine più grande, il più
divino e il più diabolico: l’omicidio. Sarà Reuben l’agnello
sacrificale della Colpa, della hybris. L’interpretazione di Tim Roth è magistrale: tiene le braccia lungo il
corpo, quasi stanco, quasi svogliato; se ne sta leggermente curvo,
molle, ingobbito, poiché non arde, non gli è proprio il furore, ma
risponde solo al volere del proprio destino. Non c’è fierezza in lui,
ma passività lucida e piegata: agisce adeguandosi al fato, accetta la
sorte. Non è arido, ma ha dovuto inaridirsi per sopravvivere al deserto
gelato e raggelante dell’esistenza. La telecamera compie un impercettibile movimento. Ora le ombre sono
statue scolpite nel buio, cartoni massicci neri come la notte che si
stagliano tetri su una terra desolata, stretta, schiacciata, senza via
d’uscita; sembrano i residui d’un’apocalisse elementare, uno scenario
di Beckett, con quei rami secchi dalla forte carica simbolica, oppure
un quadro di Kubin o di Grünewald o di Zurbarán. Ed è beckettiano il piagnucolio balbettato del condannato a morte. Ecco che emerge con disincantata rabbia sopita e trattenuta una fiamma
fatua di umanità di Josh. Benché sia solo un sussulto d’automa, poco
più di una pratica liturgica da recitare svogliatamente, è la più
terrificante delle sfide per l’uomo, la sfida suprema: l’appello al
silenzio di dio. Josh sfida dio. Il suo è un sadismo senza slancio,
svuotato dal suo interno, di chi sa cosa lo aspetta e cosa non lo
aspetta e vuole mostrarlo a se stesso e agli altri, all’altro,
all’Altro. “Credi in dio? Aspetta dieci secondi, vedi se dio ti salva”. E dio non lo salva. Nel successivo secco, sublime, lapidario e terribile: “Prendete la
lingua” si avverte un’eco che ricorda la frase conclusiva della Fedra di Seneca: “Lei gettatela in una fossa. Sull’empio capo gravi la terra con tutto il suo peso”. Un istante di esitazione, quasi un singulto, l'inganno di un tremito rapido ed esce di scena. Il peccato della nascita viene scontato con la consunzione di ogni moto vitale. Infine si muovono pesanti gli scagnozzi, a guisa di scimmioni malfermi.
Nello sputo c’è l’abisso del disprezzo, il mutismo dell’anima. E non
resta altro. Siamo fortunati ad essere nati nella stessa epoca di James Gray.
E’ facile diventare Fabrizio De
André quando si nasce a Genova! Sono capaci tutti con il mare davanti
con i suoi scambi centenari e gli scopritori di mondi, la Francia
estrosa, filosofa e battagliera accanto, perfino due squadre in serie A. Ma soprattutto, bella forza scrivere un capolavoro come Creuza de mä quando il tuo dialetto sa essere ad un tempo così terrigeno e così
delicato, aspro eppure musicale, un cantato popolare e poetico! Il linguaggio, si sa, è tutto il nostro mondo. La lingua, dunque, è
il modo in cui noi vediamo il mondo. Da essa dipende la percezione e
non già viceversa, poiché “il pensiero si dà nel linguaggio”. E’ stato
Wittgenstein il primo a capire che il linguaggio non ha funzione
descrittiva, bensì espressiva. Le parole non procedono dalle cose, come
inerti segnaletiche per referenti esterni, ma anzi dal raffinarsi del
linguaggio con-segue la crescita del nostro pensiero, che si fa più
complesso. Il significante diventa centrale nel suo dire se stesso, non
è più un mero indice del significato. Ogni lemma, con la sua morfologia
unica e la sua particolare sonorità, ha una storia vasta e misteriosa e
dischiude una serie infinita di relazioni e possibilità. Ogni parola,
ogni lingua, ha in sé ed è un universo che comunica con ogni altro universo linguistico possibile. Ecco perché ad ogni lingua corrisponde un carattere sociale e culturale
diverso, tante innumerevoli piccole sfumature per ogni termine-suono
simile ma non identico. Uno dei pochi luoghi comuni veridici afferma che i dialetti italiani
sono piuttosto delle vere e proprie lingue. E’ esatto. Tante lingue per
tanti mondi differenti. Delle persone che stanno guardando una una donna, una une femme, una ‘na guagliona, una a woman non stanno vedendo la stessa cosa. Heidegger dice: “Siamo parlati dal linguaggio”. In noi, attraverso di
noi, si agita un fiume sterminato di elementi e di influenze
inconsapevoli, una sedimentazione-stratificazione di infinite forme ed
infiniti contenuti che produce ciò che siamo ed al quale attingiamo per
produrre il nostro essere. Ogni individuo è strettamente, indissolubilmente legato alla propria
lingua, che è il proprio linguaggio, che è il proprio pensiero, che è
il proprio modus pensandi, che è il proprio modus videndi, che è la
propria azione. Carlo Verdone se non fosse nato e cresciuto a Roma
sarebbe stato un altro Carlo Verdone. Federigo Tozzi se non fosse nato
e cresciuto a Siena sarebbe stato un altro Federigo Tozzi. E così via. Tutto questo pippone per dire cosa? Che se Fabrizio De André invece di
nascere a Genova fosse nato nel mio paese, Montefiascone, nell’ingrato
pieno della Tuscia viterbese, innanzitutto non si sarebbe chiamato
Fabrizio De André detto Faber, bensì Settimio Bracoloni detto
Sartafosse. E non sarebbe mai andato in Via del Campo, ma tutt’al più
al night de Brachino. Ho pensato quindi di tradurre la canzone Creuza de mä in dialetto montefiasconese. Nelle locuzioni “neutre” mi sono attenuto
ad una traduzione il più letterale possibile, altrimenti ho prediletto
un adattamento territorialmente caratterizzante. Ad esempio: quando nel
testo si legge/sente lùnn-a (luna), ho sostituito
radicalmente la parola, mutando dunque il senso, poiché luna è parola
fin troppo poetica per il montefiasconese, troppo suggestiva, troppo
melensa per suono ed evocazioni: in ventisei anni non l’ho mai sentita
pronunciare. Dalle mie parti si usano solo termini pragmatici, ché
nella tradizione contadina dura e pura c’è poco spazio per femminee
vezzosità! Lo stesso vale per l’immagine metaforica del mattino che
cresce o per il vino di Portofino ed altri punti che il lettore può
confrontare con il testo originale e la traduzione a fronte qui. A Montefiascone li fiori de zucca crescono, non il mattino! Che vor di’
che la mattina cresce? Che so’ ’sti stronzate? E Portofino si è sentito
nominare solo a partire dagli anni ‘80 grazie alla mondanità mostrata
da Canale5. ‘L vino bbono è quello del zi’ Lole, e abbasta. Bene, dopo aver offerto la versione realista di Impressioni di settembre, ora tocca alla falischizzazione di Creuza de mä.
Capirete tutti perché io non sono De André e non potrò esserlo mai.
D’altronde sarebbe arduo anche essere Sergio Vastano. Ed inoltre faccio
già fatica ad essere me.
La strada che va giù pe’ ‘l lago
Ombre de facce facce de gente che c’hanno la barca de che razza sete do’ cazzo ite da ‘n posto do’ le bagasce de Muntijugo se fanno veda gnude e ‘l buiaro ce mette ‘l curtello ma la gola e a monta’ la somara c’adè resto ‘l porcaccio del Signore e quel paraculo del Ghiaolo adè su mal cielo e ce s’è fatto ‘l nido uscimo dal lago p’asciugà l’ossa da Dandolino al cannaccio de le puppete ma la casa de sasse. E me lì ma la casa de sasse chi ce sarà ma la casa de Dandolino che nun c’ha la barca gente de la Sguizzara facce da birbaccione quelle che del coricone je piaciono l’ale mastiotte de famije che manco puzzono che le poe guardà senza metta l’ucello mal fodoro. E ma ’sti panze vote che je darà ‘che cosa da bea, ‘che cosa de magnardo ‘na frittata coll’anguilla, ‘n vinello normale ‘l cervelletto d’agnello mal vino del suo lansagne da tajà co’ la costoliccia e le viarelle un lepre co’ le funghe e le patate de Morano. E ma la barca del vino c’annaremo su le scoje avant’a Corrado a rida su ’sto cazzo co’ le chiode ma l’occhie poe ‘l sole sarà venuto su e ce toccarà ariccoja le zucchette parente de le fiore e de le bardasciotte padrone de la corda marcia fatta coll’acqua e cor sale che ce lega e ce porta via ma la strada che va giù pe’ ‘l lago.
La comicità può essere uno stimolante od un sedativo. Da qualche anno a questa parte la satira è stata spazzata via dai media di massa in favore di un umorismo tranquillante. Modelli imperanti sono ormai i ridicoli ed imbarazzanti Zelig e Colorado Café, in cui l'invenzione artistica corroborante è stata soppiantata dal tormentone ebete soporifero per l'intelletto. Contro la diffusione di simili narcotici sociali e per chi sentisse il bisogno di un'alternativa, io e lui abbiamo ideato Disgustibus, un format satirico interamente autoprodotto di cui abbiamo realizzato la puntata pilota dalla durata di un'ora circa. Farlo è stato per noi un piacevole dovere nonché un doveroso piacere, una divertente necessità. Lavorare, si sa, non c'è mai piaciuto. Si tratta di un progetto indipendente che più indipendente non si può, realizzato praticamente a costo zero ed in assoluta autonomia; Disgustibus è una sorta di meta-trasmissione, un viaggio nello squallore quotidiano televisivo, politico, umano attraverso un percorso nei vari e molteplici generi del Comico. Abbiamo deciso di renderne pubblico un breve estratto.
SE siete curiosi di vedere il resto; SE come noi non avete soldi ed entusiasmo per prestarvi al delirio vacanziero; SE non siete stati risucchiati dallo squallore familista cedendo al tradizionale ritorno estivo presso i vostri procreatori; SE la vostra vita è decisamente insoddisfacente; ALLORA potrebbe interessarvi venire MERCOLEDI' 12 AGOSTO ALLE ORE 21 al REWILD VEGAN CLUB, Via Giovannipoli 18 (zona Garbatella), Roma, ad assistere alla PROIEZIONE dell'opera nella sua intierezza. E' una replica: la prima volta non avevamo promosso l'evento per imbarazzo, incapacità
manageriale e refrattarietà al marketing, specialmente autoreferenziale. Ma siccome ha riscosso
un successo tale da richiedere una ripetizione, pensiamo che stavolta
potrebbe farvi piacere assistere a cinquantanove minuti e venti secondi di satira che in
televisione non vedrete mai. Inoltre è una buona occasione per mangiare e bere vivande che non sono state precedentemente schiavizzate, torturate e uccise.
Dunque, ricapitolando:
MERCOLEDI' 12 AGOSTO ORE 21 REWILD VEGAN CLUB (http://www.rewild.it/) VIA GIOVANNIPOLI 18 (ZONA GARBATELLA) ROMA
proiezione puntata pilota di
DISGUSTIBUS
programma autoprodotto di satira indipendente ma così indipendente che al confronto *inserisci un paragone a scelta*
- Scandalo nell’industria dei fumetti. Hobbes accusato di molestie su Calvin.
- Sarà vero? Fantasie ufologiche o incredibile verità? Sembra
infatti che sia stato avvistato in un piccolo centro della Versilia un
lettore de Il Foglio. L’opinione pubblica e la comunità
scientifica locale e nazionale gridano alla solita invenzione
allucinata, ma l’avvistatore, un distinto signore sulla cinquantina,
conferma ed insiste: “Non bevo, non faccio uso di droghe ed ho una
specchiata reputazione. So cos’ho visto: quell’essere stava leggendo il
fondo di Ferrara. E’ stata per me un’emozione fortissima”. Eppure,
dubbi ed incredulità permangono. Siamo riusciti a rintracciare il giornalaio di Frosinone che anni fa
denunciò molteplici avvistamenti del genere, ma venne preso per pazzo e
bugiardo. Oggi, quest’edicolante – che chiameremo per comodità
Hydeshakivatsyayana Kirieliceskerkerkov Salihamarisdizic – non vuole
essere inquadrato in volto, perché non è per niente fotogenico. Ecco
cosa ha detto alle nostre telecamere: “Esistono, esistono eccome, anche
se il governo ce lo tiene nascosto. Parlare di questa vicenda mi ha
fatto perdere il lavoro, la famiglia, gli amici. Intorno a me si è
creato il vuoto. Adesso sono una persona sola, vivo di espedienti, non
ho più niente da perdere e non mi rimangio nulla: più volte sono venute
nel mio chiosco di giornali queste creature ad acquistare una copia de Il Foglio.
Si tratta peraltro di clienti eccezionali che farebbero la fortuna di
qualsiasi edicolante. Ognuno di loro infatti compra sempre due giornali
in più: uno per nascondere Il Foglio, uno per coprirsi la faccia”. Incontri ravvicinati del terzo tipo? I want to believe.
- Il Ministero per le Pari Opportunità delle Fighe ha distribuito un
opuscolo contro la violenza domestica. Si tratta di un test di
autovalutazione per le donne intitolato Verifica se il tuo uomo potrebbe arrivare a picchiarti. Ecco alcuni estratti dal questionario.
Parte A – Domande generiche
1) Ti lascia mai intendere velatamente che vuole impiccarti al
davanzale della finestra del cesso per poi rovesciarti addosso una
ghirba di olio bollente e farti quindi scarnificare da un avvoltoio
ammaestrato? 2) Ti chiede mai di fare sesso tenendo in mano una clava? 3) Ti rivolge mai gesti offensivi e subito dopo ti bersaglia con una balestra? 4) Ti dice mai che va a mignotte ed invece va a giocare a calcetto? 5) Ti dice mai che va a giocare a calcetto ed invece va veramente a giocare a calcetto?
Parte B – Griglia di possibilità
1) Se gioca al Fantacalcio, non può in alcun caso diventare violento. 2) Se gioca al Fantacalcio e litiga al telefono con un amico per ottenere Ibrahimovic, potrebbe diventare violento. 3) Se gioca al Fantacalcio e pesta l’amico per ottenere Iaquinta, diventerà sicuramente violento. 4) Se cerca frequentemente di farti sentire in colpa, ti rimprovera con
durezza o ti minaccia mettendoti contro i figli, potrebbe arrivare a
picchiarti 5) Se ti mena, potrebbe arrivare a picchiarti.
Abbiamo intervistato alcune ragazze a cui è stato consegnato
l’opuscolo. Sentiamo una delle persone interpellate: “Purtroppo non
sono riuscita a scoprire il risultato, perché il mio ragazzo ha
iniziato a pestarmi ed ho dovuto interrompere”.
- Si è aperto ad Udine il Primo Congresso Interrionale di Storia
della Medicina. Nella prima giornata è stato affrontato un quesito che
da decenni attanaglia gli studiosi di tutto il mondo: Puzzava di più un morto di peste del 1348 o del 1630? L’annosa domanda resta insoluta, ma si aggiungono ulteriori prospettive: e se l’appestato aveva anche la dissenteria?.
Ed ora, spazio ai più piccoli con la rubrica creativa per l’infanzia Patatrack.
- Ciao bimbi! Avete mai costruito una bella lavanderina di
cartone? Prendete un foglio di cartoncino colorato e della colla
vinilica. Piegate il cartoncino e con della segatura fatele il viso.
Fatto? Chiedete a vostra mamma della carta crespata, con la quale
potrete realizzare il vestitino della bella lavanderina, mentre con dei
gessetti gialli ed arancioni confezioneremo il cappellino. Fatto? Bene,
ora non vi resta che ripararvi il viso ed attendere i bulli.
Linea adesso alla rubrica culturale.
- Eccezionale scoperta in campo storico: è stato ritrovato negli
archivi di Palazzo Vecchio a Firenze un video risalente al 1498 che
testimonia come andarono realmente le cose nella morte di Savonarola.
Le riprese vennero realizzate da un videoamatore, tale Duccio da
Nebrasca, che si era appostato dietro ad una carrozza Audi parcheggiata
in Piazza della Signoria, ma il filmato andò perduto. Ma finalmente
possiamo vedere lo straordinario documento e sapere con certezza che
Girolamo Savonarola andò incontro alla morte in questo modo:
“Che bello, avete organizzato un barbecue per me! Grazie mille, non dovevate, siete fantastici. … Ma-ma-ma…Bastardi!”
- Esce in libreria la ristampa de L’italiano, manuale
di scrittura di Beppe Severgnini che ha una marcia in più rispetto alle
solite guide grazie al tipico irresistibile umorismo dell’autore.
Interessante anche Il Giuoco, videocorso di scuola calcio di Stephen Hawking impreziosito dal suo tipico atletismo. Pensate che bello sarebbe un mondo in cui tutti scrivessero come
Beppe Severgnini. Basterebbe pubblicare libri di ricette per diffondere
rabbia sociale. Noi dobbiamo essere grati a Beppe Severgnini: grazie al
suo esempio ora la scienza sa cosa succede se un ragioniere si imbatte
in una biblioteca. Povero Beppe, chissà quanti schiaffi dai bulli deve
aver preso. Da quelli non troppo annoiati, si intende.
- Letteratura italiana. Alla luce delle ultimissime ricerche
filologiche, dovremo rivedere completamente l’idea che abbiamo di
Alessandro Manzoni. Di contro all’immagine dell’autore iperclassicista
ed ultratradizionalista che la storia e le sue opere ci hanno
consegnato, spunta una nuova stesura de I promessi sposi,
rinvenuta per caso in mezzo ad una serie di carte inedite del Nostro,
iniziata in tarda età e mai portata a compimento. Il progetto di
revisione totale sul suo lavoro più importante a cui il Manzoni aveva
intenzione di accingersi a coronamento della sua prestigiosa carriera
ci offrono uno scrittore sperimentale, visionario e rivoluzionario,
nettamente in anticipo sui tempi, dalle soluzioni addirittura
novecentesche. Questo l’incipit della nuova versione del romanzo che
egli avrebbe voluto dare alle stampe prima di morire:
“Una mattina, destandosi da sogni inquieti, Renzo Tramaglino si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante”.
- Cinema. Nelle sale Il curioso caso di Beniamino Buttoni, la vita di merda di un uomo che nasce vecchio, invecchia ulteriormente, muore vecchissimo.
- Torna in auge la commedia trash erotica all’italiana e si carica di tinte ancor più hard core nel nuovissimo La veterinaria se la fa con i pazienti, con Alvaro Vitali nel ruolo di un cinghiale, e viceversa.
Siamo in conclusione. Non perdetevi a seguire Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, in cui Dino Campana si comporta come Stefano Accorsi.
Buona visione e buone vacanze da Cocapabana, mentre voi siete a Tarquinia Lido.
"Alle volte immagino di dividere le cose tra quelle umane e quelle sovrumane. Borges e Cervantes: avevano qualche cosa di indefinibile che li poneva al di là, ed è per questo che perdoniamo loro un sacco di cose... Maradona è così: non è di questo mondo... Io l'ho incontrato una sola volta in vita mia... Sì, Maradona è così: esiste per la gloria di Dio"
OSVALDO SORIANO
"Se Andy Warhol avesse vissuto nella nostra era, avrebbe dipinto Diego invece di Marilyn"
EMIR KUSTURICA
"Quello che Zidane fa con il pallone, Maradona lo faceva con un'arancia"
MICHEL PLATINI
"Noi organizzavamo i pullman per andare a vedere gli allenamenti di Maradona. Non era mai successa una cosa simile e mai più succederà: i pullman si organizzano per andare a vedere le partite, invece noialtri facevamo centinaia di chilometri tutti insieme per andare a vedere un solo giocatore palleggiare per una ventina di minuti. E non eravamo gli unici: lì era sempre pieno di gente, ci venivano da tutta Italia, incontravamo altre decine e decine di gruppi che avevano organizzato un pullman come noi ed erano venuti in gita a vedere Maradona. Dal Nord, dal Centro, dal Sud, perfino dall'estero. Che spettacolo che era... Per lui il pallone era un prolungamento dell'arto e quello che riusciva a farci andava contro ogni legge della fisica"
Daniele Luttazzi è indubitabilmente un grandissimo autore satirico che adoro e che ho sempre stimato, ammirato, difeso, preso a modello e seguito fedelmente, ma da un po’ di tempo lo stimo di meno. Precisamente, da quando ha cominciato la nuova rubrica del suo blog, La Palestra, in cui sceglie quotidianamente le migliori battute inviategli dai suoi lettori – e fin qui è anche un’ottima iniziativa – ed insegna “come si fa satira”. Ed è qui che iniziano i guai. Luttazzi infatti non si limita a dare suggerimenti da esperto e professionista del settore, ma è stato colto da quella che io chiamo la sindrome del professore: si è messo infatti a stabilire cosa è satira buona, cosa è satira cattiva, quali sono le battute giuste, quali sono le battute sbagliate, sulla base di principii che, seppur frutto di esperienza, studio ed argomentazione, non possono che risultare del tutto arbitrari e personali, ma che vengono ammantati da un pericoloso carattere di assolutezza ed inoppugnabilità. Niente risulta più rischioso e grottesco di un censurato simbolo della libertà di espressione e del politicamente scorretto che viene preso dalla frenesia di porre paletti, mettere limiti, sancire una volta per tutte la liceità artistica di una trovata comica (per esempio, arriva addirittura a sostenere che in una battuta non si possa definire Berlusconi dittatore, in quanto tecnicamente non esatto). Tutto questo, com’era prevedibile, lo ha portato ha passare il segno e macchiarsi di una colpa imperdonabile: definire fascistoide (sic!) la gag de I Griffin su Anne Frank ed accusare l’autore, l’immenso Seth MacFarlane, di essere solito a scivoloni fascistoidi e di diffondere scherno fascistoide, sulla base di un palese abbaglio interpretativo. Secondo Luttazzi infatti quella gag sbeffeggia una vittima reale e ne ridimensiona la tragedia mettendosi quasi dalla parte del carnefice. Mi chiedo come sia possibile che uno come Luttazzi arrivi a commettere un simile errore ermeneutico. Un errore drammatico, considerando il “potere” che detiene Luttazzi e quante persone sensibili al tema della satira pendono dalle sue labbra. Per colpa di Luttazzi, d’ora in poi ci sarà una nuova schiera di insospettabili novelli censori e controllori
che applicheranno le sue discutibilissime categorie di bene e male
(artisticamente parlando) e si metteranno davanti alle opere di Seth
MacFarlane a far loro le pulci e lanciare giudizi tanto pesanti quanto
infondati ma sostenuti dall’autorità e dall’autorevolezza di quello che
viene considerato un nume tutelare della libertà di satira. Cosa che peraltro sta già succedendo: sul suo sito ho notato una
proliferazione di segnalazioni, ormai è in atto un concorso a chi trova
più materiale fascistoide in MacFarlane ed in altri: è fascista la gag
su Madre Teresa, è fascista la gag in cui Stewie fa riferimento alla
presunta pedofilia di Roman Polanski, è fascista il fascistizzabile.
D'altronde, è perfettamente in linea con ciò che sta facendo Luttazzi,
al quale rimbalza qualsiasi confutazione non già di natura politica o etica, ma
prettamente artistico-filosofica. Un caso emblematico: Luttazzi timbra come fascistoide la seguente battuta: "Tumore al seno: una vittima ogni 45'. A rischio i campionati di calcio femminile", salvo poi affermare che la cosa cambierebbe se a fare la battuta fosse una donna con il tumore al seno, giacché il contesto diverrebbe favorevole. Il che equivale a sancire la tirannia dello spettatore: è sempre l'artista ad andare incontro allo spettatore, al quale servono imboccate e preamboli sottintesi o manifesti senza che abbia bisogno di elevarsi, di fare uno sforzo di comprensione, di crescere e diventare un fruitore maturo. Significa altresì mantenere lo spettatore stupido. E cosa se ne fa la satira di un pubblico idiota? Per quello hanno inventato apposta il cabaret. Luttazzi, nella sua smania didattica, si rivela enormemente diseducativo. Cita un'altra battuta fascistoide: "Venduto il costume originale di Superman. In omaggio una sedia a rotelle ed una macchina per respirare". Ecco, secondo lui questa battuta la puoi dire solo se sei paraplegico o se specifichi: "Mi raccomando, badate bene, sto per dire una battuta che non intende essere una violenza ulteriore sul più debole!". L'ascoltatore è dispensato dal capire al volo. La moderazione modera l'intelligenza. (Poi per carità, Luttazzi mostra con sommo giubilo e massimo gaudio all'Ambra Jovinelli una sequenza di vignette che deridono la via crucis di una mucca al mattatoio, ma quello va bene: un animale, secondo la sua sensibilità - che vale da criterio di regolamentazione universale - non vale come vittima innocente nelle mani di un carnefice, quindi Luttazzi resta ben al riparo da sospetti di fascistoidismo. Il pensiero di un animalista e la sofferenza dell'animale stesso non contano. E poi si accusa Berlusconi di fare leggi ad personam...). Luttazzi,
vittima di una gravissima censura, fa qualcosa di molto peggio della
censura: infanga il nome di un illustrissimo collega. E sporcare una
reputazione è infinitamente peggio che censurare: la Storia da una
censura magari ti riscatta, ma la dignità sottratta non te la
restituisce mai, specie se a mal giudicarti sono coloro i quali
dovrebbero stare dalla tua parte. Spargendo la voce che MacFarlane è fascistoide è come se gli avesse sparato. Anzi, sarebbe stato meglio se gli avesse sparato. Un antifascista preferirebbe bruciare sul rogo piuttosto che venire chiamato fascista a causa di malelingue e diffamazioni. Ed il brutto è che a Luttazzi non gliene frega niente. Peraltro, per Luttazzi MacFarlane ha scivoloni fascistoidi, Bill Hicks aveva scivoloni fascistoidi, la rivista Il Male ha avuto scivoloni fascistoidi. Ovviamente il dubbio che forse le sue griglie interpretative andrebbe rivedute e che i suoi parametri di giudizio e la sua unità di misura non poi così impeccabili non lo sfiora neanche. Già il reputare MacFarlane, sostenitore e finanziatore dell’ala
sinistra del Partito Democratico nonché attivista per i diritti civili
di afroamericani ed omosessuali, "fascistoide" è risibile (soprattutto considerando il
trattamento che riserva nei suoi lavori a fascisti ed antisemiti –
basti pensare a Walt Disney); ma farlo sulla base di un apparato
argomentativo che si ritiene essere quantomai solido è – quello sì –
fascistoide. Luttazzi innanzitutto confonde l’arte con la vita (vita da intendersi in senso filosofico, come reale, realtà, vigente. Ovvero, tutto ciò che non è artificio).
Mi spiego: nell’invenzione artistica un personaggio perde ogni contatto
con il referente della realtà nel momento stesso in cui l’autore
denuncia il carattere di finzione dell’opera. In altre parole: l’Anna
Frank di MacFarlane non è più Anna Frank, non è la stessa Anna Frank, è
un’altra Anna Frank, è un “tropo di carta” (per dirla con Bufalino)
ispirato dalla realtà e che comunica con la realtà, ma che è altro
dalla realtà nonché l’Altro della realtà. In questo modo, la vera Anna
Frank è salva, non viene sbeffeggiata e la diversa Anna Frank
dell’opera crea un’alleanza solidale con la prima. L’arte gode di una
“onnipotenza modesta”: può fare tutto, dire tutto, purché denunci se
stessa in quanto, appunto, arte e non realtà. E nel caso de I Griffin, l’invenzione artistica viene puntualmente denunciata come finzione giocosa e surreale. Nel gioco artistico tutto è concesso, purché si dichiari che si tratta appunto di un gioco (ed i giochi sono sempre una cosa seria) e non della realtà. Questo avviene tramite la metanarrazione, che è la tecnica (o meglio, la componente, il processo critico e creativo) atta a rendere noti i mezzi stessi della produzione artistica. E' la metanarrazione che distingue l'arte dalla propaganda. La propaganda dice: "Fidati, sto dicendo la verità", mentre l'arte mette in guardia: "Bada bene, sto mentendo". Radicalizzando la questione, paradossalmente, in teoria, potrei realizzare un'opera d'arte in cui dipingo un pedofilo come una bravissima persona che ha ragione nella sua pratica di vita, dove lascio intendere che la pedofilia sia buona e giusta, ma, nel momento in cui, attraverso la metanarrazione, ne dichiaro il carattere di mera finzione, quell'opera diviene in se stessa uno strumento contro la pedofilia, poiché dichiara: "Attento, le cose nella realtà non stanno così". Ogni grande opera d'arte è sempre metanarrativa ed è la presenza dell'abilità metanarrativa nell'armamentario di un artista che distingue l'artista valido dall'infimo. E la metanarrazione è uno dei pilastri dell'opera di Seth MacFarlane, specialmente ne I Griffin (in cui l'intera struttura portante è metanarrativa), in particolar modo nella gag su Anne Frank. In secondo luogo, Luttazzi dimostra di non aver compreso per niente la
gag in sé. Se la analizziamo, infatti, notiamo come il risultato non
sia un’accresciuta simpatia per i nazisti ed uno sfottò nei confronti
della povera Anne: il carnefice resta carnefice, la vittima resta
vittima ed anzi viene aggiunto un carnefice in più: Peter Griffin,
l’esponente della classe media non solo americana, ma di ogni tempo ed
ogni luogo, egoista, stupido ed indifferente; uno di quegli indifferenti grazie ai quali i totalitarismi sono nati e cresciuti. Ed è quel tipo di soggetto sociale che viene condannato, benché con
l'arma della risata. E' lo spettatore televisivo medio stesso, che si
specchia in Peter Griffin, l'oggetto della satira, dello scherno. La vicenda di Anne Frank offriva solo un terreno fertile, proprio per il contrasto che avrebbe creato: cornice estrema, massimo risultato. MacFarlane non strumentalizza né mercifica Anne Frank: la "utilizza" in senso artistico (come un pittore "usa" la modella per un quadro), peraltro a suo (di lei) vantaggio. E se di qualcuno si ride, si ride di Peter, il quale, come accade con Fantozzi, può muovere sì a simpatia, ma resta sempre un personaggio negativo. La chiave è tutta lì: se a mettere nei guai Anne Frank fosse stato un eroe positivo, Luttazzi avrebbe avuto ragione. Ma a farla scoprire è un pezzo di merda, buffo e divertente quanto si vuole, ma pur sempre un pezzo di merda, per di più caricato nelle sue caratteristiche peggiori, con le quali l'autore ne evidenzia la negatività. Non ci si aspetterebbe che un autore satirico ritenga che ridere di
qualcosa equivalga a banalizzare qualcosa. L’arte comica rileva gli
stessi problemi di quella tragica con altri mezzi: invece di far luce
su una sciagura muovendo al pianto, lo fa muovendo al riso, ottenendo
verso quella sciagura un moto dell’animo ancor più lucido, critico,
partecipativo, convinto, senza ingannare con la promessa di illusori paradisi. Essa dice: "Non posso salvare il mondo, non posso eliminare il dolore,
posso solo contrastare il nonsenso, che pure resta vivido, ma grazie a
me saprai affrontarlo adeguatamente". MacFarlane non vuole consolare
(sarebbe - quello sì - una presa in giro per la vittima, un dileggio,
quindi un'aggressione): mira ad irrobustire, tonificare, fortificare, rinvigorire. Non è un caso se Luttazzi dica che porre Peter nella vicenda di Anne Frank sia blasfemo.
Utilizza proprio questo termine qui: blasfemo. E blasfemo è l’aggettivo
che qualifica l’offesa e la trasgressione di un dogma. Luttazzi
smaschera il suo essere inequivocabilmente dogmatico (in questo caso:
“A proposito di Shoah, non si può ridere in alcun modo con le vittime specifiche, neppure se
ridendo si continua a condannare, magari con maggior vigore, il nazismo
e la Shoah e si resta dalla parte dei deportati e delle vittime
specifiche con procedimenti inusuali o diversi dai soliti a cui siamo
abituati o se non si entra affatto nel merito. Lo stesso vale per ogni
vittima specifica di ogni violenza. Se si parla in generale può andare
bene, se si usa nome e cognome no. E' così perché sì, è stato deciso
così, si è sempre detto così, si è sempre fatto così, quindi non sono
ammesse obiezioni. Chi si comporta diversamente, è senz'altro
nazistoide senza possibilità di appello”). Seth MacFarlane sceglie dunque di essere blasfemo: rompe il dogmatismo,
squarcia ogni tabù; per lui nessun territorio è sacro, niente è
innominabile, nessun campo è immune dalla satira. E compie tutto ciò,
si badi bene, restando sempre dalla parte della vittima, in una maniera
che è ben più profonda e raffinata di quella di Luttazzi: MacFarlane
non si limita a ridicolizzare il carnefice: “giullarizza” la vittima
strappandola dalla condizione di minorità in cui la pone
necessariamente la retorica della compassione, la riporta ad un livello
pienamente umano ed è solo così che può davvero solidarizzare con lei,
senza alcuna ombra di ipocrisia, assumendo su di sé il dolore,
facendosene carico ma non più, o non già, producendo lacrime, bensì
facendo ridere con (e non di) una violenza vera su una vittima reale. Il che è assolutamente rivoluzionario. Ma si sa, MacFarlane è meglio di Luttazzi. Egli ha capito che la solidarietà non può essere sincera se non si considera la vittima alla pari, giacché o la si santifica ponendola più in alto, e quindi la si venera religiosamente, con timore reverenziale per l'apparato istituzionale che essa incarna e rappresenta; o la si pone più in basso tramite la meschinità indecente della compassione, che non è mai solidarietà, bensì carità, cioè snobismo inconsapevole. Ridere con la vittima esattamente come si riderebbe con se stessi è l'unica, genuina, sana forma di sincero e leale rispetto e vera empatia. L'Altro come Sé riconoscendone al contempo l'Alterità come tale, in quanto tale. La pietà è un concetto religioso, ergo gerarchico. MacFarlane
preferisce di gran lunga, poiché ben più degno e nobile (in quanto
ugualitario e puro), la laicissima solidarietà. Seth MacFarlane è uno sperimentatore fenomenale proprio nel suo
considerare nessuna zona dello scibile, neppure la più delicata, in
salvo dalla risata e dimostra ogni volta come si possa ridere anche del
sopruso specifico e non solo generico (benché ogni fatto particolare è
sempre specchio del generale) senza togliere niente a quel sopruso ma
anzi condannandolo ulteriormente senza il peso di alcun residuato di
dogma, scevro di qualsiasi rischio di ipocrisia. Seth MacFarlane riesce persino a restituire alla vittima il
diritto alla risata, le insegna (ed insegna al pubblico) a ridere per combattere. Giacché, come dice Antonio Rezza, quando si prende
coscienza che la malinconia è troppa ed ineludibile ed il male del
mondo totalizzante, non resta che ridere. E ridere del male è il metodo
migliore per combatterlo conservandone la memoria: si mantiene la
tragedia senza aggiungere potere al male. Se la satira va contro il
potere, Seth MacFarlane sfida il potere metafisico dell’esistenza. Personalmente, ho sempre colto questo in maniera lampante, senza dubbi
od esitazioni di sorta, tanto che prima di avvilirmi con Luttazzi non
avevo mai neppure sospettato che si potesse interpretare in modo
differente. Se la gag fosse stata così equivoca e fascistoide, l’avrei
recepita in tal modo pure io che sono antifascista tanto quanto
Luttazzi o ne sarebbero rimasti indignati e scandalizzati tutti gli
ebrei che seguono Seth MacFarlane. A meno di non fare una gara a chi è
“più antifascista” o “più ebreo”, certo. Ad esempio: la comunità
intellettuale ebrea di New York – dice Luttazzi – si è lamentata de La vita è bella di Benigni. Ma – dico io – alcuni ebrei non fanno tutti gli ebrei e,
anche se fosse, ciò non toglierebbe niente al manifesto antinazismo di
quel film, che è un fatto (parola che sta tanto a cuore a Luttazzi),
sta sotto gli occhi di tutti, non è possibile da fraintendere, anche se
lo dicesse Primo Levi in persona. Eppure da oggi una gag, un’opera ed un autore decisamente antifascisti
ed antirazzisti in tutto e per tutto saranno considerati da moltissimi
come fascistoidi “perché l’ha detto Luttazzi”. Lo decide Luttazzi cosa è fascistoide o
meno e se non concordi sei un superficiale che non sa di essere a sua
volta fascistoide. Mette paletti, proprio come hanno fatto i suoi
censori, ma deve stare attento: se si stabilisce un limite e lo si
giustifica, sebbene grazie a solide e degne fondamenta culturali, verrà
un altro che stabilirà e giustificherà un limite ancor più restrittivo,
poi un altro e un altro ancora e così via, fino a che sarà peccaminoso
o fascista o criminoso il solo aprire bocca. E’ questo il processo
della censura, è questa la strada inevitabile percorsa da moralismo ed
oscurantismo. Mi stupisce che chi abbia subito questo perverso
meccanismo lo impugni a sua volta contro qualcun altro. In fondo con
Luttazzi hanno fatto così: hanno cominciato dicendo che era volgare e
di cattivo gusto, hanno proseguito sostenendo che fosse anti-italiano,
offensivo ed insultante (che poi, chi lo dice che l’arte non possa
essere offensiva ed insultante?), hanno finito con lo scorgere il suo
superamento di fantomatici limiti di decenza e lo hanno fatto fuori. E
probabilmente non si renderà mai conto del danno che ha arrecato a
MacFarlane, all’arte, alla satira. MacFarlane non se lo meritava. Mi
metto nei suoi panni: se io venissi travisato così, mi sentirei
un fallito, sconfortato. A Luttazzi è successo: gli è accaduto di venir travisato
perfino da Michele Serra, si è giustamente risentito ma ha fatto la
stessa cosa, ed in nome del più fascista dei valori: il politicamente
corretto. Perché questo è, di questo si tratta, anche se Luttazzi non se
ne rende conto (come non si rende conto di aver assunto un atteggiamento conservatore
quando non reazionario. Auspico che egli voglia interrompere presto
questa carneficina politico-culturale che è La Palestra, che ha innescato una spirale terribile: una sorta di caccia alle streghe). Disarmante. Adorno non capì Brecht. Courbet non capì Monet. Ci sta che Luttazzi non
abbia capito MacFarlane, ma l’averlo bollato con la peggiore e più
infamante delle etichette sulla base di un proprio errore, ai miei
occhi non lo redimerà mai. Ai vostri, fate voi.
E se vogliamo proprio mescolare arte e vita, ecco in venti secondi
il più alto esempio di antifascismo mai realizzato da un autore comico,
roba che Daniele Luttazzi una simile capacità di sintesi e di “ferocia
giocosa, clownesca e solidale” se la sogna.
Aggiunta del 3 luglio
Ho
scoperto peraltro che i coautori di Seth MacFarlane sono ebrei e lui
stesso ha origini ebraiche. Non solo: quando deve trattare temi
riguardanti gli ebrei, è solito sottoporre le opere a due rabbini. Il linciaggio (perché di questo si tratta, anche se ci si ostina a
chiamarlo "semplice critica") di cui è stato vittima è dunque peggio
del maccartismo. Se uno viene perseguitato per ciò che è, se ne fa una
ragione ed anzi l'orgoglio e la consapevolezza che scattano in una
vittima di un'ingiustizia lo sostengono. Ma l'essere perseguitato per
quello che non sei non ti lascia appigli. E se i tuoi amici (in questo
caso i progressisti attenti alla satira) ti voltano le spalle, beh,
quello è peggio di una persecuzione poliziesca.
Scritto
su commissione per il Festival Internazionale di Bracciano, evento
contro il razzismo ed a sostegno dei migranti. Interpretato non so da
chi, non me ne sono interessato.
Il
due luglio milleottocentosedici, la Méduse, una fregata della marina
francese in navigazione verso il Senegal, si incagliò su un banco di
sabbia al largo dell’attuale Mauritania, probabilmente a causa
dell’inettitudine del comandante de Chaumaray. I passeggeri vennero
imbarcati su sei scialuppe, mentre l’equipaggio si sistemò su una
zattera di venti metri per dieci legata alle altre imbarcazioni, ma la
cima si ruppe (o, probabilmente, venne tagliata per risparmiare la
fatica di trascinarla) e la zattera con centotrentanove uomini a bordo
fu abbandonata alla deriva. Su quella zattera, i cui sventurati marinai si trovarono ben presto
stremati dal sole, dalla fame, dalla sete, dalla disperazione, si
verificarono gli eventi più disumani: suicidi, violenze, sopraffazioni,
omicidi, torture, cannibalismo. La zattera della Medusa rappresentò il naufragio dell’Occidente e
del colonialismo, tanto che il grande pittore francese Théodore
Géricault immortalò nel suo dipinto più celebre quella che resta una delle pagine più tremende della storia europea e dell’umanità tutta. Circa duecento anni più tardi, il colonialismo raccoglie i suoi frutti ed una zattera compie il percorso inverso…
Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani
Ah, che sole! E che mare! Quarantasei gradi in pieno Mediterraneo e
senza neanche una pensilina. Sento il mio spirito temprarsi e le mie
spalle sfrigolare. Ho qui con me un mozzo pellerossa che prima di
partire era albino. Son cose da uomini, queste! Siamo salpati dalla Libia che ormai son venti giorni. Stavolta ho avuto
in sorte una ciurma troppo molle. Già tutti stanchi, tutti spauriti!
Eppure quel che hanno affrontato è un viaggio ameno e innocuo! Lo
dicono tutti i sopravvissuti! Qual fortuna è lor toccata e non se ne
rendono conto! Voglio dire, innanzitutto una bella cammellata senza
cammello attraverso il Sahara. Tutto. Con pranzo al sacco (infatti
molti di loro per la fame si son mangiati la bisaccia. Eh, quanta
ingordigia di questi tempi). Poi tutti insieme sulla mia salda e bella
imbarcazione, che questo femmineo ed ignorante mozzo s’ostina a
chiamare canotto. Oh, quanta insipienza delle cose marinare! E’ essa
infatti ciò che vien più propriamente detta fregata,
avendola io sottratta con indomito coraggio e ben esperta astuzia in
una darsena mal custodita. Ci si sta comodi come si conviene ad animi
virili e camerateschi ed è accogliente come il grembo d’una madre nana.
In centotrentanove in venti metri per dieci: come possono non amare
tutto codesto calore umano?! E il tutto al modico prezzo di quattromila
euro. Oggigiorno gli africani son diventati incontentabili. Spetta a me condurli a riva nella suola distaccata dello Stivale
dirimpetto. Costoro hanno affidato la loro vita al loro capitano, che
taluni nel mio ingrato suol natio suole ancora appellare erroneamente
scafista. Ma deh, io non mi curo degli invertebrati per nulla avvezzi
ai flutti ed ai marosi. Io bado alle mie ossa dure, al mio timone, alla mia rotta ed alla mia
gamba di legno. Come l’ho persa, qualcun si chiederà. Come si conviene
ad uno strenuo cuor filibustiere! Mi ci è caduto sopra il lampadario
mentre stavo leggendo Moby Dick. Il destino mi ha voluto come il
valoroso Achab ed io non tradirò la mia oceanica missione. Alla mia fedele chiatta ho apposto il nome assai propizio di Medusa,
affinché fosse di buon auspicio. Ed infatti la navigazione procede
serena e senza sorprese, a parte qualche trascurabile intoppo, come
quando ci siamo arenati o siamo stati cannoneggiati o abbiamo dovuto
otturare una falla con un neonato. Ma a parte ciò, tutto il resto è una
placida e sicura deriva. D’altronde non mi perdo un’edizione del bollettino nautico Naufragare informati. Accanto a noi nuotano beati ed amichevoli i delfini ed a volte qualche squalo, ma giusto quando cade qualcuno in mare. Unico elemento di disturbo è un tale di nome Teodoro che se ne va
sempre in giro con un foglio ed una matita in mano a condire con del
sale ogni passeggero dicendo agli altri: “Sicuri che nessuno vuole
assaggiare?”. “Terra! Terra!”, grida di tanto in tanto la vedetta, un vecchio
sciamano nigeriano cieco. Sta venendo in Italia per essere assunto come
caporedattore del TG1. Tutto il resto, è una congerie di nazionalità diverse unite però da un unico sacro vincolo: l’austera povertà.
Dialogo geopolitico tra un congolese ed un marocchino, con varie intromissioni
Un marocchino ed un congolese si svegliarono appoggiati uno addosso all’altro. “Buongiorno”, esordì il marocchino. “Buongiorno”, rispose cordiale il congolese. “Dormito bene?” “Pensavo di essere morto. Che delusione” “Dai, che ci siamo quasi” “Ora ti riconosco: non eri tu che hai detto la stessa cosa quindici giorni fa?” “No, quello è morto” “Dove sarà l’Italia? Di qua o di là?” “Boh, la bussola se l’è mangiata il capitano da un bel pezzo” “D’altro canto la fame è fame” “A proposito, non mangio da giorni” “Io non mangio da anni” “Di dove sei?” “Congo” “Repubblica del Congo o Repubblica Democratica del Congo?” “Fa differenza?”, intervenne un kenyota, così chiamato per gentile eufemismo. “Repubblica Democratica. O almeno, quando sono partito era ancora
Repubblica Democratica del Congo. Ma a quest’ora potrebbero essersi
scambiate: facile che adesso la Repubblica del Congo è la Repubblica
Democratica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo è la
Repubblica del Congo, quella semplice, quella senza il Democratica“ “Guarda che adesso si chiama di nuovo Zaire”, si intromise opportunamente un liberiano. “Macché, quello fino a dieci minuti fa. Adesso si chiama di nuovo
Repubblica Democratica del Congo”, corresse un ivoriano ben informato
che aveva con sé una radiolina. “Eh, mi pareva infatti”, aggiunse un valdostano. “E tu che cazzo ci fai qui?!” chiesero e pensarono più o meno tutti. “Non mi è mai piaciuta la montagna”, rispose il valdostano. “Complimenti, avete trovato l’intruso”, disse felice l’enigmista di bordo. Quindi il discorso riprese. “Sì, ma cinque minuti fa è diventato il Principato di Un Po’ Di Gente
Nera e tre minuti fa c’è stato un colpo di Stato, così adesso si chiama
Principato Democratico Di Un Po’ Di Gente Nera Del Congo e comprende la
vecchia Repubblica Democratica del Congo più parte della Repubblica del
Congo. La parte restante è suddivisa a sua volta in Congo Fate Voi e
Congo a Piacere, al cui interno coesistono due stati separati, il Congo
Opzione Golpe ed il Trallallero. Ma negli ultimi quarantacinque secondi
sono scoppiate sei guerre civili, quindi è ancora tutto da vedere”,
rettificò un sudafricano che aveva un’altra radiolina. Non è un caso se
la zattera Medusa divenne celebre accedendo al Guinness
dei Primati come barcone di clandestini con la maggiore densità di
radioline. “Che poi non ho mai capito perché ci tengano tanto a metterci in mezzo la parola Democratica“, riprese il marocchino. “Beh, studi psicologici hanno dimostrato che se uno sganassone lo
chiami buffetto ti fai menare più volentieri”, sentenziò il congolese. “Cavolo, ma sei acculturato!”, esclamò stupito ed entusiasta il marocchino. “Non è merito mio, ma di mio fratello. Lui è laureato in medicina e
psichiatria con un master in neurologia. Tutto quello che so l’ho
imparato da lui. E’ emigrato tempo fa ed infatti grazie ai suoi titoli
prestigiosi ha trovato subito lavoro: trasporta cassette di frutta
all’Ortomercato di Milano. Lo pagano in nero, ma si sa, all’inizio devi
fare la gavetta. Facendo carriera, presto lo pagheranno in nero per
trasportare cassette di verdura” “E tu come mai te ne sei andato?” “Sto scappando dalle autorità” “Ti sei messo nei guai?” “Ma sai, nella mia nazione ti ammazzano per mille motivi. Sulla mia
testa ad esempio pende una condanna a morte per divieto di sosta. Ti
salvi solo se sei straniero. Se sei europeo o americano non ti possono
ammazzare. Mio zio quando lo hanno arrestato per detenzione illegale di
acqua ha provato a fingersi svedese, ma gli è andata male” “E cosa vuoi fare in Italia?” “Il calciatore!” “Ma hai una gamba sola!” “Ah, già… Oh, comunque c’è da dire che i bianchi avranno pure parecchi
difetti, ma le mine antiuomo le sanno fare davvero bene. Certo, magari
hanno un po’ esagerato nella distribuzione. Io sono saltato in aria nel
cesso di casa mia. Conservo ancora l’altra gamba. Con quella conto di
diventare un rivoluzionario giocatore di cricket. O anche di golf, se
riesco ad entrare nei salotti buoni” “Laggiù! Soffia!”, interruppe un ghanese. “La Balena Bianca???”, chiesero stupefatti alcuni. “No, Bongo che sta annegando”. “Ci penso io!”, si propose baldanzoso ed intrepido il capitano. Si
sporse e gridò all’indirizzo di Bongo, impacciato ciccione del Burkina
Faso che si stava sbracciando. “Allungami la mano!”. Bongo, annaspando
forsennatamente, riuscì a porgere il braccio al capitano Edaddo Mani,
il quale gli sfilò l’orologio, prima di vedere l’altro colare a picco.
“Peccato”, proferì il capitano “non si era mai visto un ciccione in
Burkina Faso. Ci avrei potuto alzare bei dobloni”. E si rimise al
comando della nave. “Dicevamo?”, ricominciò il congolese, troppo stanco per incazzarsi. “Mi parlavi di golf e salotti buoni” “Ah, sì. Conto di fare un salto nell’alta società. Ci capisco di
diamanti e so che ai ricchi piacciono. Capirai, ne ho raccolti per
anni. Pare che faccia molto chic dell’altra parte del mare avere
addosso qualche sasso. Chi ha tanta ghiaia o parecchio brecciolino deve
sentirsi molto fortunato, da quelle parti. Una volta stavo sfogliando una rivista americana ed ho visto la
pubblicità di un diamante. L’ho riconosciuto subito: ero presente
quando mio cugino lo trovò. Ci si è spezzato la schiena per raccogliere
diamanti. Letteralmente” “Toglimi una curiosità” domandò il marocchino “Ma come mai ti manca anche una mano?” “Mentre lavoravo come cercatore di diamanti, ho chiesto al capo se ne potevo tenere uno”. “Mi sa che niente golf”. “Va be’, cercherò di diventare il miglior autostoppista del mondo”. “Terra! Terra!”, urlò all’improvviso la vedetta cieca, con lo sguardo rivolto alle ciabatte di un algerino.
Intanto, in una ricca città del Nord Italia, due signore benestanti conversano amabilmente
“Ammore!” “Tesoro! Come stai?” “Non c’è male, non c’è male. Diciamo che sta peggio chi è povero” “Ohohohohohohoh” “E tu invece?” “Bene anch’io. Son benestante” “Io vengo ora da una passeggiata sul lungolago e…” “Ma hai sentito cos’è successo al lago??? Un ragazzo è morto annegato!
Pare che avesse anche moglie e figli. Poverino, così giovane…” “Sì, ho sentito. Era africano” “Ah be’, allora…” “Ora che ci penso, tu sei tornata da poco da Parigi! Dimmi un po’, com’è stato, com’è stato?” “Ah guarda, siamo stati benissimo. Albergo bello, con piscina,
colazione abbondante, ma proprio che poi non dovevi nemmeno pranzare.
La città è bellissima, ma sai che è? Troppi negri. Io per carità,
niente in contrario, ma quando è troppo è troppo. Voglio dire, un nergo
va bene, due negri vanno bene, pure tre o quattro, voglio essere di
manica larga, proprio perché io per carità niente in contrario. Ma
quando cominciano ad essere decine e decine, allora no, non mi sta più
bene. A tutto c'è un limite!” “Eh, come ti capisco. Pure qui capirai, un’invasione. Esci di casa e li vedi che stanno lì, tutti insieme, ti mettono a disagio” “Delinquono?” “No, per fortuna no” “Fanno baccano?” “No, neanche” “Sporcano, imbrattano?” “Nemmeno” “Cosa fanno?” “Stanno lì! Chi chiacchiera, chi gioca a carte, chi sente la musica.
Una vergogna, guarda. Io non mi sento più sicura. Non vedi mai un
bianco, sembra di essere in vacanza! Qui i negri siamo diventati noi!
Bisogna proprio fare qualcosa. Per fortuna adesso organizzano queste
ronde. Non se ne può proprio più con questi negri che giocano a carte.
Che poi si sa, da un tressette ad arrivare ad uno stupro di gruppo è un
attimo” “E stanno diventando sempre più impertinenti! Ma io dico, appena arrivi
ti mettiamo in uno di quei confortevolissimi CPT con camera vista fogna
e bagno vista sbarre. Esci, vieni su e, come ha fatto mio marito ad
esempio, ti faccio raccogliere pomodori per sedici ore al giorno a
sette euro al mese, ti diamo persino una baracca in cui dormire con tutti e
novantuno i tuoi connazionali per farti sentire più a tuo agio e ti
lamenti pure! Io non lo so cosa pretendono questi qui! Prima abitavi in
una capanna di foglie, ora dormi in una capanna di eternit ed invece di
essere contento tieni sempre quel muso lungo e magari vai pure a
rubare!” “Non conoscono proprio il senso del lavoro e del sacrificio. In più
hanno credenze strampalate, le donne sono sottomesse, mettono il burqa,
mangiano gli scorpioni, spacciano la droga e comandano il giro della
prostituzione” “Sono proprio arretrati. Uh, si è fatto tardi. Vado ché mi comincia il
rosario e dopo devo cucinare l’aragosta per mio marito e mio figlio” “Attenta, ti si sta sciogliendo il fazzoletto. Tuo figlio sta bene?” “Eh, purtroppo sempre tossicodipendente. Mi fa dannare” “Oggigiorno non ci si capisce più niente. Vado anche io, devo portare la macchina a mio marito, che dopo va a puttane” “E che ci vuoi fare, sono uomini. Si sa, l’uomo è uomo. Facile che si incontra con mio marito, pure lui ci va sempre” “Che zone frequenta?” “Quella dove ci sono le nigeriane, ché costano di meno” “Che coincidenza, pure il mio!” “Terra! Terra!”, grida un bambino, lanciando manciate di pozzolana
contro le due donne imbellettate. L’autore del presente scritto ne
gioisce.
Dal diario di bordo del capitano Edaddo Mani
Mi sento ribollire l’animo fin dal profondo delle viscere! E non
solo per l’infezione intestinale che mi accompagna come farebbe appunto
un’infezione intestinale! Ogni giorno che trascorre mi pervade una
crescente esaltazione, giacché avverto chiaramente che attraverso di me
fluiscono secoli e secoli di progresso dell’Occidente. Oh, avevi ragione, oh sommo, oh divino, oh magnifico Rudyard Kipling!
Quel che portiamo è ciò che tu chiamavi il nobile fardello dell’uomo
bianco. E non intendo con esso la fiera panzetta che ogn’uom del
Vecchio Continente reca avanti, bensì l’onere e l’onore (ovvero il
dovere sacro) che tutti noi, genti che qualcuno chiamò ariane, abbiamo
di diffondere il nostro più alto sapere e più alti valori alle
popolazioni retrograde e neglette. Quante, quante buone cose abbiamo insegnato noi del Primo al Terzo
Mondo! Eh, quante, quante… Quante… Al momento non me ne sovviene
neppure una, ma ce ne sono certo a iosa! Ah, ecco, me n’è balzata in mente una: Dio. E quale idea maggior di questa? A coloro i quali vivevano ignudi e selvaggi senza vera religione
abbiamo insegnato a coprire le pudenda per non offendere il Celeste
Padre. Ecco, noialtri, bianca stirpe eletta, abbiamo insegnato ai
popoli dell’equatore a mettere il cappotto. Ora sudano il triplo, ma
amano Dio.
Storia del giovane sudanese e della bella somala
A bordo nascevano gli amori. Vi erano sulla Medusa un giovane
profugo del Sudan, tutto percorso da giovanili ardori, ed una ragazza
somala di rara bellezza. Lui scappava dal Darfur, lei fuggiva dai
parenti. Il giovane sudanese, che aveva lo stomaco vuoto ma l’occhio
attento (e soprattutto altri vitali organi pieni) non poté non notare
quella perla che gli appariva tanto preziosa. Certo, dopo settimane di
deriva sotto al sole tra omaccioni maleodoranti anche la carcassa di
un’antilope avrebbe esercitato un discreto fascino su di lui, ma di
sicuro il ragazzone fu fortunato, tant’è che dopo una trentina di
giorni di navigazione prese coraggio e le si avvicinò. “Bella giornata oggi, vero?”, fece il giovane sudanese. “Di’ un po’, ci stai provando?”, rispose la bella ragazza somala,
sepolta sotto tre egiziani che pregavano in direzione di una Mecca
arbitraria. “Beh, sì”, ammise sincero il sudanese. “Fa’ pure, tanto l’alternativa a te era restare nella periferia di
Mogadiscio e sposare l’ottuagenario aerofagico che mio padre aveva
scelto per me”. Il giovane sudanese trovò dunque tutta la sicurezza che gli mancava e divenne addirittura sfacciato. “Allora vengo subito al punto, senza giri di parole e senza
infingimenti: ti ho visto, mi sei piaciuta subito e smanio di desiderio
per te. Brucio!” “Per forza, hai la febbre da colera” “Ma a parte quello, ti bramo con tutto me stesso – o con quel che ne rimane. Sai, le mine…” “Me lo farò bastare” “Io…io…io voglio…voglio leccare il tuo clitoride!” “Prego, fa’ pure, eccolo”, invitò lasciva la bella somala, estraendolo dalla tasca. I due si amarono con passione travolgente tra un etiope e due del Ciad. “Ho fame”, disse lui, subito dopo esser riemerso da quel meraviglioso amplesso. “Anch’io”, fece eco un Hutu, sorridendo maliziosamente all’indirizzo di un Tutsi. Teodoro si illuminò in volto. “Il mozzo è ben cotto”, notificò il capitano. “Io posso resistere. Noi soffriamo per tradizione”, disse la bella somala. “Noi per tradizione moriamo”, replicò il giovane sudanese. “Terra! Terra!”, strillò lo sciamano. E stavolta aveva ragione, ma del
tutto casualmente, visto che stava voltato da tutt’altra parte. Tutti, fino ad un istante prima stremati, si sentirono mossi da un
rinnovato vigore e nascondendo alle proprie membra la spossatezza si
ammassarono a prua a rimirare le sponde di quella che doveva apparir
loro come la Terra Promessa. Quel genere di promessa che non viene
mantenuta. Chiunque si fosse trovato sulla piccola Medusa avrebbe visto a riva una schiera di persone che sembravano aspettar la barca. “Guardateli, ci attendono!”. “Evviva! Evviva!”. Quell’arcobaleno di miseria e umanità era tutto un vociare di colori,
sbiaditi ma vividi e vivi, come di chi resiste e non si arrende. “Ci accoglieranno con benevolenza! Guardate, sono pronti a riceverci a
braccia aperte! Tengon tutti nelle mani una fiaccola e un bastone,
probabilmente strumenti di un rituale dell’amicizia, e tutti quanti
indossano una camicia del color della speranza con all’occhiello un
fazzoletto della medesima tinta!” “Sì, camicie verdi! Oh, che calda accoglienza ci aspetta!” “Incandescente”, sussurrò lo sciamano, che non aveva vista, ma qualche potere di veggenza lo conservava ancora. In quel festante strepito, la bella ragazza somala avvertì
un’impercettibile sensazione agitarlesi nel ventre, come un trambusto
delicato. Restò un secondo muta, dubbiosa o imbambolata, poi si mise in
disparte per ascoltar meglio il proprio corpo. Si posò una mano in
grembo, sorrise esitando un poco e sospirò tremante. Guardò quel caro
ragazzo sudanese, così magro eppure tanto forte, che ancora si perdeva
con lo sguardo sulla costa che si avvicinava lentamente sempre di più. Ella comprese allora che avevano concepito. Ormai ne era sicura, il
corpo di una donna non può sbagliare. Si avvicinò al suo uomo, lo cinse
con le braccia e mormorò al suo orecchio. Egli sembrò spaesato, ma
felice, e la baciò. Decisero che se fosse stata una femmina l’avrebbero
chiamata Speranza. Perché certo, la speranza è degli stronzi, ma se la
vita è una chiavica, non resta che tentar di galleggiare, veleggiando
verso terraferma.
Appendice – Le dieci cose da non dire mai ad una ragazza africana se si ha intenzione di rimorchiarla
1) Hai fatto una buona traversata?
2) Posso farti un cunnilingus in tua assenza?
3) Ehi baby, pure a te il clitoride lo hanno segato o ce lo hai ancora?
4) Mi regali il clitoride?
5) E’ vero che le negre ce l’hanno più capiente?
6) Facciamo un gioco: io mi metto un cappuccio bianco ed isso una croce in camera da letto…
7) Ciao, mi chiamo Mario Borghezio.
8) Sì, lo so, sono bianco, ma l’importante è come si usa!
9) Gradisci una banana?
10) Interessa una cittadinanza? No, perché ti amo e vorrei sposarti.
Johnny Miciomiao era un filantropo. Nelle notti di luna piena si trasformava in una persona generosa e munifica. Oggi il mondo piange la
dipartita di un santo, di un benefattore, di uno spirito ardente come
una febbre tropicale. La sua vita ad un tempo lieve ed avventurosa titilla già
l’immaginazione di produttori, registi e sceneggiatori di Hollywood, i
quali – ne siamo certi – renderanno presto il giusto e meritato tributo
a quest’uomo dal cuore grande e palpitante che ha dato il suo piccolo
immenso contributo alla storia epica e gloriosa del Nuovo Mondo. Nato nel 1946 in un piccolo paese del Sud Italia, partì giovanissimo
per le lontane Americhe in concomitanza con la notizia dell’inaspettata
gravidanza della ragazza a cui aveva giurato eterno amore. Oh, qual
nobiltà d’animo e quale tenerezza! La fanciulla era infatti nota per il
suo indissolubile legame con le tradizioni degli avi, onde per cui era
assolutamente restia a voluttuari, voluttuosi e vacui amplessi che non
fossero benedetti dalla luce dell’amore e consacrati a Dio e da Dio;
così, l’attento e dolce Johnny (che al tempo si chiamava ancora
Giovannino) volle mostrarsi rispettoso della di lei virtù, promettendo
alla disiata donzella di prenderla in isposa al più presto e per
suggellar il solenne impegno colse il frutto fresco della femminina
beltà, mentre colei il cui nome gli pulsava in petto se ne stava
voltata di spalle a pregar la Vergine Maria. S’imbarcò dunque partendo segretamente in una notte burrascosa sulla
prima nave diretta verso le terre che portano il nome del prode
Vespucci ed ivi rimase senza lasciar recapito veruno, onde non far
stare in pensiero la gentil pulzella e soprattutto i suoi
affezionatissimi e protettivi – molto protettivi; estremamente
protettivi – famigliari. Cominciò dunque la spettacolare saga di Johnny Miciomiao. Stabilitosi a New York, si iscrisse alle scuole serali e molti lo
ricordano come un indefesso trascrittore delle fatiche del proprio
laborioso e remissivo compagno di banco, Frederick Tozzy. Questi
soltanto una volta volle dar respiro al proprio sodale, frapponendo un
braccio ed un astuccio tra lui ed il buon Johnny. La maestra racconta
che quel giorno Miciomiao, evidentemente preoccupato per il proprio
compagno, prese stranamente un brutto voto, a differenza del solito in
cui le alte valutazioni dei due risultavano puntualmente affini, per la
soddisfazione loro e degli insegnanti tutti. Probabilmente il piccolo e
debole Frederick venne assalito dai sensi di colpa, tanto forti che
l’indomani si presentò in aula pieno di escoriazioni, sicuramente di
origine stupefacentemente psicosomatica. La prova definitiva fu fornita
da un altro compagno di classe, il quale riconobbe negli ematomi dello
studente modello la medesima forma del bastone che Johnny soleva recare
sempre seco. Ormai era certo: Frederick aveva pensato così lungamente
ed intensamente al caro amico da riempirsi di piaghe simili all’oggetto
cui il fido Johnny teneva di più e che più lo identificava. Intanto Johnny si distingueva nel suo quartiere per le continue buone
azioni al servizio della comunità. Innumerevoli sono le prove del suo
sterminato amore per il prossimo. Ad esempio, aiutava sempre le vecchine ad attraversare la strada
all’ora di punta, quando il traffico era più denso e le automobili
transitavano a velocità sostenuta, e, rifuggendo un facile e dannoso
assistenzialismo, a metà le lasciava dicendo a ciascuna: “Va’, ora sai
cavartela da sola”. Ma le sue battaglie civili più note, quelle che lo hanno reso celebre, restano senza dubbio quelle per la salute. La sua prima opera fu far nascondere un ragazzino gracile in un pozzo
artesiano per salvarlo dall’obesità e là lo lasciò, senza fune e senza
far voce con nessuno sul luogo in cui il fanciullo si trovasse,
affinché le tentazioni dei cibi grassi se ne restassero ben lontane dal
suo corpo. Teneva molto al benessere della mente e del corpo, suoi e della
collettività, perciò era un appassionato di jogging. Andava spesso a
correre nel parco e, empatico com’era, si sentiva sempre un po’ in
colpa quando passava e passava e ripassava a buon ritmo davanti al
paraplegico sulla sedia a rotelle che usava prendere un po’ di fresco
ai giardini pubblici. E poi andava a saltellare davanti al Centro
Anziani. Divenne celebre allorché, vincendo un’importante gara podistica, fece
il suo primo accesso alla televisione. Intervistato dall’inviato del
notiziario della sera, spese toccanti parole per le persone che non
erano state fortunate quanto lui: “Dedico la mia forma smagliante a
tutti i grassi del mondo”. Volle in tal modo impreziosire un evento sportivo che non era
cominciato sotto i migliori auspici: il giorno prima della gara, i
concorrenti più forti erano infatti misteriosamente morti per
avvelenamento, cosa che aveva traumatizzato la nazione. Johnny fu
eccezionale nel riscattare la loro memoria con il suo altruistico
gesto, a cui seguì la devoluzione dei soldi del primo premio in favore
di alcune prostitute minorenni. Johnny cresceva e si affacciava al mondo del lavoro. Desideroso di
rendere i suoi affari e la sua industriosità utili non già solamente ai
fini del suo guadagno, bensì alla comune utilità e specialmente sul
fronte ambientale unito all’attenzione per le classi sociali meno
abbienti, si adoperò alla costruzione di una discarica per lo
smaltimento dei poveri. Ma l’attività che gli fruttò maggior prestigio e che tanti vantaggi
apportò all’esistenza di ogni cittadino fu quella di inventore di
segnaletica per momenti di panico come terremoto od incendio. Tra i
cartelli da lui ideati, che migliorarono di molto la sicurezza
pubblica, spicca senz’altro il diffusissimo “In caso di pericolo,
calpestare i più deboli”. Umile quanto straordinario servo del proprio Paese, si arruolò quindi
per il Vietnam. Fu lì che conobbe il suo unico vero grande amore, un
amore perduto e mai sopito. Ne parlò in occasione delle celebrazioni
per la sua elezione come Uomo del Minuto per la rivista Tyme: “Ero
stato catturato in Vietnam. A nulla mi era valso tentare la fuga sulle
schiene dei miei compagni agonizzanti. Venni condotto in un campo di
prigionia, esposto alle peggiori barbariche angherie, e lei mi aiutò a
scappare. Era una vietnamita, viveva nel villaggio in cui era situato
quel carcere sudicio ed insanguinato dimenticato da Dio. Si macchiò di
alto tradimento verso il suo stesso popolo pur di salvarmi la vita. Di
lei persi ogni traccia da quando la lanciai in pasto ai vietcong per
distrarli”. Tornato in patria e coperto di onorificenze, si prodigò in veste di
veterano per l’integrazione degli afroamericani. Credendo fermamente e
saldamente nei sacri ed alti valori dell’amicizia, della solidarietà,
della comprensione e del perdono, nonché della naturale e spontanea
concordia tra gli uomini, una volta, per dimostrare la genuina
veridicità e fondatezza della propria fiducia nell’altro, chiese ad un
ragazzo nero di seguirlo. Senza renderlo edotto sulla destinazione, lo
accompagnò a sorpresa presso una sede del Ku Klux Klan, ove,
stringendolo per le spalle, proferì rivolto al capo incappucciato:
“Salve, costui ha detto che tua moglie è una zoccola, ma so che saprete
passarci sopra”. Indi si allontanò al fine di permettere alla
fratellanza di compiere il proprio corso. Non certo indifferente alle lotte per l’emancipazione delle donne e
particolarmente sensibile alla tematica dell’interruzione di
gravidanza, fu lui il creatore della tecnica di aborto tramite calcio
nella panza. Ispanici, orientali, nativi, omosessuali: non v’era minoranza i cui
componenti non portassero sulla pelle i segni visibili dell’impegno di
Johnny Miciomiao. Caro è il ricordo di questo eroe, morto ieri precipitando in un burrone
e trascinando nel cadere la sua amatissima consorte per risparmiare
all’animo di lei sì fragile e delicato l’asperrimo dolore del lutto. Commossi salutiamo colui il quale covò fino alla fine un unico grande
sogno: la pace nel mondo. E la guerra in tutto il resto dell’universo.
Il mio compagno di banco è morto. Ci siamo accorti solo dopo una settimana, che era morto. Era un tipo schivo e riservato, uno di quelli che passano inosservati. Effettivamente però mi era sembrato più immobile del solito e
particolarmente taciturno in quei giorni. Il cattivo odore non ci aveva
sorpreso particolarmente. D’altronde, gli altri bambini a pallone non
lo facevano mai giocare perché puzzava di pecora. Sapete, era il
rampollo di una gloriosa stirpe di pastori. Il suo primo amore era
stato una capra. Ma non funzionò. Solo Michelino Sportelli aveva notato qualcosa di diverso nel suo
fetore: “Ehi, ultimamente puzza di pecora morta”, aveva suggerito con
discrezione al resto della classe. Ma l’altro niente, immobile, curvo
sul banco. Il bidello, al momento di chiudere la scuola a fine giornata in quei
sette giorni, aveva pensato: “Mah, vorrà evitare di arrivare in ritardo
domani”. Quando però lo scossi strattonandolo per il braccio per chiamarlo e
controllare se stesse bene ed il braccio cadde sul banco, capimmo che
forse c’era qualcosa che non andava. “Ti inventeresti di tutto per giustificarti!”, lo apostrofò la maestra.
Il suo rendimento infatti era piuttosto scarso. Avete presente quelli
che sono intelligenti ma non si applicano? Ecco, il mio compagno di
banco studiava con dedizione monastica, ma era irrimediabilmente
stupido. Non era colpa sua, è che proprio non c’arrivava, alle cose.
Non conto più le volte in cui gli ho detto: “Per scendere di sotto devi
fare quelle scale là. E la tua colazione è questa”. Ma lui dagli a
lanciarsi dal terrazzino e ad addentare il termosifone. Poi arrivò il medico: “Suvvia, è un mal di pancia dovuto all’agitazione
per il compito in classe. Dev’essere un tipo emotivo, il ragazzo”. Ed
in effetti la pancia si stava riempiendo di vermi. Finalmente comunque i becchini arrivarono. E si scordarono la salma del
mio compagno di banco nel magazzino delle pompe funebri per un mesetto
almeno. Al funerale non ci andò nessuno: il comune non pensò ad
attaccare le carte in giro e presto tutti si erano dimenticati che era
morto. Neppure io, tant’è che una volta una zia mi chiese: “Con chi
stai di banco a scuola?” “Io? Mai avuto un compagno di banco”. Come faccio allora a scriverne adesso così diffusamente? Semplice: ieri
stavo passeggiando lungo un fosso, ho guardato in basso, ho visto una
merda di cane ed ho subito pensato: “Cavolo, il mio compagno di
banco!”. E così la memoria ha preso involontariamente a correre:
l’infanzia in paese, il tè e biscotti prima della messa, il primo amore
del mio amico con i suoi tormenti, il suo matrimonio infelice, i
salotti buoni, le cene dai Guermantes. Cavolo, erano i ricordi di un
altro. Però mi è sovvenuto pure il mio compagno di banco: i ricordi di
quell’altro erano decisamente noiosi. Il mio compagno di banco era prodigo e disponibile con tutti. Era
sempre la persona giusta al momento giusto. Quando non serviva a
nessuno. Era una sorpresa continua, quasi mai buona. Aveva mille facce. Tutte uguali. La sua famiglia non si curava granché di lui. Era una persona molto
sola. Quando tornava a casa, al massimo trovava ad accoglierlo qualche
blatta morta sul pavimento dell’ingresso. Era messo talmente male che una volta Edmondo De Amicis gli diede una pacca sulla spalla. Però era imbattibile a nascondino. Nessuno si ricordava mai di lui e
faceva sempre tana. Spesso a distanza di qualche giorno da quando si
era nascosto. Aveva un’altra dote: nuotava benissimo. Quando la scuola ci portava in
piscina, era un piacere vederlo sguazzare. L’acqua era il suo vero
habitat naturale. Vedi a volte la sfiga: sarebbe stato un’ottima aringa
ed invece era nato essere umano. Aveva sogni piuttosto modesti. Sapete, tutti i bambini sognano di fare
il calciatore, il detective, il pilota, l’esploratore. Lui sognava di
fare quello che traccia le righe del campo con il gesso, la guardia
giurata, l’insegnante di scuola guida, l’impiegato in un’agenzia di
viaggi. Nonostante tutto ciò, si salvò sempre dai bulli, perché si dimenticavano di picchiarlo. Ora riposa in pace, da qualche parte, chissà dove. Sulla sua lapide manca il nome, perché né noi né i genitori né nessun altro si riesce a ricordare come si chiamasse.
- Studente accoltellato a scuola. Alemanno: “Colpa di Romanzo criminale“. E’ vero: lo studente sosteneva che Michele Placido sia un grande regista.
Sulla vicenda si è espresso con parole durissime anche il Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano: “Sarebbe meglio evitare di
accoltellarsi”.
- Bergamo. Il consiglio comunale ha stabilito il limite di un’ora
per chi chiede l’elemosina in strada. Inoltre sarà consentito avere la
sclerosi multipla solo nel fine settimana.
- Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, ormai sempre più al
centro di aspre contestazioni, ha deciso di dare nuovo lustro alla
propria immagine pubblica. Si farà doppiare da Francesco Pannofino.
- Messaggi subliminali nella musica leggera. E’ stato scoperto che la canzone Nel blu dipinto di blu se ascoltata al contrario fa un rumore incomprensibile.
- Nuova battaglia vinta dal MOIGE per la morigeratezza dei costumi
dei mass media in favore dei bambini. D’ora in poi non si potrà più
dire in televisione Cappella Sistina, bensì Glande Sistino o, ancora
meglio, Quella-Cosetta-Lì Sistina.
Linea ora alla rubrica culturale.
Benvenuti al secondo appuntamento con le meraviglie della Storia
e della Natura. Io sono sempre il professor Fito Plancton, ma un po’
più vecchio rispetto alla volta scorsa. Però, se consideriamo l’Io una
somma di accidenti cangianti ineffabile ed a-sostanziale e l’identità
conseguentemente soggetta al fluire temporale senza una base solida che
ne costituisca l’essenza, ergo il Sé come superficie sospesa
costantemente mutevole e quindi inafferrabile, sono il professor Fito
Plancton, ma non sono più lo stesso dell’altra volta. E adesso sono un
altro ancora. E anche adesso. E anche adesso. Eccetera.
Ricorrono un tot di anni dalla morte di Jorge Louis Borges. Uno
dei massimi umanisti della storia, mente enciclopedica, scrittore,
filosofo, mitografo, linguista, conosceva approfonditamente lo
spagnolo, l’inglese, il tedesco, il francese, l’italiano, il
portoghese, il latino, il greco, l’ebraico, l’arabo, il gaelico,
l’antico sassone, il giapponese, il sanscrito, il provenzale. Eppure
quando si trovò a parlare con un ternano andò in crisi.
Interessantissima scoperta nella storia della letteratura. E’
stato appurato che Cecco Angiolieri non fu l’unico poeta della
famiglia: alla poesia si dedicò infatti anche il meno noto fratello,
Meco Angiolieri. A differenza di Cecco, idolo ribelle romantico, una
sorta di bohemien ante litteram dalla vita avventurosa e sulla cui
sregolatezza si è lungamente favoleggiato, Meco era un burocrate del
catasto dalla personalità decisamente più posata e dagli orizzonti
assai più modesti, come d’altronde testimonia l’unico sonetto che di
lui ci è rimasto, S’i’ fosse focoscalderei cipolle.
Il volto oscuro del potere. Rodrigo Borgia, divenuto papa nel
1492 con il nome di Alessandro VI, era solito sfruttare la propria
posizione per circondarsi a corte di giovinette che avevano lo scopo di
sollazzarlo eroticamente e tra cui nominava una favorita, la quale
diveniva la cortigiana prediletta per le proprie pratiche sessuali più
intime, perverse e sovente ridicole, animato com’era da una vera e
propria patologia psichica, una smania frenetica di piacere fisico
mista ad un esasperato e violento bisogno di essere adorato e venerato.
Si trattava certamente di secoli bui ed è bello sapere che le cose
siano cambiate.
Personaggi stravaganti del mondo antico. Plinio il Matusa, nelle sue Histronzatae,
racconta l’assurda vicenda di Zinnepozzo di Lampsaco, filosofo e
matematico vissuto in età ellenistica, contemporaneo di Pirrone,
considerato un tardo-sofista, od un sofista tardo. Egli decise in
giovanissima età di contare incessantemente per tutta la vita al fine
di vedere a quale numero potesse arrivare un uomo nell’arco della sua
intera esistenza. Convinto che ciò avrebbe permesso di penetrare i
misteri della numerazione infinita e della relazione tra astrazione
matematica e mondo empirico, iniziò un giorno, uno, due, tre, quattro,
e proseguì senza mai smettere, imparando anche a non interrompere il
conteggio neppure durante il sonno, in una sorta di sonnambulismo
ragionieristico. Qualunque cosa stesse facendo, egli contava, contava
sempre, procedendo ed avanzando di cifra in cifra. Immolò tutto se
stesso, tutta la propria vita a questo incredibile proposito,
rinunciando a tutto – comodità, affetti, viaggi, averi e quant’altro –
pur di continuare ininterrottamente a contare. E’ un vero peccato che poco prima di morire abbia perso il conto.
Bentornati in studio. Si avvicinano le elezioni europee e per la
tribuna politica abbiamo oggi in collegamento il responsabile
dell’Ufficio Comunicazione e Immagine del PD, l’onorevole Mino Ini.
Buonasera onorevole.
MINO INI Buonasera, senza nulla togliere – ci mancherebbe – al giorno.
INTERVISTATORE Allora onorevole, tra le critiche più frequenti che
vengono mosse al Partito Democratico c’è quella secondo cui la sua
compagine si mostri troppo poco netta, poco risoluta, poco chiara e
poco ferma nelle proprie posizioni, alla ricerca di un centrismo vago
che fa disamorare soprattutto i giovani.
MINO INI Questo accade perché i ragazzi non sono più abituati alla
moderazione, ancora inquinati dalle vecchie ideologie. Pensi ad esempio
al cinema. Qual è un tipico film per i giovani? Il cavaliere oscuro.
Tutta questa cupezza, tutto questo estremismo. Noi dobbiamo insegnare
ai giovani che le cose non sono mai o bianche o nere, ma esistono
infinite sfumature di grigio. Abbiamo dunque proposto di cambiare il
titolo in Il cavaliere beige. Siamo intervenuti anche sul Il
buono, il brutto e il cattivo. Nelle nostre sezioni è già possibile
vederlo con il nuovo titolo Il buono, il tipo e il fatto a modo suo. Abbiamo capito che bisogna agire sul linguaggio per dare quella svolta
moderata che serve al Paese. Siamo stati noi a premere per
l’introduzione della formula diversamente abile al posto di disabile, come anche al posto di bassodiversamente alto ed al posto di biondodiversamente moro.
E credo che sarà di grande aiuto a sconfiggere il razzismo strisciante
che si respira ormai in Italia iniziare a chiamare i neri diversamente bianchi. Peraltro diversamente abile calza a pennello a chi ad esempio non ha le gambe ma si arrampica sui
muri, oppure su un cieco che però fa splendide rovesciate.
INTERVISTATORE Ma dove si è mai visto un cieco che sa fare le rovesciate?
MINO INI Siccome siamo un partito al passo con i tempi, abbiamo una
squadra di calcio ed il nostro centravanti è cieco ma fa delle
rovesciate spettacolari. Oddio, in realtà, secondo me, sarebbe più una
seconda punta – sa, è un attaccante che non vede bene lo specchio della
porta.
INTERVISTATORE Mi scusi, per curiosità: quanti goal ha segnato finora?
MINO INI Zero, ma non è un problema, è perfettamente in sintonia con la linea del partito.
INTERVISTATORE C’è anche chi vi accusa di essere un partito vecchio, quasi gerontocratico.
MINO INI Non è vero, siamo un partito giovane, abbiamo operato un
grande ricambio generazionale. Il nostro candidato di punta, ad
esempio, ad ottant’anni ha cambiato la paglietta con un coloratissimo
cappello a visiera.
INTERVISTATORE La sfiducia che vi circonda comunque c’è. Abbiamo
fatto un giro chiedendo alle persone un parere sul PD. Ecco cosa ci
hanno risposto.
INTERVISTATORE Scusi, lei cosa ne pensa del PD?
PRIMO PASSANTE Hahahahahahaha!
INTERVISTATORE Salve, che mi dice del PD?
SECONDO PASSANTE Mmmgggh…Beh, senza dubbio, il Pd…mmmgggh…Hahahahahahaha! Mi perdoni, non ce la faccio. Hahahahahahaha!
INTERVISTATORE Senta, ma secondo lei, il PD…
TERZO PASSANTE Hahahahahahaha!
INTERVISTATORE Il PD…
QUARTO PASSANTE Hahahahahahaha!
INTERVISTATORE PD.
QUINTO PASSANTE Aaaaaaaaaaahahahahahahahaha!
MINO INI Senza dubbio dobbiamo riconquistare credibilità agli occhi
dei cittadini, non lo neghiamo. Tuttavia, abbiamo già individuato
quello sarà il nostro futuro target di elettorato: nella prossima
campagna elettorale, ci rivolgeremo a tutti coloro i quali redigono
pazientemente la letterina a Babbo Natale e sono stanchi di non
ottenere una risposta ed ai devoti a Padre Pio. In futuro punteremo
anche sui pellegrini abituali di Lourdes, ma sarà dura rompere il loro
noto muro di scetticismo.
INTERVISTATORE Quale misura proporrete contro la crisi economica in favore dei ceti meno abbienti e per i salari più bassi?
MINO INI Un’equipe guidata dal professor Sircana sta già sviluppando il progetto della mignotta a gettoni.
INTERVISTATORE Bene, è tutto, saluto l’onorevole Mino Ini e lo lascio mentre balla in lacrime su un cubo.
Non perdetevi a seguire la nuova fiction su una madre coraggio alle
prese con i problemi di povertà, disoccupazione e corruzione nel Sud
Italia: Milva di Taranto, una donna d’acciaio.
Chiudo con un messaggio di solidarietà al nostro Premier: Maestà,
non si lasci abbattere dalle malelingue: quel gran pezzo di figa me la
sarei fatta pure io.
Per controllare i media, al potere basta una circolare. Ho un conoscente che lavora in Rai. Per ovvi motivi, non farò il suo
nome, né fornirò dettagli sulla sua occupazione: non vorrei avere un
disoccupato sulla coscienza. Vi basti sapere che riveste un importante
incarico nell’ufficio della regia di un programma di attualità
piuttosto seguito. Ebbene, giusto ieri questa persona mi ha detto che le alte sfere della
Rai hanno emesso una direttiva interna che vieta categoricamente di
parlare in qualsiasi trasmissione della vicenda di Silvio Berlusconi,
Noemi Letizia ed il divorzio con Veronica Lario. Non solo: è
assolutamente proibito trattare persino argomenti che possano
ricondurre l’attenzione alla questione o che rischiano di dare adito
agli ospiti in studio di menzionare quel caso specifico (ad esempio:
non si può parlare di divorzio in generale, non si può parlare di sesso
con minorenni, non si può parlare di diciottesimi, etc. Nulla insomma
che ricordi anche da lontano la faccenda del Presidente del Consiglio). Sono naturalmente esentati dal diktat i programmi che hanno una formula
contrattuale diversa - e su cui quindi la dirigenza ha minore potere
diretto - come Annozero o Report, che sono format privati in
partnership con la Rai senza essere diretta proprietà dell’azienda (ma
ne faranno le spese in seguito, questo è certo). Semplificando: in alcune tribune politiche qualcosa sentirete, ma
scordatevi di sentire alcunché nei telegiornali od in contenitori come
Uno Mattina o Domenica In. La mia ignara ed involontaria talpa ha inoltre aggiunto che, arrivatale
per le mani la direttiva neanche venti minuti prima dall’inizio della
trasmissione da lei curata, insieme allo staff ha dovuto cambiare in
appena un quarto d’ora l’intera scaletta, sostituendo in fretta e furia
i temi del giorno potenzialmente “pericolosi” con altri reputati
innocui. La direzione stessa si è premurata di fornire un elenco di
materie da trattare considerate a distanza di sicurezza dagli affari
del premier. Ora siete al corrente di come funziona di preciso l’intervento politico sui mezzi di comunicazione. Senza il beneplacito del capo, alla massa non arriva niente. Ciò che
non incontra il favore del padrone, deve restare ignoto al volgo. Quello che mi ha maggiormente scosso nella testimonianza di questo mio
conoscente è stato però proprio il modo in cui mi ha fatto tale
rivelazione: non mi ha preso in disparte con l’aria di chi intende
confidarti una notizia segretissima; non se l’è lasciato scappare per
eccessiva loquacità e disattenzione. Niente di tutto questo: mi ha
riferito l’evento con candida spontaneità, come se si trattasse di una
cosa normalissima, niente di eclatante, perché quella è la regola,
funziona così, accade tutti i giorni, niente di speciale. Con la sua tremenda naturalezza mi ha lasciato intendere che quando si
parla di censura, parola così imponente, atto tanto spaventoso, non è
necessario pensare ai roghi: la censura non è che ordinaria
amministrazione.
Appendice - Se ti piace la carriera, ti sta bene la censura
Proseguendo la conversazione, la stessa persona mi ha offerto anche
un nitido esempio dell’humus su cui può crescere e fiorire la censura,
del tipo di terreno che rende fertile ogni dittatura. Discorrendo della balordaggine del sistema clientelare ed
autoritaristico, il mio prezioso informatore mi fa: “D’altronde, è
facile corrompere ed essere corrotti ed io capisco pure chi cade nel
meccanismo. Metti che a me proponessero la regia di una prima serata
chiedendomi in cambio di spostare qualche voto, invitare chi dicono
loro, seguire questa o quella linea, mica è detto che non cederei.
Oppure se a te promettessero una cattedra universitaria. Siamo tutti di
belle speranze, ma alla fine tutti quanti vogliamo mettere su famiglia,
avere una bella macchina, fare carriera”. Ecco, non mi è riuscito di spiegargli in alcun modo che a me, per
esempio, di mettere su famiglia, avere una bella macchina e soprattutto
fare carriera non me ne può fregare di meno. Quindi potrei semmai
essere corruttibile qualora venissi posto di fronte all’eventualità di
non dover mai più lavorare per tutta la vita senza doverne render conto
a nessuno, cosa che fa estinguere da sé la possibilità di corruttela. Bisogna capire che in una società fondata su guadagno, produttività e
proprietà privata, la principale schiavitù è il lavoro ed il lavoro non
può che essere schiavitù. E la carriera è soltanto la scalata verso una
schiavitù dorata, addobbata e decorata, giacché neppure il padrone è
esente da catene: la sua intera vita immolata ad affannarsi per
conservare il bastone del comando, e poi accumulare, accumulare,
accumulare con fatica, salire in cima per ritrovarsi infine ad essere
un potentissimo defunto. Aveva ragione Indro Montanelli: non bisogna temere le punizioni, ma i
premi. Se il premio non ti fa gola, su di te neanche la censura
funziona. Liberarsi dal lavoro, scrollarsi di dosso la miserrima e vacua ambizione, sono le prerogative basilari. Se la tua realizzazione consiste in una posizione sociale ed in qualche
merce (in breve: se ti senti realizzato con cazzate disarmanti), sei
facilmente pilotabile. Ma se ambisci solo a vivere libero ed in pace,
non c’è moneta con cui possano comprarti.
La vicenda di Berlusconi e la minorenne offre più di un limpido insegnamento sui meccanismi della schiavitù e sulla dialettica servo-padrone (non tanto in senso hegeliano quanto foucaultiano-zimbardiano-milgramiano), costituendo un chiaro esempio delle dinamiche di assoggettamento ed autoassoggettamento dell’individuo ad un capo. Innanzitutto, uno spunto di riflessione si impone immediatamente all’attenzione: se mio zio scopasse una minorenne, non solo andrebbe in
galera, ma dovrebbe barricarsi in casa sperando che la polizia lo
salvi dal linciaggio; verrebbe additato come porco maniaco pedofilo,
emarginato e schifato da tutti; per lui sarebbe la fine sociale, non
troverebbe più lavoro, dovrebbe andarsene, avrebbe chiuso con amici e
parenti, nessuno vorrebbe avere più niente a che fare con lui, la sua
vita diventerebbe una perpetua fuga nella speranza di non essere
riconosciuto altrove, lontano dalla sua casa, dal suo paese, dai suoi
affetti. Se lo fa un potente, si dice al massimo che non sta bene. Qualche
articolo sul giornale in cui si scrive che insomma, non è mica
correttissimo a settantatré anni fottere una minorenne. Qualche
complimento alla moglie che chiede il divorzio, santa donna, persona di
grande intelligenza, anche se ci ha messo trent’anni per capire di essere
sposata ad un uomo non proprio eticamente impeccabile. Che poi va bene tutto: va bene la
corruzione, va bene la mafia, va bene la dittatura, ma andare con le
minorenni, insomma, non lo può mica accettare. Mica che è una cosa
disgustosa, nauseante, agghiacciante, niente di tutto questo, per
carità, non siamo certo estremisti: giusto un tantino inaccettabile.
Lei poi aveva anche cercato di aiutarlo: “Dai, Silvio, non trombarti le
minorenni, ti aiuto io a smettere!”. Ma quando il marito è di coccio,
che devi fare? Pure io a Pacciani glielo dicevo sempre: “E dai, Pie’,
non massacrare ’ste coppiette, non è bello. Quantomeno non asportare la
vagina alle ragazze con un coltellaccio, ti aiuto io, magari ci
dedichiamo alle ottuagenarie, eh, che ne dici?”. Ma quello niente,
proprio testardo. Un vecchio che scopa una minorenne non è dunque
un’aberrazione: è una cosa poco carina, se il vecchio è presidente. Ma c’è un punto ancora più interessante. Nell’intervista di Repubblica a Noemi,
la ragazzina che affolla i desideri senili del premier, si legge: “E’
un mito, non sapevo che sarebbe apparso così, dal buio della sala. Ci
sono state urla. Ho guardato mia madre, che è sbiancata, tesa ma
felice”. Capite? La madre era felice. Un settantenne viene al diciottesimo di
tua figlia perché vuole farsela e tu sei felice, perché si tratta di
una persona importante, uno che conta. Addirittura il capo dei capi,
quello che comanda la nazione! Subito il mio pensiero è corso ai tempi in cui i signori dei regni, dei
principati, dei ducati o delle contee si recavano a cavallo nei
villaggi a fare incetta di giovini donzelle ed i sudditi eran ben
contenti se il favore del padrone ricadeva sulla loro figlia. La storia è sempre la stessa: cambiano i dettagli, avanza la
tecnologia, mutano le forme, ma l’essere umano è sempre lo stesso e
sempre uguali sono i suoi rapporti con il potere. La sostanza è la
medesima: c’è un capo, ci sono pochi che gli si oppongono e ci sono
tanti che gli si inchinano davanti con isterica e pavida gioia. Se fosse stato l’anziano netturbino del paese a presentarsi al
diciottesimo di Noemi, i genitori lo avrebbero mandato via dopo averlo
malmenato a bastonate, coadiuvati da passanti e conoscenti. Ma quello era il Presidente del Consiglio e non è fantastico se il Presidente del Consiglio vuole ingropparsi tua figlia? “Caro, ma ti rendi conto? Il Principe vuole sfondare la nostra
figlioletta! Tra tutte le giovinette che ci sono nel feudo, egli brama
proprio la nostra! Poteva legare ad un colonna, frustare e sodomizzare
chiunque, ma il Sire vuole proprio lei! Come siamo fortunati! Oh, che
benedizione è scesa sulla nostra umile casa! Maestà, prendetela e disponetene nella vostra nobile dimora come più vi
aggrada. E’ con sommo giubilo che ve la consegno. Io che son sua madre
vi bacio il manto e vi ringrazio per l’onore che ci state concedendo.
Spero che troverete il suo foro anale sufficientemente elastico e la
sua tenera vulva adatta al vostro aristocratico pen grinzoso, che ella mi ha assicurato si prodigherà a lustrare con ampie, frequenti, certosine, giudiziose e doviziose pompone. Non siam degni di ricevere cotanto favore, ma se vorrete abusar anco di
me o della madre mia o perfin del mio cagionevole nonnino, non avete
che da bussare alla nostra porta: noi saremo lieti di prestarci al
libidico sollazzo di colui che ci governa”. Il padrone è niente senza lo schiavo beota.
Sottotitolo: Ma anche, tutti i concerti in sintesi
Sottotraccia del sottotitolo: Più in generale, la gioventù in sintesi
“Fatevi sentire!”
“Beeeeeeeeeh!”
“Più forte!”
“BEEEEEEH!”
“Dai, passami un po' di
quel buon vinaccio in cartone!”
“Mi è rimasto solo
quello nella bottiglia di plastica!”
“Va bene uguale, tanto
ho già bevuto dell'ottima birraccia calda in lattina!”
“Divertiamoci!
Sbomballiamoci! Su, su, più stretta questa calca, più stretta!”
“Tutti in piedi, mi
raccomando!”
“Aspetta, non sono
ancora abbastanza scomodo!”
“Saltiamo! Balliamo!
Poghiamo! Ma soprattutto, intoniamo cori!”
“Sììì! Pooo po po po
po pooo pooo!”
“Aalééé alé alé
alééé aalééé aalééé!”
“Uau, ma è splendido
strillare motivi insensati tutti insieme!”
“Sdraiamoci lì!”
“No, non è abbastanza
sporco. Lì, lì è meglio: c'è della fanghiglia ed anche del guano,
ed ho visto uno che ci vomitava la vodka dopo averci pisciato”
“Caspita, è perfetto!”
“Ma quanto ci stiamo
divertendo? Eh?”
“Questa sì che è
vita!”
“Ma cosa stanno
suonando? Non sto sentendo”
“Meglio, meglio, pensa
a urlare”
“BEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEH!”
“Che bello sventolare
la bandiera della Sardegna per diciotto ore consecutive! Ho dormito
nudo sull'asfalto stanotte per potere essere oggi in prima fila a
sventolare con le costole a pressione contro le transenne!”
“E' fantastico”
“Ehi, non va bene, non
sento ancora abbastanza puzza”
“Vuoi uno stuzzicadenti
del tuo cantante preferito a venticinque euro?”
“Certo! Sventolo pure
quello! Oggi non mi ferma nessuno dallo sventolare!”
“Guarda quello, che
fortunato, può dimenarsi sfrenatamente e forsennatamente agitando
con viva energia lo stecchino del divo!”
“Siamo veramente
giovani, non c'è che dire”
“Noi sì che sappiamo
cos'è la libertà!”
“Il cantante sul palco
ha detto che vi dovete calpestare per far vedere quanto siete liberi”
“Subito! Acciacchiamoci
a non finire! Spacchiamoci le ossa! Massacriamoci! Non deludiamo
quello che sta più in alto di noi ed è famoso alla televisione!”
“Scolo questa tanica di
alcool puro mescolato a sostanze narcotiche commerciate da
organizzazioni mafiose per ricordare la fame nel mondo!”
“Te la do!”
“Contro lo
sfruttamento! Eccellente questo panino con la porchetta!”
“Fica! Tette! Cazzo!
Culo!”
“E' proprio un ribelle,
questo volto noto della musica leggera”
“Domani dieci ore di
lavoro, ma 'sta giornata di balzi ritmici e scomposti con canzoni
intonate a squarciagola con la mano alzata schiacciato tra un
bresciano sbronzo, un romano ultrà ed un napoletano che ci prova con
tutte non me la leva nessuno!”